Home Geopolitica Yitzhak Rabin, 25 anni fa. E oggi?

Yitzhak Rabin, 25 anni fa. E oggi?

by Giorgio Gomel

di Giogio Gomel. Economista, è membro dell’Istituto Affari Internazionali (IAI), del Comitato direttivo di Jcall-Italia e dell’organizzazione Alliance for Middle East Peace

L’assassinio di Yitzhak Rabin, Primo ministro di Israele, nel novembre 1995 fu un trauma enorme nella coscienza di sé del Paese perché disvelò un substrato di fanatismo e di predicazione della violenza contro gli accordi di pace di Oslo firmati due anni prima dal governo di Israele e dall’Organizzazione per la liberazione della Palestina. Le radici di quell’azione omicida erano in una perversione integralista dell’ebraismo che faceva dei luoghi sacri e delle tombe degli avi oggetti di culto e negava il principio della spartizione della terra con non ebrei. In quei giorni nefasti Israele e gli ebrei del mondo scoprirono che l’integralismo – sottovalutato, coperto, anche dopo la strage di musulmani in preghiera nella moschea di Hebron nel 1994 da parte di Baruch Goldstein, un estremista ebreo americano – non era un prodotto esclusivo di un nemico esterno e virulento – l’Islam – ma corrompeva anche una parte del mondo ebraico fino al punto di arrogarsi, come in una missione trascendente, il diritto-dovere di uccidere nel nome di Dio.

La violenza delle manifestazioni di piazza contro gli accordi di Oslo nel corso del 1995, l’incitamento all’odio e all’omicidio, le stesse immagini di Netanyahu, allora fra i leader dell’opposizione che arringa la folla urlante in piazza di Gerusalemme, sono illustrate in modo anche visivamente pregnante nei film documentaristici di Michael Karpin e Amos Gitai.

L’ideologia del sionismo religioso, assolutamente minoritaria agli inizi dell’immigrazione ebraica in Palestina e nei primi anni di Israele fino agli anni Settanta, divenne importante come fenomeno politico-culturale, con un’impronta via via più radical-nazionalista, sull’onda dell’euforia della vittoria nella guerra del ’67 e della conquista dei luoghi sacri dell’ebraismo (Gerusalemme, Hebron). Essa ha offerto ai coloni che via via si insediarono nella Cisgiordania occupata, sollecitati in ciò e protetti dai governi succedutisi al potere nel Paese, il fondamento teologico della loro azione. Combinando nazionalismo militante e integralismo religioso, quell’ideologia predica l’integrità e sacralità della Terra di Israele biblica promessa da Dio agli ebrei e riservata al loro possesso esclusivo. Su questo credo il sionismo religioso fonda la sua opposizione ad ogni compromesso politico con i palestinesi che comporti la spartizione di quella piccola terra contesa fra due popoli e la coesistenza di due stati sovrani, Israele e Palestina. 

Si osservi che dal punto di vista politico-sociale, l’influenza che quell’ideologia e i movimenti che ad essa si ispirano esercitano sulla società e le sue istituzioni è oggi imponente. Mentre gli “ultraortodossi”, pur in numero crescente per l’elevato tasso di fertilità – circa il 15 per cento degli ebrei israeliani e il 12 della popolazione complessiva del Paese – sono distanti dalle istituzioni del Paese, in larga parte poveri e socialmente marginali, i “nazional-religiosi” (così detti i sionisti religiosi nel linguaggio corrente) sono pienamente integrati nel sistema di potere del Paese: nel Parlamento e nel governo, in posizioni eminenti nell’esercito e di recente anche nella Corte suprema.

Come lo scrittore Amos Oz profeticamente asseriva già nel 1983, «…dal punto di vista ebraico quella dei coloni è una concezione integralista, semplicistica e monomane: una concezione che tende a ridurre l’ebraismo a religione soltanto, a ridurre la religione a culto e il culto a un unico oggetto: l’intera terra di Israele. Per me, il basare l’ebraismo su un solo aspetto significa retrocedere di molti passi». (Amos Oz, In terra di Israele, Marietti). 

Figli e nipoti di quell’ideologia, spesso formatisi in scuole rabbiniche, popolano gli insediamenti più militanti in Cisgiordania, si oppongono in forme anche violente allo sgombero di insediamenti edificati su terreni di proprietà privata di palestinesi fino a reagire alle decisioni in tal senso della Corte suprema con spedizioni punitive contro i loro vicini palestinesi, estirpando ulivi, incendiando le loro case o profanando moschee. Alcuni movimenti fanatizzati (Tag mechir e i Giovani delle colline) giungono a predicare il rovesciamento del governo legittimo e l’instaurazione di uno stato fondamentalista retto dalla legge religiosa ebraica. Gli stessi servizi di sicurezza israeliani hanno esitato a lungo prima di risolversi a trattare la patologia maligna dell’estremismo ebraico come un pericolo per lo stato di diritto, i diritti umani e la democrazia in Israele, alla stessa stregua del terrorismo di matrice palestinese. Solo dopo atti ripetuti di vandalismo contro luoghi di culto musulmani e cristiani e l’omicidio di una famiglia palestinese nell’estate del 2015, l’azione repressiva delle autorità si è fatta più energica. Nelle scorse settimane è stata emanata la sentenza durissima contro gli assassini di allora.

Rabin comprese i limiti della forza militare e l’esigenza irrinunciabile di un compromesso per giungere alla pace con i vicini palestinesi e gli stati arabi. Comprese appieno il legame fra sicurezza strategica per il suo Paese e una condizione di pace e buon vicinato. Comprese che è vano e autodistruttivo dominare e domare un altro popolo, cui sono negati i diritti nazionali e la legittima ambizione all’indipendenza. La filosofia ispiratrice degli accordi di Oslo del 1993 nasceva proprio dal riconoscere che il diritto degli israeliani alla pace, ad un’esistenza finalmente legittima e sicura nel Medio oriente, non poteva prescindere da quello dei palestinesi ad uno stato indipendente degno di questo nome. 

Concludo con un ricordo quasi personale quanto Rabin scrisse al Gruppo Martin Buber-Ebrei per la pace – un’associazione di ebrei italiani attiva dalla fine degli anni ’80 in difesa della soluzione “a due stati” del conflitto israelo-palestinese – nel gennaio 1995 in risposta agli auguri che gli porgevamo per l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace: «La pace non è l’impresa di una persona sola, ma di molti. Lo sforzo di realizzare il sogno di vivere in pace è il nostro lascito ai nostri figli, palestinesi e israeliani… Sono fiducioso che attraverso il dialogo e la cooperazione i nostri due popoli supereranno gli ostacoli posti da coloro che si oppongono alla coesistenza e che potremo conseguire gli ideali del Premio Nobel».

Ph.© SAAR YAACOV: GPO, 10/12/1994 / Creative Commons

Giorgio Gomel

Giorgio Gomel

Economista, è membro dell’Istituto Affari Internazionali (IAI), del Comitato direttivo di Jcall-Italia e dell’organizzazione Alliance for Middle East Peace.

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