Home Geopolitica Accampamento della dignità. La rivoluzione viene dal deserto

Accampamento della dignità. La rivoluzione viene dal deserto

by Luca Attanasio

di Luca Attanasio. Giornalista e scrittore.

A dieci anni dall’inizio di quell’incredibile “effetto domino” che scosse dalle fondamenta il potere costituito in tante zone del Nord-Africa e del Medio Oriente è giusto ricordare l’esperienza dell’Accampamento della dignità del popolo Sahrawi che – lo sottolinea Noam Chomsky – fu il vero prodromo delle Primavere arabe.

La Primavera araba iniziò nel novembre 2010 quando il popolo del Sahara  Occidentale si è ribellato agli occupanti marocchini». La frase non è estrapolata da una dichiarazione di un attivista del Fronte del Polisario né pronunciata da un rappresentante dei tanti comitati sorti nel mondo simpatizzanti con la causa dei Sahrawi. Ad affermarla, nel corso della Conferenza Internazionale di Linguistica applicata e letteratura tenutasi a Gaza nell’ottobre del 2012, fu Noam Chomsky, il noto saggista statunitense.

Sempre in quella occasione, lo scrittore tenne a precisare che «la rivolta fu soffocata dalle truppe marocchine anche se nessuno, in Occidente, ne ha sentito parlare poiché i media non erano interessati alla questione né ai cambiamenti nelle regione».

Aveva ragione. Sono storicamente pochissimi gli analisti, i giornalisti o gli osservatori, interessati alle sorti del Popolo del deserto. La loro vicenda non ha suscitato coinvolgimento neanche quando, tra l’ottobre e il novembre 2010 – mesi prima della Rivoluzione dei Gelsomini – piantarono 80 tende a Gdeim Izik, nei pressi di El Aaiún, capitale del Sahara occidentale, e radunarono oltre 20mila persone che diedero vita a una nuova forma di protesta nonviolenta. Presidiarono uno spazio per giorni e inaugurarono un modello che, come sostiene Chomsky suffragato da vari columnist statunitensi o anglosassoni, fornì l’innesco, di lì a breve, alle cosiddette Primavere arabe. A dieci anni dall’inizio di quell’incredibile “effetto domino” che scosse dalle fondamenta il potere costituito in tante zone del Nord-Africa e del Medio Oriente (e non solo), è giusto tornare a loro. Rivisitare quel loro estremo tentativo di segnalare all’agenda della comunità internazionale la loro causa, denominato Accampamento della dignità al grido di «Pane e rispetto!».

L’esercito marocchino intervenne pesantemente per disperdere l’immenso presidio e dare alle fiamme le tende. E così, per i Sahrawi, che avevano appena assaporato il tepore della primavera, fu subito inverno.

SAHARA OCCIDENTALE: UNO STATO/NON-STATO

Il Sahara occidentale per metà del mondo – nella fattispecie l’Occidente, l’Unione europea, e il Vaticano – è semplicemente una regione del Marocco meridionale incastrata tra Mauritania, Oceano Atlantico e Algeria. Per circa ottanta Nazioni dell’altro emisfero – sparse tra Africa, Asia, Centro e Sud America, per l’Unione Africana – è, invece, la Repubblica democratica araba dei sahrawi (Rasd), una nazione a tutti gli effetti.

Il popolo di questo Stato/non-Stato, per una serie incredibile di vicissitudini, vive diviso in tre parti: una prima ingente fetta risiede in un ampio territorio al di qua del muro più lungo al mondo – 2.700 km, eretto a più riprese dal Marocco dagli anni ’80 in poi – che per il Regno non è altro che l’ultima propaggine a Sud; una seconda, enorme, porzione vive a Tindouf, in Algeria, in pieno deserto con temperature estive che raggiungono i 60 gradi, ammassata in campi profughi divenuti ormai città con proprie amministrazioni (è qui che si riunisce il Parlamento e risiede il governo); un’ultima parte, più limitata anche per le condizioni avverse dell’area, vive stretta in un lembo di terra denominata Territori liberati, conquistati dall’esercito Sahrawi. È l’ultima colonia d’Africa. A opera di africani.

Questa area ricchissima di fosfati e tra le più pescose del continente, !no al 1975 era territorio spagnolo (si chiamava, infatti, Sahara Spagnolo). Alla morte di Franco, nel novembre del 1975, al culmine di un processo di declino della dittatura, gli irredentisti sahrawi riuniti sotto la sigla di Fronte Polisario (Frente popular para la liberación de Saguía el-Hamra y Río de Oro), forti dell’ormai quasi completato processo di decolonizzazione dell’Africa, uscirono allo scoperto e presentarono alle Nazioni unite una prima richiesta di autodeterminazione. Ma il più lesto a sfruttare il vacuum politico venutosi a creare dall’uscita di scena di Madrid, è il Marocco che con Hassan II, il 6 novembre 1975, dà il via alla cosiddetta Marcia verde che nel breve giro condurrà a oltre 300.000 settler marocchini, protetti da circa 20.000 soldati, nella regione al fine di occuparla.

