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Iran, tre nodi per mesi caldissimi

by Enrico Campofreda

di Enrico Campofreda Giornalista e scrittore

Sull’emerita salma di Mohsen Fakhrizadeh, fino al giorno dell’attentato letale guida, se non suprema oggettivamente centrale, del nucleare iraniano, pendono almeno tre nodi irrisolti del presente geopolitico della Repubblica Islamica.

Il primo: lo squilibrato “equilibrio internazionale”, che ha già lacerato l’Iran con l’assassinio del generale Soleimani. Al suo omicidio Teheran ha deciso di non rispondere, le scaramucce su ambasciata e obiettivi minimi statunitensi in terra irachena sono state, appunto, schermaglie. Ma i quaranta giorni di permanenza dello staff trumpiano nella Casa Bianca potrebbe riservare ancora buie sorprese alla terra sciita, mentre nell’incognita di quale sarà l’approccio di Biden con lo sgradito Paese mediorientale le ferite all’economia sanzionata grondano sangue dagli strati sociali più esposti. Inflazione monetaria e disoccupazione proseguono inesorabili e, alle ulteriori restrizioni contro una ventina di banche iraniane sancite nello scorso ottobre dalla presidenza americana, s’aggiungono il crollo del petrolio e le difficoltà sanitarie della pandemia riverberate sull’attività di categorie centrali nella vita della nazione come i bazari. Per ultimo in queste ore circolano voci sull’aggravarsi della malattia di Khamenei. Il sistema dovrebbe cercare una nuova Guida Suprema, che alcuni indicano nel figlio Mojtaba, ma il candidato più favorito è il capo della magistratura, Ebrahim Raisi.

Il secondo nodo si lega proprio alla linea da contrapporre alle sanguinarie azioni nemiche. Moderati e pragmatici sostengono una dignitosa lontananza dall’escalation della risposta “colpo su colpo”, da alcuni giorni il presidente Rohani non intende applicare la norma decisa da un Parlamento a maggioranza conservatrice di bloccare i controlli degli ispettori Aiea.

Passo collegato a una ripresa dell’arricchimento dell’uranio fino alla soglia del 20% (finora non superava il 4,5%) in virtù della mancata cancellazione delle sanzioni economiche contro il Paese e “reazione morbida” all’ultimo assassinio subìto. Invece i falchi meditano vendette, il presidente del Majles (l’Assemblea consultiva islamica, definito anche come parlamento iraniano), Mohammad Qalibaf, ha reclamato una “reazione forte” dello Stato; Hossein Dehghan, consigliere della Guida Suprema, lancia la tempestosa: «Piomberemo come tuoni sulla testa dei responsabili dell’omicidio di questo martire». Eppure i due proclami appaiono più utili alla propaganda che ciascuno inizia a farsi per le presidenziali di giugno, che minacce da attuare a breve.

L’unica certezza è l’oggetto dell’avvertimento: Israele, da più parti indicato come il regista e l’esecutore dell’assassinio del noto professore, tramite il braccio armato del Mossad. Qui subentra il terzo nodo, di cui discutono gli analisti, e pure la cittadinanza iraniana, laica o clericale, riformista o ultraconservatrice, che non ama ingerenze esterne. E ora soffrendo d’una carenza di sicurezza si chiede come si sia potuta materializzare quest’ulteriore operazione paramilitare sul suolo patrio.

Una prima versione dell’assalto indicava un commando d’una dozzina di elementi dispiegati per far detonare l’autobomba, sparare sulla macchina condotta dallo stesso Fakhrizadeh e sulle due di scorta. Alcuni cecchini erano in auto, altri su moto. Poi è stata diffusa anche una tesi funambolica: i colpi sarebbero partiti da un mitra robotico piazzato su una vettura-civetta e azionato da chissà dove, un apparecchio che da terra ha funzionato come un drone. Ipotesi avvincente, ma tutt’altro che provata e diffusa da un’agenzia prossima ai Pasdaran, la struttura nata dalla Rivoluzione Islamica e cresciuta con la cosiddetta “gioventù del fronte” che ha salvato la nazione dalle mire espansionistiche di Saddam Hussein.

La milizia dei martiri sacrificatisi per la ‘creatura’ di Khomeini, che nei decenni ha costituito l’asse portante del potere degli
ayatollah sul versante della forza, venendone ripagata con lo strapotere economico di molte bonyad (fondazioni poste sotto il proprio controllo) e con una lobby divenuta partito politico. Eppure quest’apparato tanto potente nella regione, capace di sostenere nazioni e raggruppamenti alleati in Libano, Siria, Yemen, influente nella politica interna, non riesce a offrire garanzie di copertura del proprio territorio. La forza militare iraniana è indubbiamente cresciuta sul versante della tecnologia balistica di razzi e droni, però riguardo a software e cyber-strumenti, preparazione degli agenti sotto molteplici punti di vista, reti d’infiltrazione i Servizi statunitense e israeliano vantano margini di maggiore efficienza. 

A un’esperienza di lunga data aggiungono risorse considerevoli, ad esempio quando occorre finanziare operazioni in territorio nemico. Un sabotaggio è stato registrato nello scorso luglio all’impianto di Fordow, struttura sotterranea di arricchimento dell’uranio sita a 32 km dalla città santa di Qom. È il secondo impianto controllato dall’Organizzazione iraniana per l’energia atomica insieme alla centrale di Natanz. In un suo reparto s’è sviluppato un incendio seguìto a un’esplosione, un’azione rivendicata da sedicenti Ghepardi per la patria.

I servizi interni hanno riconosciuto responsabilità derivanti da una pirateria informatica. Anni fa un libro, scritto da cronisti che avevano prossimità con agenti del Mossad, rivelava come quest’agenzia per le proprie azioni non si fidava di usare “esterni”, però grazie a copiosi fondi pagava delatori; acquisiva case sicure dove vivere per mesi mentre venivano preparati e attuati i sabotaggi. I Servizi di Tel Aviv hanno una consolidata esperienza in assassini mirati. Fra la prima e la seconda Intifada palestinese la collaborazione fra Mossad e
Shabak portò all’uccisione nelle proprie abitazioni di comandanti militari di Hamas (Saleh Shehada), tecnici specializzati in ordigni esplosivi (l’ingegnere Ayyash), figure di spicco di quell’organizzazione politica (lo shaykh Yassin e Aziz Rantisi).

Proprio in Iran, ai tempi della dinastia Pahlavi, l’Intelligence israeliana godeva di coperture della Savak, successivamente i referenti del Mossad possono essere diventati i
Mujaheddin del popolo iraniano, un gruppo d’opposizione che virò verso il terrorismo. Nei decenni quest’organizzazione, sempre più distante dal suo programma politico rivoluzionario, ha goduto dei finanziamenti della Cia nei vari uffici sparsi all’estero, iniziando dal presidio parigino della leader Maryam Rajavi.

Proprio gli Stati Uniti, protettori d’una loro base operativa in Iraq (
camp Ashraf), ne hanno direzionato una parte nell’Albania americanizzata. Coinvolgendo l’Unhcr, alcune migliaia di miliziani sono finiti in un complesso vicino a Durazzo, Manëz. Mujaheddin o meno, chi aiuta i colpi d’Israele sa muoversi in terra iraniana e svergogna la “sicurezza” di Teheran. Fra i tre nodi presenti nell’irrisolto geopolitico e strategico iraniano questo risulta il più inquietante. 

Enrico Campofreda

Enrico Campofreda

Giornalista e scrittore

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