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Il PCI cent’anni dopo

by Roberto Bertoni

di Roberto Bertoni. Giornalista e scrittore.

In cento anni, ovviamente, è cambiato tutto e la nostalgia non aiuta nella formulazione di una corretta analisi politica. È, tuttavia, di storia che intendiamo qui occuparci e, precisamente, del secolo che ci separa dalla nascita del PCI, che ebbe luogo con la scissione dal Partito Socialista in occasione del congresso del gennaio 1921 al teatro Goldoni di Livorno.

Vicende lontane, difficili da comprendere se non le si inquadra nel proprio tempo storico, a cominciare dalle conseguenze della Rivoluzione d’ottobre che aveva reso la Russia un faro per il movimento comunista mondiale. 

Le due tesi che si scontrarono in quel congresso di cent’anni fa erano, rispettivamente, le posizioni del socialista riformista Turati, intenzionato a non piegarsi alle richieste di Lenin per entrare nella Terza Internazionale, e quelle del gruppo dirigente che avrebbe innervato il Partito Comunista d’Italia, composto da Gramsci, Bordiga, un giovane Togliatti, Scoccimarro e altri ancora. 

Erano anni tremendi per il nostro Paese, con il fascismo ormai alle porte e gli squadristi in azione in molte città, fra violenze, pestaggi e veri e propri omicidi come quello di cui rimase vittima, a Reggio Emilia, don Giovanni Minzoni. 

Il PCI nacque, dunque, in anni disperati e visse i primi due decenni di vita in clandestinità, al pari del suo giornale, l’Unità, fondato da Antonio Gramsci prima che lo storico leader venisse arrestato e imprigionato nelle carceri fasciste.

Il PCI nacque, dunque, in anni disperati e visse i primi due decenni di vita in clandestinità, al pari del suo giornale, l’Unità, fondato da Antonio Gramsci prima che lo storico leader venisse arrestato e imprigionato nelle carceri fasciste, lasciando in eredità un giornale che dal 12 febbraio 1924 ha avuto il merito di difendere un punto di vista il più delle volte scomodo e controcorrente, urticante per il potere e in dissenso con le verità ufficiali e le menzogne sparse a piene mani per coprire i veri responsabili dei tanti scempi di cui è stata vittima l’Italia anche dopo la caduta del fascismo.

