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E il virus va

by Teresa Isenburg

di Teresa Isenburg. Docente di Geografia economico-politica all’Università di Milano

Le parole dette, scritte, pensate attorno al Virus, da molti mesi primo attore sul palcoscenico mondiale, sono infinite. Eppure non ritengo disutile aggiungerne alcune altre sul modo in cui la pandemia è stata ed è gestita in Brasile sotto il profilo della conduzione della sanità pubblica e delle relazioni internazionali. A un anno dal primo caso di contagio a San Paolo il 26 febbraio 2020 in un cittadino di 61 anni rientrato dall’Italia, a inizio febbraio 2021 la Federazione aveva raggiunto 9 milioni di contagi e 230.000 decessi.

È un indicatore incerto che si basa su dati rilevati a livello amministrativo e dal consorzio organizzato fra grandi testate dopo che a giugno 2020 il Governo federale aveva limitato l’accesso ai dati formali (sic!) . Si sa che qui come altrove c’è un’ampia zona d’ombra che riguarda contagi asintomatici, malati che stringono i denti per non perdere il lavoro o per non abbandonare coloro che accudiscono ecc. Quanto alla catalogazione e identificazione delle cause di morte qui e altrove la confusione è grande sotto il cielo.

Mercoledì 11 marzo 2020 l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) dichiarava lo stato di pandemia. Quale è stata la risposta degli esecutivi federale e statali brasiliani? Vi è stata una biforcazione. Da un lato ha preso corpo un settore negazionista capeggiato dal massimo responsabile federale: si tratta di una “influenzetta”, basta assumere farmaci preventivi (idroclorochina, ivermectina), prima o poi tutti dobbiamo morire, i gesti barriera non servono, l’economia non può fermarsi…

Questo modo di procedere continua ancora oggi, premiato da una pira che sfiora i 230.000 cadaveri. All’indirizzo che scende dal vertice ufficiale si sono accodati e si accodano alcuni governatori, parte del sistema di comunicazione e influenza dei
robot di false notizie, settori del potente campo politico pentecostale e neopentecostale, oltre al filone antiscientifico dei terraplanisti e affini. I danni che questa costellazione di messaggi determina nel moltiplicare comportamenti contaminativi non è quantificabile, ma è enorme.

L’area dei governatori ha due poli di sanità pubblica di contrasto: uno raggruppato attorno al Consorzio del Nordeste (53 milioni) coordinato dal  neuroscienziato Miguel Nicolelis e l’altro guidato dal governatore João Doria dello Stato di San Paolo (45 milioni). Durante l’anno trascorso i due principali antichi e consolidati istituti di ricerca e fabbricazione sieroterapici hanno promosso azioni di acquisto e produzione per fornire  vaccini: l’Istituto Butantan di San Paolo in collaborazione con l’industria cinese Sinovac e la Fondazione Oswaldo Cruz di Rio de Janeiro con Oxford AstraZeneca.

Il primo ha urtato contro il sabotaggio politico-mediatico-amministrativo anticinese da parte della presidenza della Repubblica, del Ministero della salute, della
Agenzia nazionale di vigilanza sanitaria (Anvisa) appoggiato da non pochi mass media. Pur fra trappole e saltafossi domenica 17 gennaio 2021 la prima dose di vaccino (su uno stock iniziale di 10 milioni di dosi) Coronavac è stata applicata a San Paolo ad una infermiera dell’ospedale Emilio Ribas di infettivologia della Universidade de São Paulo (Usp). Fiocruz subisce la nebbiosa e intermittente distribuzione dell’industria del Regno Unito e per adesso ha raggranellato due milioni di dosi.

I principi attivi dei due vaccini sono prodotti in Cina e in India: la politica estera aggressiva e offensiva verso tali paesi condotta da esponenti di primo piano (e loro assimilati) del potere esecutivo intralcia le consegne di materia prima per la trasformazione in Brasile. Ovviamente vengono scelte, da parte di quegli stati, altre priorità. Da parte del governo federale, dei Ministeri delle relazioni internazionali e della salute guidato (dentro al baratro), dopo l’espulsione di due ministri medici, da un generale in servizio ha visto questi passi: rifiuto di sottoscrivere presso l’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) l’esonero dai costi di brevetto delle componenti vaccinali proposta da India e Africa del Sud (che fanno parte insieme ad Brasile del BRICS); sottoscrizione di dosi per il 10% della popolazione nel coordinamento Covax dell’Oms mentre il Brasile poteva conteggiare  il 50% del carico demografico (210 milioni); nessun accordo con nessun produttore di vaccini per acquisti, solo  non vincolanti lettere di intenti; nessun rifornimento di siringhe e aghi. Conclusione: il Ministero della salute dispone di zero dosi di vaccino.

Di recente Anvisa con lentezza inizia ad autorizzare forse
Sputvik V. Naturalmente il Brasile, come tutti gli altri Paesi e le organizzazione internazionali, ha escluso la partecipazione di cittadini da qualsiasi sede decisionale, evitando anche il semplice ascolto. Il destino dei corpi di miliardi di uomini e donne è stato tratto e agito dall’alto senza la costruzione di alcun reticolo relazionale di base con gli interessati. Forse anche per questo molti dei problemi tendono a intricarsi e gli appelli cadono nel vuoto. 

Ma è la situazione oggettiva del settore sanitario che ha portato in questo abisso? Negativo, per usare il linguaggio dei 6.157 militari della riserva e in servizio che, secondo i dati del Tribunale dei conti dell’Unione (Tcu), occupavano a luglio 2020 incarichi civili nel governo (e che sono poi aumentati). Per l’Oms il Brasile è tra i Paesi potenzialmente autosufficienti. Definizione perfetta: potenzialmente, se non si distrugge la potenzialità come si è cercato di fare indebolendo il Sistema unico di salute (Sus) dal 2016 dopo la deposizione anticostituzionale della presidente Dilma Russeff e in modo selvaggio fra 2019 e 2020. Il Brasile ha un Sus esemplare e universale, istituito dalla Costituzione del 1988, che ha affrontato con competenza e infinita dignità a pandemia nonostante gli intralci federali. All’interno del Sus primeggia il Piano nazionale di immunizzazione (Pni) sperimentato in molte campagne che hanno coperto l’immenso territorio e l’intera popolazione. Ma da parte di chi occupa i supremi scranni è stata fatta, fin dall’inizio dell’onda pandemica, un’altra scelta: voluta ignoranza, grossolana dappocaggine, evidente crudeltà ed infine omicidio colposo e doloso (con il noto caso apicale di Manaus). 

Negare la pandemia, porre degli ostacoli a campagne rapide di vaccinazione, accordare aiuti emergenziali scarsi e per tempi brevi è la strada scelta dall’attuale Governo nella calamità del Covid, rendendo così ancora più difficile la vita di milioni di cittadini. Ma se c’è una cosa che la pandemia ha detto a voce alta è che il destino degli abitanti del pianeta è unitario e che, quindi, lo si può affrontare solo in modo condiviso ed egualitario.

Teresa Isenburg

Teresa Isenburg

Docente di Geografia economico-politica all’Università di Milano

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