Franz Werfel, lo scrittore ebreo che “cantò” Lourdes - Confronti
Home Cultura Franz Werfel, lo scrittore ebreo che “cantò” Lourdes

Franz Werfel, lo scrittore ebreo che “cantò” Lourdes

by Goffredo Fofi

di Goffredo Fofi. Scrittore, critico letterario e cinematografico, giornalista. Direttore della rivista Gli asini.

Che grande scrittore è stato Franz Werfel, ebreo boemo e in origine cittadino dell’impero austriaco, autore di almeno due capolavori, I quaranta giorni del Mussa Dagh, che ricostruì con scrupolo di storico e non solo di narratore il massacro degli armeni (cristiani) attuato dall’impero turco durante la prima guerra mondiale. Uscì in italiano in due volumi della gloriosa Medusa mondadoriana dalla copertina verde, come anche Bernadette (nell’originale Il canto o Il poema di Bernadette, cioè Das Lied von Bernadette) in un solo volume del 1946, tante volte ristampato, anche in seguito a un felice adattamento cinematografico hollywoodiano diretto da Henry King con una giovanissima Jennifer Jones da Oscar. 

Nato nel 1890, Werfel fu travolto come tutta la sua generazione dal massacro di giovani che fu la Grande guerra e, subito dopo, dall’avvento del nazismo, dalla vittoria di Hitler. In fuga nel tentativo che fu di tanti perseguitati per motivi politici o perché ebrei di raggiungere l’America, fu accolto per diversi mesi a Lourdes, e fu lì che, mosso da una stupefatta curiosità, scoprì la storia di Bernadette Soubirous, la poverissima ragazzina che a 14 anni disse di aver visto non la Madonna ma una bella Signora nella grotta di Massabielle dove era andata a far legna, vicina a una sorta di immondezzaio del paese. 

Le inquietudini religiose di Werfel, accresciute dalla persecuzione, trovarono un oggetto di riflessione e di studio nella storia lineare e complessa della ragazzina di Lourdes, ostinata nelle sue dichiarazioni anche di fronte alla commissione ecclesiastica istituita da Roma, che verificò la sua assoluta onestà, ma anche la realtà dei miracoli che l’acqua della sorgente scoperta dalla ragazzina (su indicazione della “Signora”) operava in tanti fedeli che avevano cominciato ad affluire alla sorgente nonostante i divieti polizieschi e l’ironia dei non-credenti.

Tanti miscredenti ebbero a interrogarsi e alcuni a ricredersi, verificando quanto ebbe a dire Shakespeare per bocca di Amleto, rivolto all’incredulo Orazio dopo l’apparizione del fantasma del padre: «Ci sono più cose in cielo e in terra di quante tu ne possa immaginare nella tua filosofia».

Ricostruendo tutta la complessa vicenda, insieme privata e storica, sociale e religiosa, di Bernadette, la sua ostinata onestà di pastorella semi-analfabeta, Werfel disse di aver voluto tener fede a una sorta di voto. Era stato salvato a Lourdes dalla persecuzione nazista, e fu portato a considerare anche quello una specie di miracolo, anche se socialmente e storicamente plausibile.

La scrupolosa ricostruzione della storia di Bernadette (che ha uno sfondo narrativo fortissimo nella ricostruzione di tutto un contesto sociale e politico, la Francia della seconda metà dell’Ottocento, il tempo di Napoleone III ma anche di Émile Zola) ha una tensione epica di cui Werfel, e questo è infine il suo magistero, sa innestare nel romanzo, convinto – come ha scritto – che la forma moderna del poema epico è appunto il romanzo. 

Con il titolo di Il canto di Bernadette, e nella tempestiva e ottima traduzione mondadoriana di Remo Costanzi del 1946, il romanzo di Werfel è stato ristampato nel 2019 da Gallucci. Ed è ancora un piacere leggerlo, confrontarsi con una storia così ampia e realistica e con la vita lineare e dolorosa di una povera fanciulla proletaria cresciuta in un povero villaggio e in una povera famiglia, cui una visione ha cambiato la vita cambiandone al contempo migliaia di altre…

Un piacere? Sì, ma anche un’inquietudine, tante domande, e uno sbalordimento. Ha scritto Werfel: «Ho osato cantare la canzone di Bernadette, io che non sono cattolico ma ebreo. Il coraggio per questa impresa mi è venuto da un voto molto più antico e inconscio. Sin dal giorno nel quale scrissi i miei primi versi, giurai a me stesso che avrei reso onore sempre e dovunque, attraverso i miei scritti, al segreto divino e alla santità umana: nonostante che l’epoca nostra, con scherno, ferocia e indifferenza, rinneghi questi valori supremi della nostra vita».  

Goffredo Fofi

Goffredo Fofi

Scrittore, critico letterario e cinematografico, giornalista. Direttore della rivista Gli asini

Abbonati ora!

Solo 4 € al mese, tutta Confronti
Novità

Seguici sui social

Articoli correlati