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Fede e dubbio

by Fulvio Ferrario

di Fulvio Ferrario. Professore di Teologia sistematica e decano della Facoltà valdese di teologia di Roma.

La cultura critica, che ha nel pensiero scientifico la propria punta di diamante, tende a delegittimare la consistenza culturale dell’esperienza cristiana; specularmente, i settori religiosi (e, paradossalmente ma non troppo, anche “laici”) più reazionari coltivano un fondamentalismo indecente dal punto di vista culturale e pericoloso a livello socio-politico.

«Il mio rapporto con la fede? Non ho mai capito che cosa sia. Mi è sempre sembrata una cosa buffa. (…) L’insistenza sulla “fede” che caratterizza il cristianesimo moderno non la capisco. Perché dovrebbe esserci qualcosa di positivo nel rinunciare ad avere sani dubbi? Perché dovrebbe esserci qualcosa di positivo nel rinunciare all’incertezza? Mi sembra che insistere sulla fede dia valore ad atteggiamenti spirituali che non ci fanno bene, come se una religione volesse difendersi» (Carlo Rovelli, La Lettura, 23/8/2020, p. 5).

Volendo, un cristiano o una cristiana potrebbero reagire a queste parole in chiave autocritica: quale idea del cristianesimo avremo mai comunicato, per rendere possibili un fraintendimento così grossolano?

Oppure qualche veteroprotestante potrebbe rispolverare il più classico armamentario anticattolico: tutta colpa dell’autoritarismo dei preti e del dogma dell’infallibilità. Volendo, si potrebbe metterla così.

La questione, purtroppo, va al di là del livello di informazione religiosa del grande fisico teorico: essa riguarda un atteggiamento culturale.

Io però non credo di volerlo. La verità è che il prof. Rovelli elogia il dubbio, ma non si lascia nemmeno sfiorare dall’ipotesi che la sua caratterizzazione della fede cristiana sia insufficiente, cioè che non colga la realtà. La questione, purtroppo, va al di là del livello di informazione religiosa del grande fisico teorico: essa riguarda un atteggiamento culturale.

Se io dicessi al prof. Rovelli che tutto il suo interrogarsi sulla relatività è una “scoperta dell’acqua calda”, perché già mio nonno sapeva che “tutto è relativo”, presumo che egli riterrebbe inadeguata la mia presentazione dell’eredità einsteiniana e forse, nonostante la sua personale cortesia, riterrebbe opportuno invitarmi a un’informazione migliore, oppure a parlar d’altro, o anche entrambe le cose.

Ebbene, a mio parere l’opinione di Rovelli sulla fede cristiana, in particolare nel suo rapporto col dubbio, non è più accurata dell’interpretazione di Einstein alla luce del pensiero di mio nonno.

Naturalmente, Rovelli o chiunque altro può facilmente individuare espressioni fanatiche della fede, cristiana e non: la madre degli sciocchi è sempre incinta e partorisce indifferentemente credenti ed atei.

La realtà storica del cristianesimo, tuttavia, legittima il dubbio (appunto) che chi crede si interroghi in profondità sulla propria fede, che quest’ultima non inibisca affatto il pensiero critico, bensì lo stimoli, che la riflessione atea sia presa in serissima considerazione nelle chiese, e che libri come quelli di Rovelli siano parte integrante della biblioteca di una persona cristiana del XXI secolo culturalmente interessata.

La realtà storica del cristianesimo, tuttavia, legittima il dubbio (appunto) che chi crede si interroghi in profondità sulla propria fede, che quest’ultima non inibisca affatto il pensiero critico, bensì lo stimoli.

L’idea del credere come convinzione di possedere un kit di certezze incrollabili su questo mondo e quell’altro, accomuna i peggiori fondamentalismi e una critica antireligiosa del tipo di quella qui presentata.

Nell’attuale temperie culturale, però, una persona, meglio se scienziato, può affermare in materia religiosa quel che gli pare senza avvertire il dovere del confronto con la realtà: in questo caso con ciò che chi professa la fede cristiana afferma a proposito di quanto egli o ella crede.

Non si può intervenire nel dibattito culturale senza avere idea di chi fosse Stephen Hawking, mentre si può benissimo sentenziare sulla fede senza associare alcunché al nome, che so, di Dietrich Bonhoeffer o a quello di Hans Küng (sempre a proposito di fede e dubbio).

Il risultato è una banalizzazione dell’esperienza cristiana che sconfina nell’insulto, ancor più grave perché, direttamente o meno, legittimato dal prestigio della scienza e dei suoi rappresentanti.

Si tratta di un fenomeno su vasta scala: la cultura critica, che ha nel pensiero scientifico la propria punta di diamante, tende a delegittimare la consistenza culturale dell’esperienza cristiana; specularmente, i settori religiosi (e, paradossalmente ma non troppo, anche “laici”) più reazionari coltivano un fondamentalismo indecente dal punto di vista culturale e pericoloso a livello socio-politico.

Quanti osano pensare da credenti e credere pensando sono emarginati sia
dagli uni, sia dagli altri.

Naturalmente non saranno denunce come quelle del sottoscritto a scalfire una situazione consolidata: semplicemente, è bene che essa sia riconosciuta, nelle chiese e fuori.

[pubblicato su Confronti 10/2020]

Fulvio Ferrario

Fulvio Ferrario

Professore di Teologia sistematica e decano della Facoltà valdese di teologia di Roma

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