Da Sacharov a Pérez Esquivel: la lotta per i diritti umani dei Nobel per la Pace - Confronti
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Da Sacharov a Pérez Esquivel: la lotta per i diritti umani dei Nobel per la Pace

by Andrea Mulas

di Andrea Mulas. Ricercatore Fondazione Lelio e Lisli Basso

È il 13 ottobre di quarant’anni fa quando a Adolfo Pérez Esquivel viene comunicato che poche settimane dopo la prestigiosa Accademia di Norvegia gli avrebbe consegnato il Premio Nobel per la Pace per il suo impegno a favore dei diritti umani. Ma la storia delle assegnazioni dei Nobel per la pace è stata assai tortuosa. Il Comitato per il Nobel nel 1980 è presieduto dallo storico e politico laburista John Sanness, lo stesso che nel 1973 non si era opposto alla controversa e congiunta assegnazione al capo di Stato statunitense Henry Kissinger (quando ancora le piazze di tutto il mondo protestavano per il golpe che aveva represso il governo democratico di Salvador Allende e il popolo cileno subiva violente repressioni) e il rivoluzionario vietnamita Le Duc Tho, entrambi scelti per le trattative portate avanti allo scopo di raggiungere un accordo sulla conclusione del conflitto in Vietnam. Il primo non lo ritirerà mai, mentre il secondo, contestando che nel suo Paese non vi fosse ancora la pace, lo rifiutò, come già avevano fatto Boris Pasternak nel 1959 per proteggere la sua incolumità dagli artigli del Kgb e Jean-Paul Sartre nel 1964 in quanto non ne condivideva l’impostazione metodologica. 

L’impegno di Pérez Esquivel

Pérez Esquivel scultore e attivista cattolico, da anni è un fermo oppositore della dittatura argentina, e fonda nel 1974 il Serpaj (Servicio paz y justicia), un centro di informazione, di coordinamento e un mezzo di comunicazione per coloro che lottano per l’affermazione dei diritti umani. Impegnato in prima linea, nel 1975 contribuisce alla fondazione dell’Assemblea permanente dei diritti dell’uomo e del Movimento ecumenico dei diritti dell’uomo collaborando nella costituzione di altri organismi dei familiari delle vittime della repressione come le Madres de Plaza de Mayo, Abuelas de Plaza de Mayo e Familiares de detenidos y desaparecidos por razones políticas. Condivide le sue battaglie con il vescovo brasiliano Helder Câmara, nemico della dittatura civico-militare, e viene arrestato poco prima di un incontro con l’arcivescovo di San Paolo Paulo Evaristo Arns, altra figura di spicco dell’opposizione al regime che pochi anni prima aveva fondato la Comissão Justiça e Paz. Sarà proprio l’intervento di quest’ultimo a salvarlo dalle torture: «Mi avevano messo un cappuccio in testa e mi facevano sentire una registrazione di persone torturate. Sollevavano il cappuccio solo quando volevano che identificassi altri latinoamericani che erano perseguitati dalla dittatura. Speravano che io denunciassi gli oppositori al regime in Brasile, ma io ripetevo che non conoscevo nessuno».

«Mi avevano messo un cappuccio in testa e mi facevano sentire una registrazione di persone torturate. Sollevavano il cappuccio solo quando volevano che identificassi altri latinoamericani che erano perseguitati dalla dittatura. Speravano che io denunciassi gli oppositori al regime in Brasile, ma io ripetevo che non conoscevo nessuno».

