Home Dai lettori L’insegnamento della religione oggi

L’insegnamento della religione oggi

by Giovanna Mozzillo

di Giovanna Mozzillo. Scrittrice

Quello di cui mi accingo a scrivere è un argomento sul quale ho molto lavorato al tempo in cui mi occupavo di politica scolastica, e cioè la necessità che nelle scuole italiane la “Storia delle religioni” prenda finalmente il posto della discussa “Ora di religione” voluta dal Concordato. Perché ho usato un termine estremo come “necessità”? Perché tra l’insegnamento della religione e la  scuola in quanto tale esiste un’incompatibilità che dovrebbe apparire evidente a tutti, in quanto la scuola si propone di fornire un metodo critico da applicare sistematicamente a ogni contenuto, mentre l’insegnamento della religione, almeno qual è generalmente inteso, si fonda sulla comunicazione e accettazione di certezze assolute, non analizzabili criticamente.

L’introduzione della storia delle religioni avrebbe sanato questo “conflitto di interessi”, curando quella carenza di consapevolezze e problematicità che tanti guasti ha prodotto nella nostra vita associata e arricchendoci di stimoli intellettuali e morali da cui credenti e non credenti sarebbero stati aiutati a viver le proprie scelte in maniera più responsabile. Erano ragioni validissime, direi inconfutabili, ma l’intento non venne raggiunto, probabilmente perché nessuna forza politica fu disposta a scendere in campo per ottenerlo.

Adesso però è giunta l’ora di rilanciare la battaglia, perché alle sempre valide motivazioni del passato si aggiunge la drammatica realtà della risorta intolleranza fondamentalista e delle stragi che essa non cessa di provocare. Un contesto in cui la storia delle religioni, se il suo insegnamento fosse praticato su scala ampia, potrebbe avere effetto salvifico, perché chiarirebbe come le fedi nascano tutte dalle stesse esigenze, rispondano tutte agli stessi timori e alle stesse speranze, e in fondo venerino tutte, sia pure in forme diverse, lo stesso dio.

Un contesto in cui la storia delle religioni, se il suo insegnamento fosse praticato su scala ampia, potrebbe avere effetto salvifico, perché chiarirebbe come le fedi nascano tutte dalle stesse esigenze, rispondano tutte agli stessi timori e alle stesse speranze, e in fondo venerino tutte, sia pure in forme diverse, lo stesso dio.

Consentendoci quindi di capire l’assurdità della diffidenza, dell’odio e delle lotte reciproche, e mostrandoci come,  qualunque fede pratichiamo,  a tutti affratellarci  di fronte al mistero siano lo stesso incanto e lo stesso timore. In tal modo la scuola diventerebbe promotrice di comprensione e solidarietà tra i popoli e farebbe ammenda per i lutti e gli strazi provocati nel secolo scorso dai “cattivi maestri” che dalle loro cattedre hanno contribuito a instillare nei giovani il disprezzo per gli altri e la convinzione che fosse lecito, e anzi “eroico”, aspirare a sopraffarli e sottometterli.

Certo: ottenere la riforma del Concordato è impresa ciclopica, che tuttavia forse diventerebbe meno ardua se si riuscissero a proporre all’opinione collettiva i termini del problema nella loro effettiva centralità (risultato che in passato non fu raggiunto, perché si insistette quasi esclusivamente sull’esigenza di non discriminare gli studenti non credenti o appartenenti a altre confessioni, e questa esigenza, pur essendo sacrosanta, finì col far perdere di vista il punto essenziale). E se fossero rassicurati quanti temono che l’introduzione della storia delle religioni al posto dell’insegnamento della religione cattolica possa attentare alla nostra tradizione di cultura religiosa e intiepidire la nostra religiosità.

Bisognerebbe trovare il modo di spiegare, senza offendere la sensibilità di nessuno, che non è così, e che anzi è vero il contrario: perché la cultura religiosa degli italiani spesso si limita agli aspetti esteriori del culto (quante volte nel ruolo di docente mi è capitato di imbattermi in ragazzi appartenenti a famiglie cattolicissime che tuttavia non sapevano (e, studiando la Riforma, scoprivano con stupore) in che consista la differenza tra il cattolicesimo e le altre confessioni cristiane, e quindi cosa significasse il loro stesso dichiararsi cattolici (e, se non lo sapevano, era perché anche i genitori lo ignoravano).

Studiare, insieme alla storia degli altri culti, la storia del cristianesimo e del cattolicesimo, e quindi la storia del nostro modo di esser cristiani e cattolici e dell’influenza che tal modo di essere ha avuto sul nostro costituirci in stato e comunità, rappresenterebbe per un popolo come il nostro che, sebbene ricco di eccellenze, è da sempre refrattario all’analisi e all’autoanalisi, una terapia efficacissima.

Quanto poi  alla nostra religiosità, non corre rischio di intiepidirsi per la ragione che, lasciatemelo dire, spesso è già piuttosto tiepida e abitudinaria. Sicché forse entrambe, questa tiepida religiosità e questa epidermica cultura religiosa, uscirebbero vitalizzate e sostanziate proprio da una laicizzazione della scuola (ma, attenzione, laicità non vuol dire ateismo!) che proponesse ai giovani l’esperienza di una riflessione approfondita sul rapporto tra gli italiani e la fede. Infatti studiare, insieme alla storia degli altri culti, la storia del cristianesimo e del cattolicesimo, e quindi la storia del nostro modo di esser cristiani e cattolici e dell’influenza che tal modo di essere ha avuto sul nostro costituirci in stato e comunità, rappresenterebbe per un popolo come il nostro che, sebbene ricco di eccellenze, è da sempre refrattario all’analisi e all’autoanalisi, una terapia efficacissima. Perché, acquistando coscienza di sé e conseguente maturità, una società cresce, e, quando cresce, cresce, volente o nolente, in tutte le sue componenti, laiche o cattoliche che siano. E acquista il senso degli obblighi connessi con l’esser laici e di quelli connessi con l’esser cattolici. Che poi, nella maggioranza dei casi, coincidono, e significano rispetto:  di sé e del prossimo. 

Insomma, qui non si tratta di una battaglia settoriale o di parte, ma di una battaglia la cui  finalità è etica ed intellettuale e che dovrebbe esser condivisa e sostenuta da tutte le persone “di buona volontà”. Affinché il trauma che in questo imprevedibile inizio di millennio abbiamo subito vedendo riapparire incubi che credevamo per sempre sconfitti si possa trasformare in stimolo a eliminare (o almeno a tentar di eliminare) i fatali equivoci che da millenni, rinnegando la dignità dell’altro, finiscono col farci rinnegare anche la dignità di noi stessi.

Giovanna Mozzillo

Giovanna Mozzillo

Scrittrice

Abbonati ora!

Solo 4 € al mese, tutta Confronti
Novità

Seguici sui social

Articoli correlati