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Un’agenzia europea per il controllo delle armi

by Raul Caruso

di Raul Caruso. Economista, Università Cattolica del Sacro Cuore (Milano). Direttore del Center for Peace Science Integration and Cooperation (CESPIC) di Tirana

Se il dibattito sul ruolo che l’Unione europea dovrebbe avere nel post-Covid – in termini di modalità e misure economiche – è sempre molto vivace, spesso si dimentica il ruolo che l’Unione si appresta a svolgere su altre materie rilevanti, come ad esempio quello della Difesa.

Il dibattito sul ruolo dell’Unione europea in particolare per quanto attiene alle modalità e le misure economiche con le quali l’Unione ha deciso di affrontare la crisi post-Covid è stato, negli ultimi tempi, molto vivace. Con minore frequenza l’Unione è ricordata per il ruolo che essa si appresta a svolgere su altre materie rilevanti, come ad esempio quello della Difesa. Questo è un tema particolarmente
delicato, poiché se da un lato da più parti si segnala la necessità di un’autonomia strategica nell’ambito della difesa, dall’altro questa materia rimane di gran
lunga una prerogativa nazionale.

Strettamente legato a questo tema è quello della diffusione degli armamenti a livello globale. I grandi paesi dell’Ue (Francia, Germania, Italia e Spagna) sono tra i principali esportatori di armi convenzionali al mondo dopo Usa e Russia e quindi protagonisti di un mercato globale che è cresciuto del 41% dal 2000 al 2019. Tradizionalmente gli stati sono responsabili delle transazioni di armamenti dato che queste riguardano sicurezza e sovranità degli stessi. Questo principio, peraltro, non è stato messo in discussione neanche nel Trattato globale sul commercio di armi (Att) ratificato da tutti i paesi Ue ed entrato in vigore nel dicembre 2014, che pone limiti
all’esportazione delle armi convenzionali.

L’Ue peraltro, con la posizione comune del 2008 aveva già stabilito dei canoni di condotta improntati al rispetto dei diritti umani e al mantenimento della pace, ma senza meccanismi di enforcement.

Non stupisce, pertanto, che il 14 novembre del 2018 il Parlamento europeo abbia approvato un’esplicita risoluzione in cui gli europarlamentari hanno evidenziato come la posizione comune del 2008 sia stata disattesa dagli Stati membri contribuendo nei fatti al disastro umanitario in Yemen. Queste criticità sono ancora più stridenti se consideriamo la nuova cooperazione rafforzata nell’ambito della difesa e sicurezza (Cooperazione strutturata permanente – Pesco) approvata nel dicembre 2017.

In seno alla Pesco, peraltro, è chiaro l’obiettivo di intervenire sul tessuto industriale della difesa attraverso il Fondo Europeo per la difesa che favorirà progetti di ricerca e industriali in ambito europeo. Esiste un legame diretto tra evoluzioni istituzionali e industriali e quindi risulta inspiegabile l’assenza di un coordinamento europeo nell’ambito del commercio internazionale di armamenti.
È urgente a questo punto istituire un’agenzia indipendente europea per il controllo delle esportazioni di armamenti anche con poteri sanzionatori.

Questa da un lato costituirebbe il completamento necessario del disegno di una politica industriale coordinata ancora lungi dal realizzarsi, ma soprattutto sarebbe uno strumento per concretare l’art. 21 del Trattato sull’Ue, secondo cui i principi di azione dell’Unione sulla scena internazionale devono fondarsi su principi quali: il mantenimento della Pace, il sostegno alla democrazia e il rispetto dei diritti umani. In breve, se davvero esiste la volontà politica di limitare il commercio di armamenti a livello globale, la creazione di un’agenzia europea è una soluzione razionalmente efficace alla luce fatto che molte aziende produttrici in UE sono “campioni nazionali” di proprietà pubblica [Leonardo in Italia, a Safran, Dcns e Thales in Francia e Navantia in Spagna].

In parole molto semplici, le normative esistenti sono inefficaci poiché lo Stato è il principale esportatore di armi ma, nel contempo, dovrebbe anche svolgere la funzione di principale controllore. È un esempio di conflitto di interessi per lo Stato. La creazione di un’agenzia indipendente europea con poteri sanzionatori, andando a risolvere tale anomalia istituzionale, potrebbe dare seguito ai principi della posizione comune e del trattato Att andando a limitare le esportazioni verso quei paesi in cui non siano rispettati i diritti umani o in cui vi siano conflitti armati in corso.

Cruciale per un’agenzia con questi fini sarebbe la sua credibilità che può derivare solo da un sistema di governance che ne garantisca l’indipendenza dai governi in carica. Essa dovrebbe avere un grado di indipendenza comparabile a quello che ha la Bce che in particolare negli ultimi anni ha legittimato il suo ruolo grazie a un’autorevole e riconosciuta indipendenza.

In un mondo che potrebbe ritrovarsi a breve molto più pericoloso e insicuro a causa della pandemia, aprire una discussione in questo senso è quasi un imperativo categorico. Sebbene il contenimento della diffusione delle armi convenzionali non sia sufficiente al mantenimento della pace, esso può comunque considerarsi sicuramente una condizione necessaria. Nel contempo, un’agenzia indipendente rappresenterebbe un avanzamento sostanziale per l’Ue poiché rappresenterebbe uno strumento condiviso per rispettare la finalità ultima del sogno europeo, vale a dire la Pace.

[pubblicato su Confronti 09/2020]

Raul Caruso

Raul Caruso

Economista, Università Cattolica del Sacro Cuore (Milano). Direttore del Center for Peace Science Integration and Cooperation (CESPIC) di Tirana

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