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Quel che rimane delle Primavere arabe

by Michele Lipori

di Michele Lipori. Redazione Confronti

TUNISIA

Il 17 dicembre 2010 Mohamed Bouazizi, laureato disoccupato, per guadagnarsi da vivere vende verdure al mercato pur non avendo il permesso. Quando la polizia sequestra la sua merce, si autoimmola dandosi fuoco. L’atto innesca la protesta dei giovani tunisini che porterà (14 gennaio 2011) alla fuga di Ben Ali, presidente in carica dal 7 novembre 1987. Il 23 ottobre 2011 si tengono le elezioni per l’Assemblea Costituente della Tunisia che hanno visto la vittoria del partito islamico moderato Ennahda. Il 26 gennaio 2014 è entrata in vigore una nuova Costituzione.

EGITTO

Il 17 gennaio un uomo si da fuoco come estrema forma di protesta contro il governo di Hosni Mubarak (presidente in carica dal 14 ottobre 1981), emulando il gesto di Bouazizi in Tunisia. Il 25 gennaio 2011 iniziano gli scontri a piazza Tahrir (Il Cairo) che si protrarranno per 18 giorni con imponenti proteste, accompagnate da una feroce repressione che porterà alla morte di oltre 800 egiziani. Mubarak dà le dimissioni l’11 febbraio 2011, lasciando il potere al Consiglio supremo delle forze armate guidato dal Feldmaresciallo (Mushir) Mohammed Heseyn Tantawi, in attesa delle elezioni presidenziali da cui sarebbe uscito vincitore nel 2012 Mohamed Morsi. Quest’ultimo, il 3 luglio 2013, viene destituito da un colpo di Stato militare del generale Abdel Fattah al-Sisi, che vince le elezioni presidenziali del 2014 e del 2018. Nel 2019 passa anche il referendum in cui si stabilisce l’allungamento dei termini del mandato presidenziale (da 4 a 6 anni) e il relativo ampliamento dei poteri.

LIBIA

Il 16 febbraio 2011, in seguito all’arresto di un attivista per i diritti umani, si verificano i primi scontri a Bengasi in opposizione al governo di Mu’ammar Gheddafi (in carica dal 1º settembre 1969). Le proteste si propagano in altre città e il giorno seguente, in quella che verrà ricordata come La giornata della collera, milizie giunte da Tripoli a Beida, nell’est della Libia, attaccano i manifestanti, causando morti e feriti. Il 21 febbraio la rivolta raggiunge la capitale Tripoli. Iniziano le defezioni dei politici libici, alcuni dei quali accusano apertamente Gheddafi di essersi macchiato di crimini contro l’umanità. Il 20 ottobre 2011 Gheddafi venne catturato e ucciso vicino Sirte. Il suo cadavere fu poi sepolto nel deserto nei pressi di Misurata. Nel 2014 scoppia il conflitto armato tra due coalizioni e due governi rivali: da una parte c’è il governo internazionalmente riconosciuto, con base a Tobruch, sostenuto dalla Camera dei rappresentanti e dalla cosiddetta Operazione dignità del generale Haftar (che gode del supporto di Egitto ed Emirati Arabi Uniti); dall’altra il governo con base Tripoli, sostenuto dal Nuovo Congresso Nazionale Generale e dalla coalizione di Alba Libica (sostenuta da Qatar e Turchia). Nello stesso anno scendono in guerra anche i militanti affiliati al sedicente Stato islamico (Isis), prendendo il controllo prima della città di Derna e poi di Sirte. Le potenze occidentali sono sempre più coinvolte nel conflitto il cui intervento si concretizza, nel 2016, con lo schieramento di forze speciali e bombardamenti Usa contro l’Isis a Sirte. Nel 2020 la Turchia invia rinforzi in favore del Governo di accordo nazionale di cui dal 2016 Fayez al-Sarraj è il presidente.

