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Non sarà come prima

by Fulvio Ferrario

di Fulvio Ferrario. Professore di Teologia sistematica e Decano della Facoltà valdese di teologia di Roma.

Nel tempo della pandemia stiamo imparando che alla fine della crisi, sarà impossibile tornare alla situazione “di prima”. Ciononostante, stiamo anche imparando che la condivisione della Parola di Dio può utilizzare con efficacia strumenti elettronici. Sebbene non sia possibile elaborare teorie per il futuro, è questo un tempo in cui si possono sperimentare modalità e linguaggi inediti.

Nei diversi convegni e dibattiti su “Chiesa e pandemia” ai quali ho partecipato, mi pare sia emerso pieno consenso su due punti: a) l’emergenza sanitaria non ha determinato problemi realmente nuovi, bensì ha reso più chiari e acuti quelli già presenti: sul piano della pastorale, dell’organizzazione e delle finanze delle Chiese; b) alla fine della crisi, sarebbe stato impossibile tornare alla situazione “di prima”.

Nel frattempo, siamo ripiombati in fase epidemica acuta, anche se, mentre scrivo (8 novembre) la percezione generale è diversa da quella della scorsa primavera. Per quanto riguarda specificamente le Chiese, il fatto che il Governo non abbia chiesto di sospendere le celebrazioni ha contribuito a non reiterare i dibattiti, a volte un poco sopra le righe, ai quali abbiamo assistito prima dell’estate.

Oltre a evidenziare i problemi, il tempo del confinamento ha portato in primo piano le potenzialità del mezzo elettronico. Nemmeno esse erano sconosciute, esisteva tutto già prima: semplicemente, milioni di persone, anche nelle Chiese, si sono accostate a uno strumento molto semplice da usare e dai costi contenuti.

Sarebbe sciocco, naturalmente, pensare di poter fare di un mezzo tecnologico il perno di quel progetto di rinnovamento pastorale del quale le Chiese hanno urgente bisogno. Poiché però esso costituisce, se non altro, un’opportunità sicura e poiché i problemi richiedono di essere affrontati immediatamente, conviene riflettere su quanto la telematica può offrire immediatamente alle Chiese.

Gli esempi più semplici e chiari sono offerti dai sinodi di grandi Chiese (ad esempio quella di Scozia, riformata, e la Chiesa evangelica in Germania), che hanno tenuto i loro Sinodi in modalità elettronica. Ora, la scelta è dettata dalla prevenzione sanitaria, in futuro potrebbe esserlo dalle esigenze finanziarie.

Il caso del Sinodo, per una Chiesa evangelica, è anche teologicamente indicativo: ma più in generale si tratta di ripensare le strutture e le modalità organizzative alla luce delle nuove possibilità tecniche.

Ciò comporta, evidentemente, energiche misure regolamentari, e dunque l’eterno lamento di chi rileva l’ovvio, che cioè «non è la stessa cosa». Ma appunto, ce lo siamo detti in tutti i modi: è il mondo a non essere più la stessa cosa, prima le Chiese se ne accorgono e meglio sarà.

È evidente che le modalità concrete che questa piccola “riforma telematica” dovrebbe assumere non possono essere stabilite in anticipo e in astratto: nei prossimi mesi ed anni, l’intera società, il sistema formativo, il mondo della cultura saranno investiti da tali processi e le Chiese avranno la possibilità di riflettere (se possibile con tempestività) su quanto, tra le nuove modalità comunicative, può favorire il loro funzionamento e quanto è meno utile.

Molto più complessa è la questione propriamente pastorale. Non è nemmeno il caso di ripetere che i rapporti connotati dalla fisicità delle persone non possono essere semplicemente sostituiti da quelli telematici: già la dimensione del “sacramento”, pur vissuta in termini differenziati dalle varie Chiese, costituisce un simbolo vistoso di tale irriducibilità.

Più ampiamente, si potrebbe auspicare un consenso sull’idea che, proprio nelle fasi critiche della vita di una società, la celebrazione fisica del culto, la chiesa aperta e in funzione, una comunità riunita, costituiscono di per sé, quando la situazione lo consente, un segno che almeno i cristiani non dovrebbero prendere alla leggera.

Nel tempo della pandemia, però, stiamo imparando che la condivisione della Parola di Dio può utilizzare con efficacia strumenti elettronici. Ciò vale in misura ancora maggiore per Chiese piccole e disperse: una condizione che però, nel futuro prevedibile, riguarderà larga parte del cristianesimo europeo.

Quali strumenti però, e usati come? Non è ancora il momento di elaborare teorie, bensì di sperimentare con fantasia modalità e linguaggi almeno parzialmente inediti.

Le caratteristiche del mezzo ci costringono a una ricerca omiletica, pedagogica e comunicativa che avremmo dovuto svolgere da tempo, ma rispetto alla quale le Chiese sono in ritardo.

Da questo punto di vista, non è retorico affermare che la crisi costituisce un’opportunità.

Fulvio Ferrario

Fulvio Ferrario

Professore di Teologia sistematica e Decano della Facoltà valdese di teologia di Roma

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