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“Maddalena e le altre” un libro prezioso

by redazione

di Carmelina Chiara Canta. Ordinaria di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università di Roma Tre

Maddalena e le altre. La Chiesa, le donne, i ministeri, nel vissuto di una storia, è il titolo di un preziosissimo libro, datato 31 maggio 2020, festa di Pentecoste, scritto dalle donne (ma non solo) della Comunità di base di san Paolo in Roma, che non appaiono come autrici, per loro scelta, ma il loro ruolo si evince nel corso della lettura e da appena un cenno nella quarta di copertina. 

Dicevo un preziosissimo libro, perché tutti quelli che oggi si cimentano nell’affrontare il tema della donna nella Chiesa, scrivendo centinaia di pagine, spesso tralasciano l’essenziale che possiamo leggere in questo “volumetto”: Maddalena, una donna, un’apostola, dalla quale deve partire ogni riflessione, e l’esperienza vissuta dalle donne di una comunità concreta di oggi, iniziata sulla scia del Concilio Vaticano II alcuni decenni fa, tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. 

Perché iniziare da Maddalena per parlare delle donne presenti nel Vangelo e nella Chiesa oggi? Lei che è stata considerata, tra le donne escluse nella Chiesa, la più emarginata, la peccatrice? Perché Maddalena è la prima alla quale è apparso Gesù risorto e alla quale è stata affidata la missione, impensabile in quel contesto storico ma essenziale per fondare la comunità cristiana, di annunciare ai discepoli che Lui era vivo e Lei l’aveva visto. È la testimonianza che Gesù non ha mai emarginato le donne; è solo nei secoli successivi che è stata operata una subordinazione della donna legittimata dalla Chiesa. 

E perché chiudere con quanto scritto nel documento finale del Sinodo dei vescovi dell’Amazzonia del 26 ottobre 2019 al n.102? «Di fronte alla realtà delle donne che soffrono di violenza fisica, morale e religiosa, femminicidio compreso, la Chiesa si pone in difesa dei loro diritti e le riconosce come protagoniste e custodi del creato e della “casa comune”. Riconosciamo la ministerialità che Gesù ha riservato alle donne». Queste belle dichiarazioni purtroppo non hanno avuto seguito nell’esortazione post-sinodale Querida Amazonia del 2 febbraio 2020, dove Francesco “dimentica” la proposta del precedente documento e «non esplicita che anche le donne siano ammesse in tutti i ministeri o, almeno, nel diaconato; e perché no? per non volerle “clericalizzare” precisa» (p.7). Forse un sinodo non può introdurre modifiche che solo un Concilio di “Padri e Madri” della Chiesa potrebbe apportare. Per fortuna in varie parti del mondo ci sono esperienze concrete e segnali forti e positivi, in controtendenza con le chiusure ufficiali.

Nel mezzo del testo si racconta una storia di contraddizioni, mistificazioni ed emarginazione condotta, in forme esplicite e non, sulla subordinazione della donna in una Chiesa patriarcale e gerarchica. La Chiesa ha dimenticato la parità voluta e praticata da Gesù.

Ritornando all’inizio: «Ma l’angelo disse alle donne: non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui, è risorto come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: È resuscitato dai morti e vi precede in Galilea. Là lo vedrete» (Mt 28, 5-7). Le donne alle quali si Gesù si rivolge erano quelle che lo avevano seguito in Galilea, presenti sotto la croce. In quel tempo costituiva un fatto scandaloso che le donne, alcune delle quali sposate, insieme con gli uomini, avevano seguito Gesù. Inaudito il fatto che egli rivolgesse la parola ad altre che incontrava casualmente, considerate emarginate e straniere. Dopo la morte di Gesù, a poco a poco, ci si dimentica delle donne che erano state con Lui nel corso del Suo ministero e anche di quello che nei Vangeli si dice di loro e inizia una narrazione diversa in senso restrittivo e antifemminista. Alcune spariscono del tutto, di altre, anche nella traduzione della Bibbia, si danno delle interpretazioni diverse (Febe, per esempio, non è più “diaconessa” ma “servente”, Giunia diventa “Giunio”, ecc.), che continua fino alla Chiesa di Efeso che legittima un certo antifemminismo che coinvolge molti padri della Chiesa (Tertulliano, Clemente Alessandrino, Cirillo di Gerusalemme, ecc.) e altri fino a Tommaso D’Aquino (XIII sec). 

