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Omaggio a Guru Gobind Singh, un libro dedicato al decimo e ultimo guru dei sikh

by Francesca Bellino

di Francesca Bellino. Giornalista e scrittrice

Guru Gobind Singh è stato il decimo e ultimo guru dei sikh. È stato il vero organizzatore della quotidianità dei sikh in quanto comunità religiosa e politico-militare. La sua vita di guerriero e poeta, dotto e rivoluzionario, idealista e intrepido, contrario al sistema delle caste e desideroso di giustizia, pacifico ma costretto a difendere la sua gente dai persecutori, è una storia d’avventura e di coraggio che grazie alla casa editrice fuorilinea oggi è fruibile anche dai lettori italiani.

S’intitola Omaggio a Guru Gobind Singh il libro appena uscito in Italia a firma dello scrittore indiano Kushwant Singh, già noto nel nostro paese per vari titoli tra cui la monumentale Storia dei Sikh e i romanzi La compagnia delle donne e Delhi (entrambi pubblicati da Neri Pozza) e Quel treno per il Pakistan (Marsilio), storia dedicata alle tragiche conseguenze della Partizione tra India e Pakistan del 1947 di cui è stato testimone diretto.

In Omaggio a Guru Gobind Singh Kushwant Singh racconta l’esistenza e gli insegnamenti del guru che ha combattuto la sua battaglia per il bene (dhaema yug), ancora oggi una figura centrale per i credenti sikh. Il testo, tradotto da Cecilia Bisogni, è stato ben accolto dalla grande comunità italiana – la seconda in Europa dopo quella inglese –, felice di poter disporre di un libro in lingua italiana, utile anche ai molti giovani di seconda generazione per i quali l’italiano è lingua madre.

La comunità di indiani di religione Sikh in Italia è nota per essere laboriosa e pacifica, ma pochi conoscono la storia del sikhismo, religione peraltro non riconosciuta dallo Stato italiano.

La comunità dei sikh è stata fondata in Punjab da Nanak (1469-1538), uomo religioso che si proponeva di unire indù e musulmani in un’unica fede monoteista, ma è stato Guru Gobind Singh a mettere le basi dell’organizzazione della vita dei sikh praticata fino a giorni nostri. «Guru Gobind Singh liberò lo spirito di un popolo che da secoli viveva nell’apatia e nella rassegnazione» scrive Kushwant Singh. 

Guru Gobind Singh liberò lo spirito di un popolo che da secoli viveva nell’apatia e nella rassegnazione.

Lo scrittore, scomparso nel 2014, ci racconta il momento in cui il decimo e ultimo guru radunò un gran numero di persone nell’aprile del 1699 e li consacrò membri della comunità (khalsa) attraverso una cerimonia di iniziazione (charan paul) che prevedeva che gli iniziati bevessero acqua in cui il guru aveva immerso la punta del piede in segno di umiltà. Per infondere loro una nuova fiducia e porre tutti su un piano di uguaglianza, inoltre, diede agli uomini il diritto di portare il titolo di Singh (leone) – nome tradizionale delle famiglie dei principi Rajput e degli influenti guerrieri kshatriya – e alle donne il titolo di Kaur (leonesse). 

Stabilì, inoltre, dei segni esterni per rendere riconoscibile la sua comunità. Chiese a tutti di portare sempre con sé i cinque simboli della Khalsa (le cinque K): i Kes, capelli e barba incolti; il Khanga, un pettine di legno o di avorio da inserire nello chignon per fermare i capelli sotto il turbante e tenerli ordinati; il Kara, un braccialetto d’acciaio da indossare al polso destro, una sorta di amuleto; il Kach, pantaloni corti stretti al ginocchio; e il Kirpan, un coltello d’acciaio. L’acciaio era simbolo di forza e spartana semplicità. 

Prima di morire assassinato, il 7 ottobre 1708, dichiarò estinta la serie di guru terreni e proclamò come unico guru il libro sacro, il Guru Granth Sahib, rappresentante di Dio sulla terra, un’opera monumentale al momento ancora non tradotta in lingua italiana. «Colui che vorrà conoscere il mio pensiero dovrà leggere il Granth» disse ai suoi discepoli prima di spirare. 

Il Guru Granth Sahib si trova custodito di solito solo nelle Gurdwara, gli edifici di culto del sikhismo. In Italia ce ne sono una quarantina. Chi decide di tenerne una copia nella propria abitazione deve destinargli una stanza specifica per preservarne la sacralità e la purezza.  

«Ho deciso di tradurre e pubblicare Omaggio a Guru Gobind Singh per il suo valore storico e letterario, ma anche per un debito di gratitudine che ho nei confronti di una famiglia sikh conosciuta negli Anni ‘70, quando da ragazzo frequentavo la British School di Nuova Delhi. Frequentai la casa dei tre fratelli Singh in seguito alla morte di mio padre nel 1977. Avevo 12 anni e Mr Gurdial Singh mi accolse come un figlio. Da loro ho imparato a conoscere i sikh, la generosità e il senso di fratellanza universale» racconta Franco Esposito, fondatore della casa editrice fuorilinea, nata nel 2009 per proporre testi provenienti da mondi apparentemente lontani.

Ho deciso di tradurre e pubblicare Omaggio a Guru Gobind Singh per il suo valore storico e letterario, ma anche per un debito di gratitudine che ho nei confronti di una famiglia sikh conosciuta negli Anni ‘70.

La copertina del volume è stata disegnata dall’artista Darshi Singh, vedova di Gurdial, che è anche presidente della Gurdial Singh Foundation, ente morale privato che eroga borse di studio a ragazzi bisognosi.

Il libro è introdotto dal sociologo e ricercatore
Marco Omizzolo che da molti anni è in prima linea nella lotta per i diritti, troppo spesso calpestati, dei sikh che, specialmente nella zona dell’Agro-pontino, hanno salvato l’agricoltura e l’industria casearia con il loro instancabile impegno quotidiano. 

Francesca Bellino

Francesca Bellino

Giornalista e scrittrice

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