Home CulturaLibri Un’altra via per la Cambogia. Il racconto giornalistico a fumetti di Takoua Ben Mohamed

Un’altra via per la Cambogia. Il racconto giornalistico a fumetti di Takoua Ben Mohamed

by Takoua Ben Mohamed

di Takoua Ben Mohamed. Graphic journalist.

(Intervista a cura di Valeria Brucoli)

Takoua Ben Mohamed, graphic journalist e sceneggiatrice italo-tunisina, disegna e scrive storie a fumetti su tematiche sociali per la promozione del dialogo interculturale ed interreligioso. Fondatrice del progetto online Il fumetto intercultura, è autrice del catalogo Woman Story e dei libri a fumetti pubblicati da Becco Giallo Sotto il velo (2016), La Rivoluzione dei Gelsomini (2018), e Un’altra via per la Cambogia (2020). Nel 2019 ha prodotto il docufilm Hejab Style per Al-Jazeera Documentary Channel, trasmesso dall’emittente nel 2020.

Un’altra via per la Cambogia è il racconto di un viaggio, che parte dall’Italia per raggiungere il Sud-est asiatico e raccontare la storia poco nota della migrazione dalla Cambogia alla Thailandia.

Qual è il punto di partenza e quello di arrivo di questa avventura?

Questo viaggio nasce da una proposta che ho ricevuto un anno fa da We World, in cui mi chiedevano di seguirli in Cambogia per poi realizzare una graphic novel che documentasse il lavoro delle volontarie europee in quei luoghi. La maggior parte delle candidature arrivano infatti da ragazze molto giovani, nella stragrande maggioranza italiane, un dato di cui l’Italia dovrebbe andare molto orgogliosa. Sono stata molto contenta di questa proposta perché volevo rivoluzionare il mio lavoro e uscire da un contesto di racconto personale, ma non avevo la possibilità di farlo da sola. Oltretutto, pur essendo già stata in altri Paesi del Sud-est asiatico, non sapevo molto della Cambogia e sono partita con un bagaglio di pregiudizi e paure da smontare, perché non sapevo cosa aspettarmi, invece quando sono arrivata sono rimasta sorpresa dalla cordialità delle persone, soprattutto dei beneficiari dei programmi di We World, che mi hanno raccontato la loro storia senza mai mostrare diffidenza nei miei confronti. Durante il viaggio mi ha molto sorpreso il percorso che ha fatto l’aereo, che ha accuratamente evitato di sorvolare i Paesi in cui c’erano dei conflitti, e vedere il mondo dall’alto, cambiando la mia prospettiva, mi ha fatto riflettere. La maggior parte delle persone che viaggiavano con me andavano a visitare la Cambogia “turistica” o la Thailandia, e questo mi ha fatto pensare che forse molti di loro non hanno la consapevolezza di quello che accade realmente in questi Paesi. Mi riferisco in particolar modo alla condizione delle donne coinvolte nella prostituzione, di cui non si conosce la provenienza né l’età – spesso si tratta di minorenni – né tanto meno se sono vittime di violenza o costrette a prostituirsi sotto minaccia. La Thailandia infatti è spesso meta di turismo sessuale, e coloro che ne usufruiscono (soprattutto uomini da Francia e Italia), non si interrogano su ciò che provano le ragazze che si prostituiscono. Questo viaggio mi ha permesso di vedere con i miei occhi quello che avevo solo sentito dire e mi ha rivoluzionata dall’interno. Perché quando vedi e tocchi qualcosa che prima era lontano, cambi non solo il modo di pensare e di interagire con le persone, ma anche quello viaggiare.

Perché quando vedi e tocchi qualcosa che prima era lontano, cambi non solo il modo di pensare e di interagire con le persone, ma anche quello viaggiare.

Quali sono le difficoltà di raccontare per immagini un fenomeno così drammatico e di cui si sa così poco?

