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Lanza Del Vasto

by Goffredo Fofi

di Goffredo Fofi. Scrittore, critico letterario e cinematografico, giornalista. Direttore della rivista Gli asini.

Nel libro Pellegrinaggio alle sorgenti Lanza del Vasto ha raccontato la sua esperienza che lo portò – nel suo “tentativo di diventare cristiano” – a soggiornare nell’ashram di Gandhi e a sviluppare una propria visione della nonviolenza.

Nel 1936 Lanza del Vasto – un giovane artista polivalente e benestante, un filo estetizzante e con qualcosa di dannunziano a detta di chi l’ha conosciuto in quegli anni, nato a San Vito dei Normanni da madre belga e padre siciliano, con vocazione di vagabondo e per qualche tempo parigino, romano e fiorentino, in un momento di crisi, di difficoltà nel suo “tentativo di diventare cristiano” – decise di visitare l’India e finì quasi per caso da Gandhi, vivendo per qualche settimana nel suo ashram.

Ha raccontato quest’esperienza in un libro che ebbe successo, Pellegrinaggio alle sorgenti, reperibile come molti altri suoi scritti nelle edizioni Jaca Book. Quell’incontro fu una svolta che lo portò a fondare nel sud della Francia una comunità autosufficiente sul modello di quella gandhiana che chiamò l’Arca.

Quell’incontro fu una svolta che lo portò a fondare nel sud della Francia una comunità autosufficiente sul modello di quella gandhiana che chiamò l’Arca.

A poca distanza da grandi centrali elettriche, un piccolo gruppo di nonviolenti di varia età e provenienza ha vissuto insieme dei prodotti della terra, tessendo i propri vestiti, seminando e raccogliendo il proprio frumento, fabbricando le proprie candele, costruendo i propri tavoli e letti in completa autonomia dal mondo circostante.

Tra di loro c’erano persone di varia fede unite da un messaggio che prendeva dal Cristo e da Gandhi e da altri rari profeti moderni (Lanza ha intrattenuto una assidua corrispondenza con Simone Weil).

Ha raccontato questa sua storia in un altro libro, che è insieme autobiografico-politico-filosofico-religioso, L’Arca aveva una vigna per vela, edito anch’esso da Jaca Book. Ma tra i suoi libri ce n’è uno che trovai per caso in Sicilia tanto tempo fa, ed era una preziosa plaquette di cui aveva curato lui stesso la stampa.

Conteneva l’originale e la sua traduzione in francese dell’antico pometto siciliano del tardo ‘500 La baronessa di Carini, della cui parte siciliana ricordo un verso, «Chianci Palermo, chianci Siracusa» (“Piangi Palermo, piangi Siracusa”) e, credo, l’ultima strofa: «Povera barunissa di Carini!». Narrava la tragica vicenda della nobile Laura Lanza di Trabia (un’antenata del Nostro?) innocente vittima della maschile malvagità.

Quando Lanza seppe delle azioni nonviolente di Dolci in Sicilia, gli scrisse e decise di prender parte a un nuovo digiuno, che stavolta Danilo volle in contemporanea in più comuni della provincia di Palermo, là dove avevamo amici e sodali, insieme a sua moglie (ribattezzata da lui Chanterelle, mentre lui si era ribattezzato Shantidas, un nome indiano il cui significato è “Servitore di Pace”) e un giovane e angelico seguace che era peraltro un frate cattolico.

Li andai a prendere al porto, all’alba, accompagnato da due o tre dei miei bambini di Cortile Casino, sulla nave che li portava da Napoli.

Era il 1956, l’anno dell’Ungheria, e vedendo affacciati alla prua quei tre tipi vestiti strani e Lanza con un grosso e nodoso bastone e una gran barba grigia (sì, un po’ di vanità gli era rimasta!) , ci fu chi gridò, dalla banchina: «Gli ungheresi! Gli ungheresi!», scambiandoli per i profughi in fuga di cui molto allora si parlava…

Li ospitai alla meno peggio nella baracca in cui allora abitavo e facevo scuola, e li portai poi a Partinico e a Trappeto, dove, ricordo, dopo che avevo cucinato per loro e per una banda dei nostri bambini, mentre lavando i piatti fischiettavo, Lanza mi fulminò gridandomi: «Chi fischia non pensa!». Mi sembrò, insomma, un po’ esagerato…

Shantidas e Chanterelle mi invitarono a passare del tempo con loro nell’Arca, ma io mi persi presto in altre avventure, non lo feci e oggi me ne rincresce, perché da quell’esperienza avrei avuto molto da apprendere.

Shantidas e Chanterelle mi invitarono a passare del tempo con loro nell’Arca, ma io mi persi presto in altre avventure, non lo feci e oggi me ne rincresce, perché da quell’esperienza avrei avuto molto da apprendere.

Di Lanza mi capita di riprendere in mano ogni tanto il suo Che cos’è la non violenza, un aureo e agile manuale, ancora Jaca Book, che non credo facile oggi da reperire. Lo conservo accanto agli scritti di Gandhi e all’aureo libretto di Capitini sulle Tecniche della nonviolenza e ad altri sullo stesso tema. Di Lanza del Vasto mi colpirono allora e mi intrigano ancora le considerazioni, a proposito dell’esperienza dell’Arca, sull’obbedienza intelligente, tema delicato e tuttavia assai importante non solo in religione.

Ma, purtroppo, la nonviolenza non è molto di moda; e, nonostante le apparenze, almeno tra i giovani, neanche l’inquietudine religiosa, anche se di nonviolenza, e del suo indispensabile corollario la disobbedienza civile, dovremmo proprio oggi occuparci molto più assiduamente e radicalmente che in passato.

Illustrazione a cura di Doriano Strologo

Goffredo Fofi

Goffredo Fofi

Scrittore, critico letterario e cinematografico, giornalista. Direttore della rivista Gli asini

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