Charlie Hebdo cinque anni dopo. Inizia il processo ai complici - Confronti
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Charlie Hebdo cinque anni dopo. Inizia il processo ai complici

by Thierry Vissol

di Thierry Vissol. Direttore del centro Librexpression-Fondazione Giuseppe Di vagno

Quelli che viviamo sono tempi contraddistinti dalla paura: paura del Covid, paura di perdere il lavoro, paura di andare in bancarotta, paura degli immigrati. Dunque potrebbe sembrare incongruo prestare attenzione a temi lontani dall’interesse dei cittadini e dei media (almeno in Italia), come la libertà di espressione, soprattutto nel campo della satira grafica.  Eppure, il processo, iniziato il 2 settembre a Parigi, ai presunti complici dei 3 terroristi affiliati ad una cellula yemenita di al-Qa’ida che – in azioni coordinate – hanno ucciso a sangue freddo vignettisti ed impiegati del settimanale Charlie Hebdo, ma anche poliziotti e semplici avventori in un supermercato kosher (17 persone in totale, tra il 7 e il 9 gennaio 2015), merita tutta la nostra attenzione. Sicuramente è meritevole di attenzione per quanti ancora vedono come un valore lo Stato di diritto e quella libertà fondamentale, caposaldo delle nostre democrazie, che è la libertà di espressione e di satira. 

Per un numero considerevole degli intervistati le vignette di Charlie Hebdo che si scagliano contro le teocrazie (sebbene non contro i praticanti delle varie religioni), contro gli estremisti di ogni “colore” (cattolici, ebrei, musulmani, ecc.) sono inutilmente sfrontate.

Un recente indagine realizzata dall’Istituto francese di sondaggio d’opinione (Ifop) dal titolo Droit au blasphème, caricatures, liberté d’expression… Les Français sont-ils encore « Charlie » ?, mostra come molte delle riflessioni fatte sulla strage da parte di molti “intellettuali”, soprattutto di sinistra ma non solo (come, tra gli altri: Jean-Marie Le Pen, Emmanuel Todd, Tariq Ramadan e Edwy Plenel), abbiano influito negativamente sull’opinione pubblica francese determinando una sorta di “regressione” nel pensiero politico e democratico. Per un numero considerevole degli intervistati le vignette di Charlie Hebdo che si scagliano contro le teocrazie (sebbene non contro i praticanti delle varie religioni), contro gli estremisti di ogni “colore” (cattolici, ebrei, musulmani, ecc.) sono inutilmente sfrontate. In particolare, secondo il sondaggio dell’Ifop, il 31% degli intervistati ritiene che la pubblicazione delle vignette di Maometto sia stata una “provocazione inutile” (percentuale che arriva al 69% tra gli intervistati che si dichiarano musulmani).

Come ha osservato Laurent Sourisseau – caporedattore di Charlie Hebdo, conosciuto con lo pseudonimo di Riss, ferito durante l’attacco del 2015 – nel suo editoriale del 2 settembre scorso: «L’odio che ci ha colpito esiste ancora e, dal 2015, ha avuto il tempo di mutare, di cambiare aspetto per passare inosservato e continuare tranquillamente la sua spietata crociata. Anche la paura è ancora presente. Quel fanatico timore di un dio sterminatore dal cui abbraccio i suoi servi sottomessi credono di sfuggire trasmettendolo a tutta la società attraverso le minacce e la morte». E, dopo la pubblicazione di questo numero dove erano state riproposte alcune delle vignette “incriminate”, la risposta degli estremisti non si è fatta attendere. La cellula yemenita di al-Qa’ida (la stessa dell’attentato del 2015) e circa 200 persone radunate lo scorso 13 settembre a Istanbul hanno nuovamente minacciato Charlie Hebdo, e la Francia intera, di rappresaglie.

«L’odio che ci ha colpito esiste ancora e, dal 2015, ha avuto il tempo di mutare, di cambiare aspetto per passare inosservato e continuare tranquillamente la sua spietata crociata. Anche la paura è ancora presente. Quel fanatico timore di un dio sterminatore dal cui abbraccio i suoi servi sottomessi credono di sfuggire trasmettendolo a tutta la società attraverso le minacce e la morte» (Laurent Sourisseau)

Il ministro degli Esteri turco, Mevlüt Çavuşoğlu, ha condannato la decisione di ripubblicare le vignette («che mancano di rispetto alla nostra religione e al nostro Profeta»), offrendo così un supporto morale agli estremisti. Il suo predecessore, Ahmet Davutoğlu, insieme ad altri 50 capi di Stato e di Governo e 1,6 milioni di persone, aveva partecipato, l’11 gennaio 2015, al più grande corteo contro il terrorismo e a favore della libertà d’espressione che si fosse mai visto a Parigi. Purtroppo, dalle parole si è passati ai fatti, quando il 25 settembre scorso Zaheer Hassan Mahmoud, pakistano di 25 anni le cui connessioni con eventuali cellule terroristiche sono al momento ancora da verificare, ha sferrato un’aggressione a colpi di mannaia nell’XI arrondissement nella stessa strada dove – fino a pochi anni fa – aveva sede Charlie Hebdo. Due persone sono rimaste gravemente ferite, seppur non sono in pericolo di vita.