La difficoltà deriva dalla scelta di non mostrare immagini troppo violente e molto intime. Ho preferito piuttosto mostrare i volti di queste persone e metterli nella posizione di essere i narratori della loro storia. Tra questi ho incontrato anche dei bambini. Visitando alcune scuole nelle zone rurali nel nord della Cambogia ho raccolto il racconto dei nonni e dei genitori che mi hanno parlato di come lì da loro l’infanzia sia di fatto negata a molti bambini e bambine a causa della diffusa violenza e del traffico di organi e di sangue di cui proprio i più piccoli sono oggetto. Si tratta di storie perlopiù sconosciute, perché le vittime di tali atrocità o sono morte o rinchiuse in istituti.
La maggior parte delle immagini sono in origine fotografie fatte da me in luoghi che ho visitato, a parte alcune eccezioni. Anche i personaggi rappresentati sono veri, sono persone che ho incontrato, non frutto della mia immaginazione. In alcuni casi però, come nel mio lavoro precedente, La rivoluzione dei gelsomini, ho scelto di non mostrare alcune cose, e inserire al posto di immagini troppo violente una pagina completamente nera con al centro una parola o una frase significativa, che arriva al lettore come una coltellata. Secondo me anche una pagina nera può dire molto e ci sono scene che non hanno bisogno di essere illustrate, per vederle basta affidarsi al potere dell’immaginazione.

Ho scelto di non mostrare alcune cose, e inserire al posto di immagini troppo violente una pagina completamente nera con al centro una parola o una frase significativa, che arriva al lettore come una coltellata.

Qual è la cosa che ti ha più colpita in questo tuo viaggio?

Sicuramente il ruolo dei
cosiddetti social ambassador, perché hanno vissuto in prima persona le cose che racconto, per poi tornare in Cambogia, fare un percorso psicologico di auto-ripresa, assumere il ruolo di volontari e andare nei villaggi a raccontare la propria esperienza a chi vorrebbe andare in Thailandia, mettere in guardia dai trafficanti, e spiegare la differenza tra un passaporto vero e uno falso, la documentazione necessaria e i diritti dei lavoratori. Tutto questo non solo è straordinario, ma è anche un lavoro indispensabile, perché sentirsi dire cosa fare da qualcuno che arriva dall’Europa ha inevitabilmente dei limiti di fiducia, mentre ascoltare qualcuno che potrebbe essere un vicino di casa ha un impatto completamente diverso sulle persone. Un’altra cosa che non mi aspettavo è stata la presenza di molti musulmani cambogiani. Però rispetto alle storie che ho sentito sulla Birmania e sui conflitti in India tra induisti, buddisti e musulmani in India, ho trovato la Cambogia un Paese molto pacifico e questo mi ha sorpreso molto positivamente.

Come sei riuscita ad integrare dei punti di vista così diversi all’interno della stessa narrazione?

Sono partita raccontando l’inizio del mio viaggio, da quando ho fatto le valigie fino al mio arrivo in Cambogia e ai problemi che ho avuto con il passaporto. Perché il traffico di esseri umani è un racconto di viaggio e di viaggi, di persone truffate a cui hanno dato documenti falsi, oppure che non sanno come si fa un passaporto o che ne hanno uno svantaggiato rispetto ad altri. Una questione che ho messo in luce mostrando il mio passaporto tunisino, sottolineando quanto sia più vantaggioso avere un passaporto europeo. Nel Sud-est asiatico c’è solo Singapore che ha uno dei passaporti più vantaggiosi al mondo, anche più di quello europeo, ma Singapore è un altro mondo rispetto ai Paesi che ha intorno, è molto sviluppato e ha un’economia molto forte.
Credo che la gente non si renda conto del valore del passaporto e questo non permette loro neanche di giudicare adeguatamente coloro i quali attraversano il Mediterraneo per raggiungere l’Europa rischiando la vita sui barconi, perché in molti casi gli è stato negato il visto. Gli europei per esempio possono andare in Tunisia acquistando semplicemente il biglietto, mentre i tunisini per venire in Europa devono fare un visto. Di queste differenze non ci si rende conto se non si vive l’esperienza in prima persona, perché a volte basta un pezzo di carta a dimostrare che anche se crediamo di essere tutti uguali, in effetti non lo siamo, ed è tutto collegato all’economia e alla geopolitica. Purtroppo chi vive nei Paesi più fortunati non si rende conto di queste differenze.
In Cambogia per esempio ci sono delle agenzie che aiutano la gente a fare le procedure per ottenere il passaporto in modo legale, ma spesso si tratta di truffe e dopo aver preso i soldi dai malcapitati svaniscono nel nulla. Se un cambogiano vuole fare un passaporto o un permesso di lavoro per vie legali gli costa troppo rispetto al tenore di vita in Cambogia, e i tempi di attesa sono molto lunghi. Un trafficante invece costa dieci volte meno, fornisce il passaporto in tempi brevi e, nei casi più fortunati, fa passare le persone in zone non controllate dalla polizia di frontiera di entrambi i Pesi. Ma di tutto questo in Europa non si sa nulla e non se ne parla.