Tralasciamo l’ingloriosa fine del quotidiano e concentriamoci, piuttosto, su alcune delle posizioni assunte nel corso della sua lunga storia. Pensiamo, ad esempio, a quando, direttore Ingrao, si schierò dalla parte dell’Unione Sovietica nei giorni della tragedia d’Ungheria, quando il socialismo progressista di Imre Nagy venne represso nel sangue dai carri armati con la stella rossa, e pensiamo alla ben più saggia posizione che assunse dodici anni dopo, nei giorni dell’analogo scempio che ebbe luogo a Praga, quando Luigi Longo prese le distanze da quell’insosotenibile mattanza e nel partito cominciò a maturare una coscienza innovativa, sanamente critica anche se, purtroppo, non all’altezza della cesura che ebbero il coraggio di compiere i compagni del gruppo del manifesto, per lo più ingraiani, grazie a quel memorabile commento, apparso sul loro giornale, dal titolo: Praga è sola. Il comunismo italiano, e questo lo riconosce anche chi analizza in buona fede le vicende del nostro Paese pur non essendo mai stato comunista, si è sempre distinto per la sua eccezionalità rispetto al comunismo di altri paesi europei, a cominciare dalla Francia e dalla Spagna, incarnando anche venature liberali, come quella rappresentata da Amendola, e riuscendo a compiere un proprio percorso verso la piena accettazione della democrazia e dei suoi principî che ebbe nello strappo di Mosca di Berlinguer il proprio apice. 
Il comunismo italiano, e questo lo riconosce anche chi analizza in buona fede le vicende del nostro Paese pur non essendo mai stato comunista, si è sempre distinto per la sua eccezionalità rispetto al comunismo di altri paesi europei.
Sosteneva Pasolini, che pure dal PCI era stato espulso nel ’49 poiché omosessuale, che quel partito costituisse «un paese pulito in un paese sporco», dando sostanza alla cosiddetta “diversità comunista” che sarebbe diventata, negli anni, una delle bandiere di Berlinguer.  Dei tanti passaggi compiuti nel corso della sua storia, uno dei più interessanti è stato senz’altro l’alleanza frontista con i socialisti di Nenni nel ’48: probabilmente, un tentativo di riunificazione, poi naufragato a causa dei mutati equilibri internazionali e della conseguente sconfitta patita ad opera della Democrazia Cristiana, soggetto egemone e inscalfibile della Prima Repubblica.  I dodici anni di Berlinguer, dal ’72 all’84, iniziati con la contemporanea e mai chiarita morte dell’editore Feltrinelli, a pochi chilometri dalla sede del congresso comunista, tenutosi a Milano, costituirono un punto di svolta decisivo. Basti pensare alla proposta del compromesso storico, in seguito al golpe militare che in Cile aveva destituito Allende e condotto al potere Pinochet, all’avanzata comunista del ’76 (non a caso definite da Moro le elezioni dei “due vincitori”), al già menzionato strappo di Mosca del ’77, all’assurda e imperdonabile linea della fermezza nei giorni del sequestro dello stesso Moro e, infine, all’epilogo di una vicenda umana e politica ineguagliabile, in una piazza San Giovanni colma di lacrime, bandiere e senso di sconfitta, il 13 giugno 1984, due giorni dopo la scomparsa del segretario, colpito da un devastante ictus a Padova mentre teneva un comizio in piazza della Frutta.  Di Berlinguer ricordiamo l’umanità, la dolcezza, il carisma, la fermezza, il senso del dovere, l’apertura mentale, il suo confrontarsi sempre con la realtà senza mai rinunciare a cambiarla e il suo desiderio di costruire un mondo migliore, partendo dalla necessità di portare con sé l’intera comunità, senza lasciare indietro nessuno.  Con tutto il rispetto, Natta e Occhetto hanno gestito i giorni della fine, e quest’ultimo ha compiuto la svolta che ha mutato per sempre gli equilibri politici del nostro Paese. La scomparsa del Pci, o se vogliamo il suo superamento, ha condotto infatti all’accantonamento di un sistema di valori che poteva anche essere messo fortemente in discussione, e in qualche caso era, a parer mio, profondamente da rivedere, ma che quanto meno faceva chiarezza.  Occhetto, dal canto suo, sognava una prospettiva azionista e la sua intuizione non era per nulla sbagliata; peccato che non sia stata compresa o, per meglio dire, sia stata compresa e adeguatamente arginata dal resto del gruppo dirigente dell’epoca, fino al declino di una storia e di un insieme di ideali che quello stesso gruppo dirigente ha sostanzialmente tradito. 
Il Pci non esiste più da trent’anni e sempre trent’anni fa, il giorno di Natale del ’91, smise di garrire sul Cremlino la bandiera rossa dell’Unione Sovietica per lasciar posto all’attuale bandiera della Russia.
Il Pci non esiste più da trent’anni e sempre trent’anni fa, il giorno di Natale del ’91, smise di garrire sul Cremlino la bandiera rossa dell’Unione Sovietica per lasciar posto all’attuale bandiera della Russia. È legittimo avere rimpianti, anche se ormai servono a poco. Un percorso si è esaurito, un secolo ha ammainato le sue bandiere e una storia si è definitivamente conclusa. Da allora stiamo ancora aspettando che nasca qualcosa di nuovo, che un soggetto politico degno di questo nome riempia il vuoto lasciato dal vecchio apparato comunista, in quanto, come diceva Bobbio, il comunismo è stato sconfitto ma le ragioni del suo consenso ancora no. Anzi, sono più attuali che mai.  Ph. © Federico ITA, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons
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