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Un manifesto per la riforma della RAI

by Fabrizio Giuliani

di Fabrizio Giuliani. Membro del direttivo Associazione dirigenti RAI in pensione.

Il prossimo giugno scadono il Consiglio di Amministrazione e, di conseguenza, il Presidente e il Direttore Generale della RAI.

L’allora ministro dell’Economia e delle Finanze Roberto Gualtieri, il cui dicastero è proprietario della RAI, in una audizione l’11 novembre 2020 presso la Commissione di vigilanza parlamentare per l’Indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi ha elencato errori e omissioni della gestione: buco in bilancio, mancata realizzazione del piano industriale, incapacità di visione strategica. Lo stesso Ministro ha chiesto che il Consiglio di amministrazione vada a scadenza, nel giugno 2021, senza prima dimettersi, in modo da avviare nel frattempo una Legge di riforma che possa tenere lontani i partiti dalla gestione e dalle nomine.

Una scadenza, quindi, che non considera solamente la nomina di nuovi vertici ma anche la possibilità di dare un nuovo assetto giuridico alla RAI che, svincoli il governo della Azienda dalla politica, meglio dalla maggioranza parlamentare del momento.

Nel formulare le sue dichiarazioni il Ministro Gualtieri aveva presente le proposte di legge di riforma avanzate da alcune forze politiche della maggioranza, in particolare quelle del Partito democratico, M5s e Liberi e uguali. 

Nella sostanza, l’intenzione dei proponenti è affrancare la governance dell’Azienda dalla spartizione partitica, affidando ad un ente terzo la nomina del Cda e dei vertici aziendali. Ritorna in ballo la creazione di una Fondazione autonoma dal Parlamento. Ma come si costituisce questa Fondazione? Le opzioni sono diverse, la discussione è in corso. Sembra però difficile che la politica si ritiri dalle nomine in modo sostanziale. Vedremo. I dubbi sono tanti circa la volontà di affrancare la RAI dalla lottizzazione e renderla veramente autonoma.

In questa situazione in movimento, già nel corso dell’anno appena terminato, alcuni ex dirigenti Rai, tutti aderenti alla Associazione dirigenti RAI in pensione (Adprai) hanno presentato un Manifesto per un nuovo servizio e la qualità della comunicazione di cui qui di seguito riportiamo un estratto.

Alcuni ex dirigenti Rai, tutti aderenti alla Associazione dirigenti RAI in pensione (Adprai) hanno presentato un Manifesto per un nuovo servizio e la qualità della comunicazione.

«I media di massa tradizionali, come la televisione, negli ultimi decenni hanno inquinato l’ambiente diffondendo paure, falsi convincimenti e falsi bisogni. Questa operazione negativa ha predisposto il nuovo ambiente dei social, amplificata e in parte continua, anche nel servizio pubblico. Invece proprio la RAI pagata dai cittadini, deve essere il primo luogo di ricerca della verità, della razionalità e della coesione sociale, e di stimolo alla qualità nella produzione dell’informazione, dei programmi e dei nuovi servizi nel sistema misto della comunicazione».

E ancora: «Perché questo sia possibile è necessario che la RAI spezzi definitivamente i suoi legacci con la politica di parte, e divenga luogo privilegiato di produzione culturale e informativa autonoma, professionale e responsabile verso la comunità nazionale. Una RAI unitaria, non più lottizzata al suo interno, non divisa in Reti e Testate, decisamente riorganizzata e orientata alla qualità del prodotto e del lavoro, affidata a professionisti che nel pieno rispetto delle diversità e liberi da ogni coercizione e sentimento di appartenenza partitica rispondano alle aspettative dei cittadini e alle necessità di sviluppo del Paese. Per separare la RAI dai partiti è necessario un organismo intermedio, che in regime pubblico ne acquisisca proprietà e controllo. La nomina degli amministratori deve assumere una valenza costituzionale».

Inoltre, la proposta del Manifesto prevede, per garantire la vera terzietà di questo Organismo intermedio, che: «gli amministratori devono essere scelti all’interno di un Registro permanente dei candidati, anche indicati da soggetti qualificati esterni al Parlamento, attraverso l’analisi trasparente dei curriculum e con audizioni pubbliche, la verifica di assenza di incompatibilità, l’accertamento delle competenze, la dimostrata attitudine al dialogo e alla promozione della coesione sociale».

