I nostri (veri) antenati. Per una rilettura di Ippolito Nievo - Confronti
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I nostri (veri) antenati. Per una rilettura di Ippolito Nievo

by Goffredo Fofi

di Goffredo Fofi. Scrittore, critico letterario e cinematografico, giornalista. Direttore della rivista Gli asini.

Sono tanti gli italiani che, tra Otto e Novecento e ancora oggi hanno letto e leggono I promessi sposi, Le avventure di Pinocchio e il “libro Cuore”. E tanti, almeno di certe generazioni di ieri, che ricordano a memoria qualche verso di Dante o di Leopardi.

In terza o quarta elementare mi fecero imparare a memoria, si era poco dopo la fine della guerra, una poesia di Leopardi, e sono ancora riconoscente a chi dettò i programmi scolastici di allora, che mi torna spesso alla mente per la sua semplicità e densità, filosofica e religiosa 

“Lungi dal proprio ramo, / povera foglia frale / dove vai tu? / Dal faggio, / là dov’io nacqui /mi divise il vento. / Dal bosco alla campagna, / dalla valle mi porta alla montagna. / Seco perpetuamente / vo pellegrina e tutto l’altro ignoro, / Vo dove ogni altra cosa, / dove naturalmente / va la foglia di rosa / e la foglia d’alloro.”
Giacomo Leopardi – Imitazione (canto XXXV)

Ma quanti, a scuola o per conto proprio, hanno mai letto le Confessioni di un italiano di Ippolito Nievo? Che pure è un libro fondamentale per capire “da dove veniamo”, foglie frali del bosco italiano. È un grande romanzo storico come quello di Manzoni, ma trattava di storia recente e viva e non di secoli passati, quando Nievo lo scrisse, due anni prima del 1860 e prima di arruolarsi tra i Mille di Garibaldi, tre anni prima di morire in mare durante una missione, il 4 marzo del 1860. Nievo non aveva ancora trent’anni; era nato a Padova nel 1831 e amava particolarmente il Friuli.

Ci si chiede cosa avrebbe ancora fatto (ché la sua breve vita è stata piena d’azione, di “politica” vissuta e non solo di letture e scritture) e cosa avrebbe ancora potuto scrivere questo ardimentoso e geniale giovane; che certamente avrebbe dato del filo da torcere anche al Manzoni, per non parlare di tutta l’altra, mediocre letteratura italiana dell’Ottocento.

Cosa racconta nelle sue Memorie l’ottuagenario che Nievo si immagina, se non la storia del nostro paese prima dei Mille, di cui furono il punto culminante? La politica, le guerre, l’esilio, le carceri subite dai migliori di più generazioni che hanno sognato sulla scia della grande Rivoluzione francese e poi delle speranze napoleoniche (quelle che Manzoni ha cantato nel 5 maggio), ma anche sulla scia delle delusioni della politica. È una storia che comunque ci riguarda, che è la nostra storia di nazione, il nostro passato, e che pochi hanno saputo narrare riuscendo a farcene sentire partecipi, secondo le speranze di altre generazioni, compresa quella del 1943-’45.

Le Confessioni di Nievo sono un romanzo che ci aiuta a capire di dove veniamo, anche le grandi speranze deluse dagli intrighi della politica. Lo sfondo è l’Italia, e Venezia come Napoli, Bologna come Genova, al seguito delle vicende politiche tra speranze e rivolte, tra repressione e riscatto.

Al centro del romanzo, nel percorso del giovane Carlino, non c’è solo la Storia (quella con la S maiuscola e quella con la s minuscola), c’è anche un meraviglioso personaggio femminile, secondo tanti il più bello di tutta la nostra letteratura, quella di una giovane volitiva, estrosa, volubile e appassionata che Nievo chiama “la Pisana”. Molti critici e studiosi hanno trovato incantevole la prima parte del libro, dieci capitoli che partono narrando anche l’amore infantile tra Carlino e la Pisana nel castello di Fratta in Friuli, e Italo Calvino ci ha scritto su – non è stato il solo – pagine commosse; ma non sono meno belle quelle in cui la Pisana si dedica nell’ultima parte del libro, quando i due sono entrambi esuli a Londra, a un Carlino diventato cieco nel carcere (ma guarirà). Queste Confessioni sono dunque un capolavoro, uno dei rari della nostra letteratura prima del secondo dopoguerra. Un capolavoro che però pochi hanno letto, ché a scuola si insegna poco e male, la storia del Risorgimento, la storia del nostro paese prima e dopo l’Unità. 

Molti anni dopo il 1860 e la tragica morte di Nievo, due grandi libri hanno raccontato gli anni del Risorgimento: Il gattopardo del siciliano Tomasi di Lampedusa, dal punto di vista della nobiltà travolta dallo sbarco dei Mille e soprattutto dall’ottusità dei Savoia e dei loro politici (anche siciliani: vedi Crispi, che pure era stato con Garibaldi), e Signora Ava del molisano Francesco Jovine, dal punto di vista dei contadini travolti da una storia che non capiscono. (Non è allo stesso livello L’eredità della Priora di Carlo Alianello, che raccontò il Risorgimento dal punto di vista dei Borboni.) In cinema ci fu un bel 1860. I Mille di Garibaldi corale girato da Alessandro Blasetti in pieno fascismo (ché il fascismo si considerava erede e continuatore del Risorgimento, essendo la negazione della sua parte più autentica), Piccolo mondo antico di Mario Soldati da Antonio Fogazzaro, il film di Luchino Visconti da Tomasi, un trasandato film di Rossellini, e ben poco d’altro e significativo.

Leggere e rileggere Nievo, un romanzo infinitamente meno noioso e più appassionante di mille novità italiane degli ultimi anni, può essere una sorpresa e certamente sarà un piacere e, anche se la parola può dispiacere ai lettori superficiali che siamo diventati, dovrebbe essere anche un dovere. Perché parla di noi, di quel che abbiamo alle spalle, perché ci dice da dove veniamo e cosa avremmo potuto essere, quali sono i nostri veri antenati.

Goffredo Fofi

Goffredo Fofi

Scrittore, critico letterario e cinematografico, giornalista. Direttore della rivista Gli asini

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