Climbing Iran, Nasim guarda più in alto e più lontano - Confronti
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Climbing Iran, Nasim guarda più in alto e più lontano

by Luciana Borsatti

di Luciana Borsatti. Giornalista e scrittrice

(Intervista a Nasim Eshqi)

Se c’è una cosa che colpisce in particolare nel documentario Climbing Iran di Francesca Borghetti, appena passato alla Festa del cinema di Roma in anteprima mondiale,  è la serena fiducia in sé stessa che emana dallo sguardo della protagonista in una delle scene finali. Lei è Nasim Eshqi, unica donna a fare free-climbing da professionista in Iran e capace di aprire nuove vie sia nel suo Paese che all’estero: una settantina in tutto, fra le quali una aperta un paio d’anni fa anche in Italia, sulle Dolomiti del Brenta, dove è stata girata una parte del film

Non è che non colpiscano le sue braccia forti e abbronzate, e la determinazione con cui arrampica con il solo aiuto della sua determinazione e gli attrezzi minimi (chiodi, corde e poco più) del suo mestiere. O quelle unghie dipinte di rosa, con lo smalto che si spezza ad ogni arrampicata, prova e trofeo delle sue conquiste in alta quota, e che lei ogni sera si rimette: un vezzo che rende bene il suo modo di vivere la propria femminilità, in cui la bellezza e la cura di sé si nutrono di coraggio e tenacia. 

E non è che non colpiscano i meravigliosi panorami montani che la giovane regista  ci regala, mentre insegue Nasim nelle sue imprese. Imprese che lei si va a cercare in patria e all’estero, visto che finora è andata ad arrampicare e cercare nuove vie anche in Turchia, Iran, Oman, Armenia, Georgia, India, Emirati Arabi ed Europa.  

Ma è appunto il suo sguardo che colpisce. Quello che fissa l’obiettivo con la padronanza di sé che la passione sportiva le ha fatto raggiungere, e che non sono certo le restrizioni imposte dalla legge alle donne iraniane – a cominciare da quel velo che lei preferisce elegante e dai colori vivaci, ma che in montagna  sostituisce con un casco protettivo a far vacillare. Del resto, lo dice lei stessa in un passaggio del film: «Lassù la donna riesce ad essere la donna che vuole, e quanto torna giù e si mette il velo si porta quella libertà con sé». Non prima però di avere avvertito che l’Iran «è una Repubblica Islamica: significa che le donne devono coprirsi il capo, anche se sei una turista. È un obbligo, come mettere la cintura di sicurezza in macchina». 

Nasim,  lo ripete spesso, non svolge alcun attività politica: intende fermamente essere solo «una donna che fa sport e che trasmette le sue esperienze mentali e sportive agli altri in modo che anche loro possano godere della natura».

L’INTERVISTA 

Quali sono state la maggiori difficoltà che hai incontrato – le chiediamo per email – mentre cercavi la tua strada nella vita?

«Gli ostacoli maggiori li ho trovati nell’ottenere i visti per poter arrampicare in diversi Paesi», risponde pratica e telegrafica.  

Ma nelle restrizioni alla libertà delle donne in Iran cosa pesa di più, una cultura e una società conservatrici o alcune regole derivanti dall’islam? 

La cosa più importante nella mancanza di libertà siamo noi donne, noi siamo il problema principale. Quando cioè non crediamo in noi stesse, nella nostra possibilità di usare le nostre capacità fisiche e mentali. 

Nel film si vede un giovane, una delle persone cui insegni ad arrampicare, che dice di avere cambiato idea sulle donne quando ti ha conosciuto e ha dovuto riconoscere che sei più brava di lui. Pensi che molti altri iraniani siano pronti a cambiare la propria opinione sulle qualità delle donne e il loro ruolo tradizionale nella società? 

Penso che ogni essere umano possa cambiare le sue convinzioni, se lo vuole. Puoi svegliare una persona che dorme, ma non puoi mai svegliare qualcuno che pretende di dormire. La principale ragione per cui non si vuole cambiare è che bisogna prendere una strada non facile.

In una delle ultime scene del film vediamo una bambina cui insegni, come ad altri ragazzini e sotto gli occhi dei genitori, ad arrampicare. Sei ottimista sul futuro di bambini come lei?

Certo, il futuro è sempre nelle mani delle nuove generazioni. E noi crediamo sempre in loro.

Tu hai scelto di non andare a vivere all’estero come molti altri della tua età che hanno lasciato l’Iran. Cosa ti spinge a preferire le difficoltà legate al restare nel tuo Paese sulla maggiore libertà di cui potresti godere altrove? 