Il Tribunale Russell II

Ma Pérez Esquivel non si arrende. Negli anni bui che attraversa l’America Latina la sua attività di difesa dei diritti umani si incrocia anche con il lavoro di raccolta di documentazione e denuncia per le violazioni commesse nel subcontinente che sta svolgendo già da qualche anno il Tribunale Russell II creato da Lelio Basso e coordinato da Linda Bimbi. Si tratta di battaglie comuni, visto che il Serpaj, di cui Pérez Esquivel è coordinatore generale, ha l’obiettivo di stabilire contatti regolari, di diffondere informazioni e organizzare forme di appoggio e sostegno efficace al fine di denunciare a livello internazionale i crimini commessi dal regime argentino attraverso il bollettino mensile di informazione Paz y Justicia. Quando nel 1977 viene nuovamente arrestato è tra i maggiori esponenti della lotta non violenta; torturato dal regime del generale Videla viene rilasciato dopo quattordici mesi, e durante la prigionia gli comunicano la notizia dell’assegnazione del premio Giovanni XXIII per la Pace. Tre anni dopo ci sarà il massimo riconoscimento: il Nobel. Pochi mesi dopo l’esecuzione del suo amico e candidato al Nobel monsignor Oscar Romero nella chiesa di San Salvador mentre celebrava l’omelia ad opera degli “squadroni della morte”, i popoli latinoamericani sembrano riscattarsi a Oslo, quando il quarantanovenne argentino accetta la medaglia “Pro pace et fraternitate gentium” (“Per la pace e la fratellanza degli uomini”) e chiarisce che riceve il prestigioso riconoscimento «per conto dei popoli dell’America Latina, in maniera particolare i miei fratelli più poveri e piccoli, perché loro sono i più amati da Dio; […] i miei fratelli indigeni, i contadini, gli operai, i giovani, le migliaia di religiosi e uomini di buona volontà che rinunciando ai loro privilegi condividono la vita e il cammino dei poveri e lottano per costruire una società nuova».

Andrej Sacharov e la Bomba Tsar 

I principi che avevano ispirato il Comitato norvegese sono gli stessi indicati nell’assegnazione del Premio al fisico dissidente russo Andrej Sacharov nel 1975, ovvero per la sua opposizione agli abusi del potere e per la sua attività in difesa dei diritti umani. Ma lo scienziato è protagonista di una storia personale controversa. Da intelligenza al servizio della madre patria per la progettazione del più potente ordigno nucleare all’idrogeno mai sperimentato sulla Terra e fatto detonare il 30 ottobre 1961 a 4mila metri di altezza a Novaja Zemilia nel nord del Circolo polare artico, a fondatore del Comitato per i diritti umani nell’Urss di Bréznev nel 1970. La cosiddetta Tsar Bomb o Big Ivan, di cui l’Agenzia nucleare russa Rosatom ha desecretato il video dell’esplosione solo da due mesi, produsse una quantità di energia pari a 1.570 volte quella della bomba impiegata su Hiroshima. L’annuncio dell’esperimento venne dato dall’Istituto sismologico svedese di Uppsula (distante 2100 km) e confermato dai centri e dagli istituti scientifici di quasi tutti i Paesi occidentali. Con questa dimostrazione di potenza in piena Guerra fredda terminava la corsa agli armamenti nucleari sovietica. 

Solo pochi anni dopo all’attivista Sacharov i comunisti sovietici rifiutano il permesso di recarsi a Oslo per ricevere il Nobel. Anche lui non si piega e nel 1974 fonda insieme ad altri esuli l’International Sacharov Hearing (noto come Tribunale Sacharov), proprio quando il grande pubblico europeo sta scoprendo l’esistenza dei lager siberiani grazie al capolavoro del dissidente Solzenicyn Arcipelago Gulag, anche lui Nobel per la letteratura nel 1970, poi esiliato.

Gli Accordi di Helsinki

La prima delle cinque sessioni che si tiene nella sede del Parlamento a Copenhagen tra il 17-19 ottobre 1975 è incentrata sugli Accordi di Helsinki firmati a luglio. Il comitato internazionale che accanto a giuristi riunisce altre personalità di rilievo, ascolta ventiquattro testimoni provenienti dall’Unione Sovietica e dall’Europa orientale ed esamina una vasta documentazione che per la prima volta mette in luce le violazioni dei diritti umani e civili prevalentemente commessi nel decennio 1965-1975: dalle repressioni amministrative per motivi ideologici (licenziamenti, pubblici processi) all’incitamento alla violenza contro i “nemici” indicati dai gerarchi, dal lavoro schiavistico agli esperimenti su cavie umane, dall’abuso della psichiatria contro i dissidenti fino ai lager

Sacharov muore il 14 dicembre 1989, senza vedere la caduta del Muro di Berlino e la successiva disgregazione sovietica, ma dal 1988 il Parlamento Europeo assegna ogni anno un premio, che porta il suo nome, alle persone e alle organizzazioni che si battono per la libertà e i diritti umani, attribuito pochi giorni fa alle opposizioni democratiche bielorusse che lottano pacificamente contro il regime di Lukashenko. 

Andrea Mulas

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