Sono partita raccontando l’inizio del mio viaggio, da quando ho fatto le valigie fino al mio arrivo in Cambogia e ai problemi che ho avuto con il passaporto. Perché il traffico di esseri umani è un racconto di viaggio e di viaggi, di persone truffate a cui hanno dato documenti falsi, oppure che non sanno come si fa un passaporto o che ne hanno uno svantaggiato rispetto ad altri.


Che impatto ha l’immagine nel racconto giornalistico a fumetti? A tuo parere semplifica o amplifica la narrazione?

Semplifica nel senso che di solito queste tematiche sono raccontate in ambienti molto specializzati, come il mondo del giornalismo o quello accademico, che usano un linguaggio complesso, tagliando fuori coloro i quali sarebbero potenzialmente interessati a saperne di più, ma che non comprendono questo linguaggio. In questo senso il graphic journalism rende accessibile un’informazione di base, perché il fumetto non mira a dare un’informazione completa, ma le basi sulle quali approfondire autonomamente. Inoltre il fumetto rende queste informazioni accessibili a tutte le fasce d’età. Gli ultimi due lavori che ho pubblicato sono stati pensati anche per ragazzi, non per i bambini più piccoli perché potrebbero essere troppo violenti e difficili da comprendere. Invece i ragazzi delle scuole medie e superiori, che di solito non leggono i giornali e non guardano la tv, posso accedere in questo modo a determinate informazioni che non avrebbero altrimenti. Uno degli obiettivi è portare questo libro nelle scuole insieme all’organizzazione We World ed è per questo che ho cercato di semplificare il linguaggio, proprio per dare più strumenti a chi non ne ha o a chi, pur essendo interessato ai fumetti, non si avvicina facilmente a queste tematiche. Spero che questo lavoro aiuti più persone possibili ad acquisire informazioni utili.

Che impatto pensi che abbia il graphic journalism sulla coscienza dei lettori?

In questo caso lo sto ancora sperimentando, ma i lavori precedenti hanno avuto un grande impatto sulle persone, tanto che in molti mi hanno scritto, anche per un fumetto più semplice come Sotto il velo, dicendo che li aveva spinti a interessarsi a tematiche come il razzismo e a portare questi temi sui loro canali social. Per esempio, Persepolis di Marjane Satrapi ha avuto un grande impatto sulle persone e le ha aiutate a sensibilizzarsi e a conoscere un mondo lontano, così come hanno fatto con me Kurdistan, dispacci dal fronte iracheno o Dossier TAV di Claudio Calia, permettendomi di conoscere realtà che non conoscevo, di cui avevo sentito parlare ma che non avevo mai approfondito.

Quali altri viaggi, sia reali che artistici, ti attendono? Che progetti hai in cantiere per il prossimo futuro?

Visto che siamo in tempi di Coronavirus è difficile viaggiare, ma sto lavorando a un libro per Rizzoli che parla di una del fascismo tra i banchi di scuola e parte dalla storia, che ho raccontato spesso, del mio ex-compagno di banco, con cui siamo passati da odiarci a essere migliori amici nonostante avessimo idee diverse. La storia racconta come lui sia andato oltre i suoi ideali e anche io grazie a lui sia cambiata, aprendomi e imparando il senso del dibattito. Certo molte cose sono cambiate rispetto a quando andavo a scuola, perché adesso le nuove generazioni sono più abituate a convivere con etnie e religioni diverse, ma c’è ancora tanto lavoro da fare, soprattutto con gli insegnanti, che non sempre sono sensibili alla diversità che c’è tra i loro alunni. Spero che il mio lavoro possa aiutare anche loro a superare i pregiudizi e a stimolare un dibattito costruttivo nella scuola.

Takoua Ben Mohamed

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