Il politically correct, la cancel culture – la damnatio memoriae dei romani – il peso delle lobby, conducono inesorabilmente all’autocensura e un vero e proprio declino della libertà di espressione e questo non solo nel campo della satira, ma anche e soprattutto nei media e nel settore culturale. Sono ormai molti in Europa, soprattutto nei partiti di sinistra (ma non solo), a non voler più ridere di niente e soprattutto non di loro stessi, come osserva Philippe Lançon, ferito durante l’attacco a Charlie Hebdo. Sempre più giornali in Europa, seguendo l’esempio vile del New York Times, licenziano i loro vignettisti ed editorialisti che fanno satira politica.

Il politically correct, la cancel culture – la damnatio memoriae dei romani – il peso delle lobby, conducono inesorabilmente all’autocensura e un vero e proprio declino della libertà di espressione e questo non solo nel campo della satira, ma anche e soprattutto nei media e nel settore culturale.

Da un punto di vista culturale, queste “battaglie morali” – piene di buoni sentimenti ma senza immaginazione, sfumature e complessità – rendono i discorsi pubblici un’“acqua tiepida” ben lontana da ciò a cui ci avevano abituati i grandi intellettuali del nostro recente passato. Intellettuali come François Cavanna, scrittore e vignettista ironico e caustico franco-italiano, uno dei fondatori della rivista satirica Hara-Kiri prima e dello stesso Charlie Hebdo poi, che ha pubblicato per anni una cronaca settimanale intitolata Non l’ho letto, non l’ho visto, ma ne ho sentito parlare. Come un Socrate contemporaneo, il suo obiettivo era di far riflettere i suoi lettori, contraddire i conformisti di ogni tipo, ma anche proporre idee sul futuro a beneficio dell’umanità. Purtroppo, i benpensanti e molti di quelli che criticano l’umorismo caustico dei vignettisti satirici, non hanno mai visto né letto Charlie Hebdo. Magari ne hanno sentito parlare o visto una vignetta fuori dal suo contesto (tra le migliaia di vignette pubblicate dal settimanale su tutti i temi politici e sociali) e sono ben lontani della filosofia di Cavanna.

Nonostante la sua iconoclastia, Charlie non è mai stato islamofobo né razzista. È stato e rimane uno dei pochi giornali d’inchiesta indipendente, il cui staff fa ancora quello che dovrebbe essere il mestiere del giornalista: indagare, analizzare e smascherare le fake-news e mettere in dubbio la fede cieca nelle ideologie.

Nonostante la sua iconoclastia, Charlie non è mai stato islamofobo né razzista. È stato e rimane uno dei pochi giornali d’inchiesta indipendente, il cui staff fa ancora quello che dovrebbe essere il mestiere del giornalista: indagare, analizzare e smascherare le fake-news e mettere in dubbio la fede cieca nelle ideologie. L’ha capito bene il rettore della grande Moschea di Parigi, Hafiz Chems-Eddine, che così si è espresso in un articolo apparso su Le Figaro lo scorso 4 settembre: «Parlo oggi per un motivo che ritengo essenziale: l’apertura del processo degli attentati del 7, 8 e 9 gennaio 2015, il processo ai presunti complici dei criminali che hanno preso di mira la redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo, i poliziotti e i nostri connazionali ebrei. Soprattutto, voglio inchinarmi davanti alla memoria di tutte le vittime di questi crimini abietti e condannare questa violenza, gli autori di questa barbarie e tutti i loro complici operativi, ideologici, politici e mediatici. E lo faccio con forza, sincerità e convinzione: i terroristi possono rivendicare di essere musulmani – non ho modo di scomunicarli – perché, nutriti dalla loro sporca ignoranza pretendono di agire in nome della mia religione; perché, alimentati da odiosi teorici, pretendono di essere “vendicatori del Profeta Maometto”. Ma nessun modo la religione musulmana, nelle sue fondamenta, nei suoi testi – se non nella mente ristretta di chi sostiene un’interpretazione letteralista – potrebbe mai tollerare crimini di questo tipo. Tutti i musulmani – ma anche tutti coloro che cercano di infantilizzarli – hanno bisogno di comprendere le tradizioni culturali della satira e dello spazio democratico che permette tutte le espressioni, anche quelle che sembrano eccessive. Nel nostro Paese, è solo la legge a porre dei limiti». Un messaggio universale che riflette semplicemente il diritto internazionale, quello dei diritti umani, sottoscritto da tutti i paesi membri dell’Onu e del Consiglio d’Europa. Parole che dovrebbero essere ascoltate non solo da chi fa parte della comunità musulmana, ma che dovrebbero essere impresse nella mente dei direttori di tutti gli organi di informazione, di tutti i potenti e di tutti coloro che si atteggiano a censori e giustizieri sui social media.

Ph © Claude Truong-Ngoc / Wikimedia Commons

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