La proposta è potrebbe sembrare audace ma al momento sembra l’unica che dia un qualche garanzia di autonomia nella gestione e nell’offerta di informazione e di prodotto televisivo.

La presentazione del Manifesto non si è fermata alle adesioni ma è continuata con l’ascolto di esperti e di politici. Nel corso di questi incontri è emerso il tema della pubblicità: un argomento che la riforma della RAI dovrebbe affrontare. Negli ultimi anni, con l’arrivo della televisione commerciale, in particolare quella della Fininvest (politicamente protetta agli inizi) la RAI ha dovuto adeguarsi per reggere la concorrenza seguendo una politica non più esclusiva di servizio pubblico ma proponendosi come una della tante emittenti commerciali, modificando in sostanza la sua struttura economico-finanziaria: ricorrendo ad un aumento della pubblicità per reggere gli ascolti in una concorrenza sempre a scapito della qualità.

In questa nuova prospettiva, però, la questione del canone è diventate sempre più spinosa. Perché pagare una quota annuale per un servizio che viene comunque interrotto dagli annunci pubblicitari come una qualsiasi altra emittente non di “servizio pubblico”? Questa una delle principali critiche.

Perché pagare una quota annuale per un servizio che viene comunque interrotto dagli annunci pubblicitari come una qualsiasi altra emittente non di “servizio pubblico”?

La RAI può fare a meno della pubblicità? L’argomento è difficile: è ben chiaro che l’Azienda deve essere economicamente sana e non assistita. Se lo Stato versasse alla RAI tutto il canone senza trattenerne una parte (il canone è, infatti, una “tassa di scopo”), facendo economie di scala, riformando l’organizzazione interna, realizzando prodotti di qualità facilmente commerciabili, i risultati si potrebbero raggiungere. Tuttavia la base di questo ragionamento presuppone l’autonomia della Azienda, rispetto a richieste e appetiti esterni. In Francia e in Germania, i canali del Servizio pubblico stanno praticando una politica di contenimento della pubblicità, specialmente nelle fasce di maggior ascolto. Per non parlare della Bbc che ne è priva, a fronte però di un canone annuo di 157 sterline, superiore a quello RAI.

Questa strada, così come stanno le cose, in Italia non è perseguibile. Si richiederebbe al Legislatore un salto culturale nei confronti della RAI, di cui al momento non vi sono i presupposti.

Tuttavia, anche se l’obiettivo sembra lontano, l’argomento non dovrebbe essere lasciato cadere poiché si lega ad una esigenza più alta.

Per completare questo quadro molto sommario, per un futuro possibile della RAI, si devono tenere in conto le potenzialità che offrono le nuove tecnologie. La transizione al DVB-T (il nuovo standard del consorzio europeo DVB per una modalità di trasmissione televisiva digitale terrestre) è già iniziata e il primo switch off con relativo passaggio di frequenze avverrà il prossimo 21 settembre e si concluderà l’anno successivo.

Lo sviluppo rapido di esse, ha posto, come mai nel passato, la necessità di fare fronte ai rischi che corre la democrazia rappresentativa sottoposta al vento delle false notizie, delle irrazionalità, della violazione della privacy. La RAI è attrezzata per sfruttare tutte le occasioni che le nuove tecnologie offrono?

Se una democrazia moderna e matura ha la necessità di avere, nel sistema paese, un’Azienda radiotelevisiva dove gli ascoltatori non siano considerati consumatori ma cittadini, si può ragionevolmente pensare che il Servizio pubblico possa essere compreso nei beni primari che dovrebbero venir garantiti: cioè rappresentare un “bene comune”. Un servizio che garantisca ai cittadini una corretta informazione, non lottizzata, indipendente, rispettosa dei valori della Costituzione, che svolga una sua attività autonoma di produzione lontana da una logica meramente mercantile. Un servizio essenziale che, in quanto tale, è alimentato dalle risorse economiche dei cittadini.

Il merito del manifesto è quello di aver voluto mettere in evidenza e all’attenzione dell’opinione pubblica questi temi approfittando delle scadenze legislative che interessano la RAI.

Spetta al Legislatore fare un nuova riforma che tenga conto della esigenza di difendere, qualificare e sostenere il servizio pubblico radiotelevisivo, garanzia per la cittadinanza, alla quale spetta il compito di chiedere con insistenza questo diritto.

Ph. © Carlo Dani, via Wikimedia Commons

Fabrizio Giuliani

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