SIRIA

Il 28 gennaio 2011 Ali Akleh si dà fuoco ad Al-Hasaka, in segno di protesta contro il governo di Bashar al-Assad (in carica dal 17 luglio 2000). Pochi giorni dopo, a mezzo Facebook, vennero invocate manifestazioni in tutto il Paese «contro la monocrazia, la corruzione e la tirannia, nella prima giornata della collera del popolo siriano e della ribellione civile in tutte le città siriane». Sebbene Assad dichiari di voler attivare delle riforme in tutto il Paese, da marzo 2011 le proteste si estendono e nell’estate dello stesso anno sono centinaia di migliaia i siriani che chiedono le dimissioni del presidente, riforme politiche e la fine della repressione da parte della polizia. La Siria precipita in una guerra civile, ancora in corso.

MAROCCO

Il 9 ottobre 2010 viene istituito il cosiddetto Accampamento della dignità a Gdeim Izik, nel Sahara occidentale, allestito dalla popolazione sahrawi per chiedere l’indipendenza. L’8 novembre le forze marocchine smantellano il campo. Se gli indipendentisti parlano di decine le vittime tra le persone presenti nel campo, le autorità marocchine riportano tredici morti, di cui undici tra i propri militari.
Ulteriori proteste nella regione si verificano a partire dal 25 febbraio 2011 come reazione al fallimento della polizia nel prevenire i saccheggi anti- saharawi nella città di Dakhla. Dal 20 febbraio migliaia di persone manifestano a Rabat, Casablanca e in altre città del Marocco per protestare contro il governo del re Mohammed VI e chiedere riforme democratiche. Nel luglio 2011 il Marocco va alle urne per votare un referendum su una nuova Costituzione il cui esito è la perdita di alcuni poteri (esecutivi e legislativi) da parte del sovrano a vantaggio del Governo e del Parlamento. Alle elezioni parlamentari di novembre 2011 si afferma il Partito della Giustizia e dello Sviluppo.

BAHREIN

Il 14 febbraio 2011 viene organizzato, perlopiù attraverso internet e social, il cosiddetto Giorno della rabbia nel quale la popolazione scende in piazza per chiedere le dimissioni di Khalifa ibn Salman Al Khalifa (premier in carica dal 1971) e per denunciare le discriminazioni protratte dalla minoranza sunnita al potere contro la maggioranza sciita (70% della popolazione). Il 18 febbraio la polizia apre il fuoco sui manifestanti in piazza della Perla, ferendone molti. Nei giorni successivi c’è un’ulteriore escalation delle proteste che sfocia nella dura repressione della polizia e la proclamazione dello stato d’emergenza da parte del re e la conseguente messa al bando, a partire dal 15 marzo, di tutte le manifestazioni di piazza.

YEMEN

Il 18 gennaio 2011 c’è un’escalation delle proteste di piazza contro il regime di ’Ali ’Abd Allah Saleh (al potere dal 22 maggio 1990) la corruzione dilagante e l’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità. Tutto questo accade mentre il governo dello Yemen è impegnato su due fronti: il primo, con il sostegno sostenuto dagli Usa, contro alcune cellule di al-Qaida stanziate nelle province di Shabwa, Marif e Jawf; il secondo contro le milizie sciite zaidite houti, tribù separatiste finanziate dall’Iran che mirano a conquistare l’egemonia del Paese. Questi ultimi prendono il controllo della capitale Sana’a nel settembre 2014. Il 19 marzo 2015 lo stato piomba nella guerra civile in cui si fronteggiano il governo riconosciuto dalla comunità internazionale del presidente Abd Rabu Mansur Hadi (successore di ’Ali ’Abd Allah Saleh, ucciso nel 2017) con base ad Aden e sostenuto tra gli altri da Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti; gli houthi nella capitale Sana’a e nel Nord-Ovest, sostenuti dall’Iran; il Consiglio di Transizione Meridionale formatosi nel 2017 ad Aden. L’Agenzia umanitaria delle Nazioni Unite (Ocha) a marzo 2020 riporta che sono quasi 250mila gli yemeniti morti dall’inizio della guerra, di cui circa 100mila come conseguenza diretta dei combattimenti e circa 130mila a causa di fame e malattie. Sono circa 20 milioni di persone – circa i due terzi della popolazione – ad essere ridotte alla fame, con 1,6 milioni di bambini affetti da malnutrizione acuta severa, e 24 milioni di abitanti che necessitano di soccorsi umanitari.

Michele Lipori

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