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Laïcité. Le origini della proposta di legge che spacca in due la Francia

by Thierry Vissol

di Thierry Vissol, Economista e storico, direttore del Centro Librexpression – Fondazione Giuseppe Di Vagno.

Neanche in Francia si è concordi sulla definizione di laicità, sul suo contenuto e i suoi limiti. Lo dimostrano i dibattiti parlamentari, iniziati il 18 gennaio 2021, intorno al progetto di legge Confortant le respect des principes de la République [Legge che conferma il rispetto dei princìpi della Repubblica], definito dalla stampa loi sur le séparatisme. Il suo scopo è evitare che le diverse comunità religiose si costituiscano in entità auto-costituenti, e rimangano così separate dal resto della società.

Una legge di libertà e non di costrizione

Il progetto di legge è composto di 51 articoli; i deputati hanno depositato 1.700 emendamenti, di cui 169 sono stati accettati dalla Commissione parlamentare. Secondo il governo, si tratta di una legge «di libertà e non di costrizione» che «non prende di mira né le religioni in generale, né alcuna religione in particolare». Divisa in quattro titoli principali, prevede una serie di misure volte a favorire la neutralità e la laicità nel servizio pubblico (art.1 e seguenti); la lotta contro il rilascio dei cosiddetti “certificati di verginità” (art.16); la lotta contro la poligamia, i matrimoni forzati, i crimini d’odio online (art. 18 a 20); contro l’educazione in famiglia sostitutiva della scolastica, e contro le scuole indipendenti e non parificate (art. 21 a 23); prevede il rafforzamento del controllo delle associazioni religiose, per raggiungere maggiore trasparenza per quanto riguarda il finanziamento (art. 26 a 45). È prevista inoltre la creazione di una Commissione nazionale di protezione dei diritti delle donne e dei bambini.

Il perimetro della proposta è – dunque – più ampio della sola sfera religiosa, ma rimane tuttavia chiaro che essa rappresenta una risposta legislativa agli attentati terroristici, di matrice islamica, che si sono consumati nell’ultimo lustro sul territorio francese, da Charlie Hebdo (2015) sino alla decapitazione del professore Samuel Paty (2020). Tali atti terroristici si realizzano in ultimo con lo sviluppo del proselitismo politico-religioso e delterrorismo di matrice islamica sul territorio francese. Eppure – è bene ricordarlo – i cittadini di religione islamica sono più di sei milioni, e rappresentano circa il 10% della popolazione e sono evidentemente ben lungi dall’essere nell’orbita del radicalismo, che rimane, per fortuna, un fenomeno minoritario. 

Cos’è la laïcité

Il concetto di laïcité francese è nato storicamente sulla legge del 1905, Separazione delle Chiese e dello Stato, insieme alla legge del 1881 sulla libertà di stampa. Non è la promozione dell’ateismo, dell’agnosticismoo dell’“amoralismo” e non è un semplice dispositivo per gestire il pluralismo religioso. Non è neanche un concetto relativista o indifferente a qualsiasi valore o principio ma una traccia secondo la quale, in materia di valori e principi, le religioni di Stato non possano vantarsi di qualsivoglia superiorità: la storia dimostra che il legame tra moralità e credo religioso non vanno di pari passo e non si può dire che il clericalismo sia stato campione dei diritti dell’uomo, e dell’amore del prossimo, anzi. 

La laïcité non ha portato a un “arretramento etico”, come spesso si sente dire. Tutt’altro. Esistono dei valori laici, dei principi che esigono l’integrità della dignità umana, e che contemplano la libertà di coscienza, l’uguaglianza dei diritti – degli uomini e delle donne! –, la difesa del bene comune al di là di qualsiasi differenza; la fiducia nel principio dell’autonomia dell’essere umano, l’affermazione simultanea della sovranità della coscienza individuale, e della sovranità politica del popolo; il principio di emancipazione che permette di scegliere liberamente i propri riferimenti identitari, senza alcuna imposizione.

La laïcité non è una religione, bensì un ideale, e ha un doppio scopo. Il primo è di garantire la libertà di coscienza assicurando uno spazio laico neutrale. Non impone alcuna religione, le accetta tutte purché ogni cittadino osservi, da una parte, le regole della coesistenza di queste libertà e, dall’altra, un’etica civica per capire che ognuno di noi è fonte, in un processo democratico, della legge alla quale deve obbedire, un’obbedienza totalmente diversa della sottomissione o della servitù. 

È quello che afferma l’articolo 1 della legge del 1905: «La Repubblica garantisce la libertà di coscienza. Garantisce il libero esercizio dei culti». Lo Stato garantisce il diritto di non essere credente, o di credere; e garantisce la libertà di culto per chi crede. In questo modo assicura alle religioni libertà e uguaglianza, ed è volto a impedire che una o l’atra possano imporsi sulla comunità, o possano mettere sotto proprio lume tutelare il diritto, la scuola, o la memoria collettiva. Quest’ultimo principio è appunto il secondo scopo della legge del 1905, cioè impedire il legame pericoloso (per non dire la collusione) tra religione e politica. Recita l’articolo 2 della legge: «La Repubblica non riconosce, stipendia o sovvenziona nessun culto». Lo Stato, i dipartimenti e i comuni assicurano la loro neutralità nei confronti dei cittadini rifiutando di concedere vantaggi specifici a certe persone a causa delle loro pratiche religiose.