Il Marocco ritiene che la sovranità sui territori del Sahara occidentale sia un proprio diritto come conseguenza degli accordi di fedeltà che le popolazioni locali avevano stabilito con il sultanato. Secondo tale prospettiva, tali accordi, anteriori anche all’occupazione spagnola iniziata nel 1884, avrebbero istituito un rapporto da un punto di vista legale e politico dimostrato anche dall’impegno profuso dai sovrani marocchini nella difesa militare di quei territori ma sul piano amministrativo, attraverso la nomina di funzionari locali.

La Corte internazionale di giustizia con seda all’Aja, tuttavia, nel 1975 ha affermato che «il Sahara occidentale aveva, con il Regno del Marocco e con l’insieme mauritano, taluni vincoli giuridici, ma che gli elementi e le informazioni a sua conoscenza non dimostravano l’esistenza di alcun vincolo di sovranità tra il Sahara occidentale, per un verso, e il Regno del Marocco o l’insieme mauritano, dall’altro». Un parere recentemente confermato da una sentenza della Corte di giustizia europea del 2016, in cui è stata negata l’applicazione dell’accordo di associazione e liberalizzazione tra Marocco e Unione europea anche al Sahara occidentale.

Anche la Mauritania vuole la sua fetta di territorio e penetra da Est con le sue truppe. Al contrario di quest’ultima che si ritira in buon ordine nel 1979, il Marocco aumenta la sua presenza demografica e militare. Si profila quindi una vera occupazione coloniale che conduce presto al conflitto: le parti entrano in guerra a partire dal 1976 e continuano ad affrontarsi fino al 1991.

A questo punto, in una situazione di standstill che vede i due eserciti – quello Sahrawi massicciamente sostenuto dall’Algeria – agguerriti ma incapaci di avanzare, entra in scena l’Onu che propizia uno storico accordo che prevede un “cessate il fuoco” e l’immediata celebrazione di un referendum sull’autodeterminazione. Migliaia di Sahrawi emigrati, tornano entusiasti da ogni angolo del mondo, convinti di dare il proprio, fondamentale contributo all’indipendenza.

I loro figli, finanche i nipoti, sono ancora in attesa di entrare nella cabina di voto. Tra l’irrisione totale di ogni successiva risoluzione, la celebrazione del referendum viene permanentemente rimandata da Rabat a data da destinarsi. Nel frattempo, l’opera di marocchinizzazione dell’area è costante e sono molti a sostenere che ormai, a 30 anni esatti di distanza, l’esito del voto a favore dell’indipendenza sarebbe tutt’altro che scontato.

PERMANENTE STATO DI SOSPENSIONE

È un permanente stato di sospensione quello che può al meglio descrivere la vicenda dei Sahrawi, tra l’entusiasmo dell’epoca d’oro quando ottennero visibilità e addirittura il dispiegamento di una forza Onu al solo scopo di preparare il referendum (la Minurso, missione delle Nazioni unite per il referendum nel Sahara Occidentale, tuttora attiva) e la frustrazione del quasi completo oblio. Le generazioni politiche avvicendatesi nei decenni, non riescono a imporre la propria agenda sulla scena internazionale e le loro richieste giacciono inevase se non totalmente ignorate negli u&ci degli organismi transazionali. A favore del Marocco, inoltre, gioca il suo riconosciuto ruolo geopolitico in un’area di grandissima instabilità che sfiora il Sahel, e i saldissimi rapporti con l’Europa (nessuno Stato europeo, a parte l’Albania, ha riconosciuto la Rasd e la Svezia, che ha mostrato l’intenzione di farlo nel 2015, a seguito di manifestazioni di massa e la minaccia del re di chiudere Ikea a Rabat, ha ritirato il dossier).

Dopo anni di sostanziale contenimento delle spinte a riarmarsi e tornare in guerra contro il Marocco da parte degli esecutivi succedutisi, in particolare caldeggiate dalle giovani generazioni cresciute nei campi algerini, i fucili hanno tornato a sibilare alla fine del 2020. All’alba di venerdì 13 novembre, l’esercito marocchino – ufficialmente per sgomberare le centinaia di manifestanti che protestavano contro l’occupazione – ha varcato la zona cuscinetto di Guerguerat, al con!ne tra Sahara Occidentale e Mauritania violando de facto gli accordi. L’esercito sahrawi ha immediatamente inviato truppe e il 14 novembre il segretario del Fronte Polisario, Brahim Ghali, nella sue funzioni di comandante dell’esercito e presidente della Rasd, ha dichiarato ufficialmente la fine del “cessate il fuoco” in vigore dal 6 settembre 1991 e autorizzato attacchi contro le postazioni marocchine lungo il muro. A gettare benzina sul fuoco ci ha pensato Donald Trump, che in un ultimo colpo di coda ha deciso negli ultimi giorni del 2020 di riconoscere l’annessione del Sahara Occidentale da parte del Marocco, in cambio dell’apertura di relazioni diplomatiche di Rabat con Israele.

Ph.  © Magharebia, via Wikimedia Commons

Luca Attanasio

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