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Città (Uruguay)

by Nadia Angelucci

di Nadia Angelucci. Giornalista e scrittrice.

Il laboratorio urbano Reactor rappresenta un esempio di scambio di informazioni e di saperi tra l’accademia, le municipalità e le comunità urbane al fine di creare un’agenda comune con temi e idee per l’utilizzo degli edifici abbandonati del centro storico.

«Reactor lascia la porta aperta alla costruzione di una vera alternativa alle trasformazioni urbane, che non dipende più da grandi capitali e investimenti, ma da piccoli soggetti che si uniscono e trovano la loro forza in un progetto comune per costruire le economie, le espressioni culturali e gli ecosistemi che si desiderano per un mondo più giusto».

Antropologa sociale e culturale uruguayana – che si è formata tra Montevideo, Madrid e Roma –, professore associato alla Facoltà di Urbanistica dell’Università dell’Uruguay (Fadu), Adriana Goñi Mazzitelli è una delle anime di Reactor, un laboratorio urbano, guidato dal gruppo di ricerca in Urbanistica Collaborativa della Fadu, che si propone di avvicinare l’urbanistica ai processi di empowerment e co-costruzionedi proposte collettive per la riqualificazione della città e ha l’obiettivo di creare in modo partecipativo un’agenda di usi civici per gli immobili
abbandonati del centro storico e di sperimentare forme di gestione e uso collaborativo di questi immobili come beni comuni urbani.

«Credo sia importante provare a capire quali sono le risorse, i valori e le assenze che si sperimentano nelle città, sia dal punto di vista funzionale che da quello estetico e della cura, e come costruire o ricostruire gli spazi attraverso una pratica di partecipazione» dice Goñi Mazzitelli raccontando il proprio percorso professionale e personale nel quale, specifica, «è stato importante apprendere dal mondo accademico ma anche dalle pratiche dei movimenti sociali e da ciò che si respira in strada a livello di costruzione culturale e sociale».

Portato avanti insieme all’assessorato allo Sviluppo urbano del Comune di Montevideo, Reactor rappresenta un esempio di scambio di informazioni e di saperi tra l’accademia, le municipalità e le comunità urbane, e dà luogo ad una originale “comunità di apprendimento” in cui ciascuno contribuisce con le proprie conoscenze al fine di creare un’agenda comune con temi e idee per l’utilizzo degli edifici abbandonati del centro storico.

«Per me è fondamentale tenere presente che queste pratiche di progettazione e messa in opera partecipative non appartengono alla nostra epoca ma vengono da molto lontano – dice Goñi Mazzitelli –. Negli ultimi due secoli, con l’avvento della democrazia rappresentativa, abbiamo ceduto grande parte di questa nostra capacità di generare progetti collettivi che inventano e rendono possibili condizioni di lavoro, casa e cultura. Credo che sia importante che le persone riacquisiscano la consapevolezza di questa capacità “ancestrale” di autogestione delle risorse naturali e di cogestione dei servizi che ci indica una via d’uscita collettiva all’attuale crisi sanitaria ed economica».

Reactor ha individuato proposte per l’utilizzo degli immobili abbandonati attraverso bandi e workshop in cui imprenditori, gruppi e vicini interessati a realizzarli sono stati formati per la gestione comune degli immobili. Sono state poi analizzate le caratteristiche degli immobili disponibili e sono state individuate le possibili destinazioni d’uso.

«È un’esperienza bellissima che è ancora all’inizio – racconta ancora Goñi Mazzitelli –. Abbiamo trovato un comune aperto e un assessore all’urbanistica competente, che crede alla partecipazione e all’autogestione, che ha avuto il coraggio di utilizzare degli strumenti che già esistevano, creare alleanze riqualificare e ricostruire la città».

Il processo di co-design è culminato in un progetto architettonico che prevede il recupero integrale dell’edificio e un lavoro sulla sua identità visiva, a seconda dei gruppi e delle iniziative che lo abiteranno. A questo lavoro è seguita un’analisi per determinare la sostenibilità economica del progetto ed è stato avviato il processo di redazione di un accordo di gestione condivisa con il Comune.

«Le città sono l’oggetto del mio studio, ma più le indago e più mi convinco
che non sono il luogo in cui l’umanità può svilupparsi in modo adeguato. Le grandi città in particolare, per come sono state concepite e sviluppate, sono una grande parte del problema che vive il nostro pianeta. Assoggettate al profitto e disarticolate nella privatizzazione dei servizi ci parlano di un sistema malato che ha perso il contatto con il territorio e con le reti sociali e non è più capace di gestire le criticità. La crescita delle città in questo senso va assolutamente fermata. Il territorio va ripensato collettivamente per non ripetere gli stessi errori del passato».

[pubblicato su Confronti 10/2020]

Nadia Angelucci

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Giornalista e scrittrice

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