Illuminismo e ottocento francese

Questo approccio, basato sulla libertà di coscienza e la separazione dei poteri, è il risultato di due lunghi percorsi incrociati. Il primo è quello del pensiero filosofico e sociopolitico dai materialisti greci e latini, fino al secolo dell’Illuminismo. Il secondo risulta dell’esperienza politica secolare della collusione tra poteri religiosi e politici, vissuta forse più intensamente in Francia che in altri Paesi. La coercizione intellettuale e morale, l’alienazione della libertà di coscienza, la gerarchizzazione della società, le disuguaglianze e l’incetta delle ricchezze imposte da questi due poteri che si rafforzavano mutualmente hanno ben presto creato delle opposizioni sia intellettuali che politiche.

In Francia, dopo le guerre di religione durante la seconda metà del Seicento, alle quali misero momentaneamente fine l’Editto di Nantes [1598], poi la sua revoca da parte di Luigi XIV [con l’Editto di Fontainebleau del 18 ottobre 1685], sono costati migliaia di morti e la migrazione di centinaia di migliaia di francesi verso i Paesi protestanti. Questa politica dei “re cristianissimi” insieme all’Inquisizione, all’Index Librorum Prohibitorum e alla censura di Stato del pensiero libero, hanno contribuito a sviluppare un’opposizione crescente tra clericalismo e secolarismo durante il Settecento, che culminò con la Rivoluzione francese e l’affermazione dei diritti universali dell’uomo, della libertà di coscienza e della separazione dei poteri. L’opposizione dei monarchici e dei cattolici (con la Rivolta dei Chouans) ha fatto mettere radici al pensiero laico nella grande maggioranza della popolazione. 

L’Ottocento è stato, in Francia, ma non solo, un secolo di battaglia tra lo spirito della rivoluzione – con la Primavera dei popoli nel 1848, le lotte sociali dell’Internazionale – e i tentativi di restaurare i vecchi regimi sostenuti dalle encicliche papali reazionarie, particolarmente quella di Pio IX Quanta cura e del suo Sillabo (1864), che condannano la separazione della Chiesa e dello Stato, il liberalismo, le vecchie eresie, l’ateismo, il comunismo, il matrimonio civile, ecc. In Francia, la volontà di sgombrarsi di questa pesante tutela religiosa antidemocratica e antimodernista culminerà, alla fine dell’Ottocento, con il maggiore conflitto politico-sociale creato dall’Affaire Dreyfus (1894-1906), capitano alsaziano di origine ebraica accusato, benché innocente, di tradimento e spionaggio a favore della Germania. 

Di fatto, la Repubblica si sentirà minacciata dal “partito nero”, il partito degli antidreyfusardi, composto dalla Chiesa cattolica dalle forze armate e dai partiti reazionari. Dopo il J’accuse di Émile Zola (pubblicato il 13 gennaio 1898 sul giornale L’Aurore) si crea un “fronte repubblicano”, molto popolare, a favore del progresso e dell’emancipazione sociale. Esso porterà alla legislazione del 1905 della separazione tra lo Stato e le Chiese che rimane tutt’ora, nonostante varie modifiche, il pilastro della repubblica francese “una e indivisibile” come già la proclamò la Convenzione nazionale nel 1792. 

Un motto iscritto nel marmo della Costituzione della quinta repubblica, il suo primo articolo recita: «La Francia è una repubblica indivisibile, laica, democratica e sociale. Essa assicura l’eguaglianza dinanzi alla legge a tutti i cittadini senza distinzione di origine, di razza o di religione. Essa rispetta tutte le convinzioni religiose e filosofiche. La sua organizzazione è decentrata. La legge promuove l’uguaglianza di accesso delle donne e degli uomini ai mandati elettorali e alle funzioni elettive, nonché alle responsabilità professionali e sociali». 

Oltre le tensioni, la Repubblica

Da qualche decennio i movimenti di estrema destra in Francia sono portatori, come in altri paesi, di una ideologia cristiana reazionaria. Il proselitismo politico-islamico estremista e il terrorismo che ne è il braccio armato, hanno risvegliato in Francia, dopo un periodo di colpevole trascuratezza la volontà di difendere l’ideale laico espresso nel primo articolo della Costituzione, come accadde all’alba del Novecento da parte dei repubblicani. In questo ideale laico, in materia di orientamento della convivenza civile, lo Stato gioca il ruolo di arbitro. Come spiega lo storico Jean Baudérot, specialista della sociologia delle religioni, la laïcité riguarda soprattutto il posto e il ruolo sociale della religione nel campo istituzionale, la diversificazione e le mutazioni sociali di questo campo, rispetto allo Stato e alla società civile.

Lo Stato non si schiera a favore dell’una o dell’altra concezione morale della società, ma agisce in modo tale che nessuno possa imporre la propria agli altri. Lo Stato rinuncia all’uso della violenza per imporre un orientamento di vita ufficiale, ma usa il suo monopolio della coercizione per impedire agli individui o alle comunità di fare lo stesso. Esiste ovviamente una tensione permanente tra la libertà di coscienza e la neutralità dello Stato in materia religiosa, come esiste una tensione permanente tra i vari diritti dell’uomo sanciti dalle convenzioni internazionale. Tensioni, da una parte, tra libertà di coscienza, di pensiero, di espressione, divieto di discriminazione fondato in particolare sul sesso o la razza e, dall’altra, la libertà di praticare e manifestare la propria religione.

In sintesi, laïcitè e democrazia rimandano alla stessa idea: quella della sovranità del popolo su sé stesso purché non si sottometta a nessun potere se non a quello di cui è la fonte. Dunque, per i francesi la laïcité è un imperativo categorico per assicurare la sopravvivenza della democrazia e l’indivisibilità della Repubblica. 

Ph. “Libertà d’espressione” © Pierre Ballouhey (Francia) / Librexpression (libex.eu)

Thierry Vissol

Thierry Vissol

Economista e storico, direttore del Centro Librexpression – Fondazione Giuseppe Di Vagno

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