In effetti non ho scelto di nascere in Iran, ma posso comunque scegliere cosa voglio fare nella mia vita. Dovunque ci si trovi, la cosa più importante è vivere la propria vita e rendersi utile al proprio ambiente e alle persone che ti stanno intorno, a cominciare nel mio caso dalla famiglia e dai miei amici. Sono sicura che, dovunque io viva, farei lo stesso. E dunque, perché non in Iran, dove posso fare di più?  

E chiude la sua ultima risposta con un emoticon che sorride. Altro ci aveva già detto, Nasim, nel corso del film. Per esempio, ancora sul tema della fuga dei giovani e dei cervelli, che continua ad alimentare la diaspora di milioni di iraniani all’estero, afferma: «Ho pensato spesso di vivere all’estero. Ma alla fine è l’Iran ad avermi reso la donna che sono».

 

Anche il film come una montagna da scalare, raccolta fondi bloccata da sanzioni Usa 

Certo Francesca Borghetti pensava anche a questo quando ha deciso di inquadrare un murales a Teheran che raffigura uno variopinto stormo di uccelli in volo. Un’evidente allusione all’antico poema persiano La conferenza degli uccelli, che racconta di tutti i volatili del mondo che, per scegliere il proprio re, intraprendono un lungo viaggio attraverso sette, allegoriche valli: quando gli ultimi superstiti raggiungono il luogo del leggendario Simurgh, troveranno ad attenderli non questa figura del mito che cercavano, ma uno specchio che riflette la loro stessa immagine. 

Di fatto anche la regista, come dice lei stessa, ha trovato in questo film la sua “montagna da scalare”. E non solo perché, osserva, «ci sono storie,  come quelle di Nasim, in cui troviamo strumenti per guardare in noi stessi, alle nostre sfide personali». Ma perché le difficoltà oggettive incontrate nel realizzare il progetto sono andate ben oltre quello che immaginava. In particolare quando ha subito di persona gli effetti delle sanzioni Usa in cui rischia di incorrere qualunque soggetto che voglia avere rapporti finanziari con l’Iran. «Mi appoggiavo a una piattaforma italiana per il fundraising – racconta – e avevo finalmente raggiunto l’obiettivo dei 10mila euro, raccolti con contribuiti anche di soli dieci euro. Poi quei soldi sono improvvisamente spariti per alcuni mesi: la parola “Iran” nel titolo ha fatto sì che venissero bloccati per tre mesi, e poi che ogni singolo contributo venisse restituito non a me, ma al mittente». All’origine di tutto il fatto che il sistema Swift, gestito da una società basata in Belgio e su cui poggiano le transazioni finanziarie internazionali e le carte di credito,  nel novembre 2018 aveva sospeso l’accesso di una serie di banche iraniane per effetto delle sanzioni. «È stata una brutta sorpresa – osserva la regista – era come una sospensione del diritto di proprietà sul nostro denaro». Per lei è stato il momento più difficile, quando era tentata di mollare tutto. Poi i sostenitori hanno cominciato a rimandarle i loro contributi sul conto corrente, e sono arrivati altri finanziamenti, anche dalla Trentino Film Commission e dal Mibact, il ministero per i Beni e le attività culturali.  E dopo l’ultimo viaggio a Teheran nel febbraio di quest’anno, in settimane particolarmente difficili per le tensioni interne e internazionali, la sua impresa cinematografica è andata finalmente in porto. Climbing Iran è una produzione Nanof, coprodotto da Hirya Lab, con il sostegno anche del Club Alpino Italiano.  Il documentario è stato accolto con lunghi applausi alla sua prima proiezione pubblica –  per la quale tutti i posti erano subito esauriti – e ora è in via di definizione il calendario delle prossime proiezioni in Italia.  

Nel progetto ha creduto anche il compositore Peyman Yazdanian, autore delle musiche originali che fanno da splendida colonna sonora al film. Intervallandosi a tratti con il rock di due band iraniane scovate su un canale Telegram

Significativo che, anche nelle immagini girate a Teheran, non si trovi alcun riferimento all’iconografia politica e rivoluzionaria  che pur continua a mostrarsi negli spazi pubblici e che vediamo sempre sui media a corredo delle cronache sull’Iran. Proprio da notizie di stampa su Nasim Francesca Borghetti era partita per ideare questo film, ma poi si è volutamente allontanata dagli aspetti più stereotipati di quelle rappresentazioni. Ha voluto raccontare un Iran “diverso”, conferma, dove la vita e le scelte di persone come Nasim rappresentano un  cambiamento senza rotture che si genera dal basso, nel quotidiano. E che, neanche a dirlo, trova proprio nella forza delle donne uno dei suoi principali motori.

Ph. © Francesca Borghetti

Luciana Borsatti

Luciana Borsatti

Giornalista e scrittrice

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