Man mano che la figura di Maria diventava più grande e inimitabile per le donne, l’immagine di queste ultime si conformava a un ideale “sacralizzato” di subordinazione, di sacrificio e di sofferenza. Il testo ripercorre la storia di sottomissione al potere maschile presente nella Chiesa per tutto il Medioevo, sebbene siano molte le donne che si discostano dagli stereotipi dominanti (il potere “occultato” delle badesse, Angela da Foligno, Caterina da Siena, ecc.). Nei secoli successivi si assiste ad una certa femminilizzazione della Chiesa cattolica, con la nascita delle Congregazioni religiose femminili dell’800, le missionarie del primo Novecento e le donne del laicato femminile degli anni preconciliari (Adriana Zarri, Chiara Lubich, Maria di Campello, ecc.) e negli anni ’70, in epoca contemporanea. Sono tutte esperienze tollerate, anzi: «Benedetta la presenza femminile, purché non insidii il potere maschile» (p. 33). Questo è il periodo più fecondo, che si incrocia con la nascita del femminismo degli anni sessanta e settanta. Come affermava Elisa Salerno, privata per due volte dei sacramenti per le sue idee: «Il fondamento del femminismo cristiano è la personalità della donna, il riconoscimento personale della sua integrità personale. Negare per la donna questo principio è lo stesso che volere il Vangelo per metà» (Problemi femminili, 16 maggio 1919, cit. infra, p. 42). 

Sebbene il Concilio Vaticano II non abbia prodotto un pensiero rivoluzionario né alcun documento specifico su di loro, è solo dopo la sua chiusura che le donne della Chiesa, soprattutto con l’apertura delle Facoltà teologiche pontificie anche a loro, che iniziano a prendere coscienza di fare parte di un cambiamento epocale del quale loro sono protagoniste e soggette di «una mutazione antropologica in corso», come scrisse J. Kristeva (cit. p. 43). 

Il clima ecclesiale, sociale e culturale degli anni dopo il Concilio Vaticano II è utile per capire l’esperienza e la riflessione condotta dalle donne autrici della riflessione condotta nella prima parte del testo e protagoniste di un’esperienza di donne nella Chiesa, denominata “Comunità cattolica di San Paolo”, che ha avuto il suo riferimento nell’abate Giovanni Franzoni. Egli «da parte sua, ha seguito sempre con attenzione il percorso delle donne senza mai intromettersi nel loro cammino, adeguandosi nel linguaggio e condividendone sovente le intenzioni» (p. 64). 

Una lunga e vivace attività convegnistica, di prassi creative e di esperienze liturgiche innovative hanno caratterizzato (e caratterizzano), con alterne vicende, spesso dolorose e sofferte ma ricche anche di soddisfazioni, le donne (ma anche gli uomini) di questa comunità di base romana. Singolare e unica la partecipazione “speciale” delle donne alla “celebrazione comunitaria della liturgia”, ricca di simboli della vita quotidiana. Intensi pure l’impegno sociale e la produzione editoriale, sempre legati all’esperienza concreta, del “Gruppo donne”, le “Scomode figlie di Eva” (espressione di Adriana Valerio) delle comunità di base, che, in occasione del convegno di Brescia del 1988 «…durante la celebrazione eucaristica, “per la prima volta mani di donna spezzarono il pane”, come riportò la stampa» (p. 58). Il tema del ruolo della donna nella Chiesa non può non intrecciarsi con quello del sacerdozio femminile, nella cui riflessione sono intervenuti i papi da Giovanni XXIII a Francesco, con delle varianti nelle forme espressive ma identiche nella sostanza, riaffermata dallo stesso Bergoglio nel 2013, all’inizio del Suo pontificato: «…Il sacerdozio riservato agli uomini, come segno di Cristo Sposo che si consegna nell’Eucarestia, è una questione che non si pone in discussione…» (Evangelii gaudium, 24 novembre 2013, p. 77). 

Questa posizione è stata ribadita dal papa ancora in altre occasioni, fino al 2020. È pur vero che in questi ultimi anni non è mancato l’inserimento di donne, laiche e religiose, in posizioni di responsabilità della Chiesa, tuttavia i temi essenziali, legati al pieno riconoscimento della figura femminile, rimangono ancora un desiderio delle donne della Chiesa di oggi.


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Carmelina Chiara Canta

Carmelina Chiara Canta

Ordinaria di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università di Roma Tre

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