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Fukushima dieci anni dopo

by Roberto Bertoni

di Roberto Bertoni. Giornalista e scrittore.

Ha tremato ancora la terra in Giappone: una scossa di oltre sette gradi Richter di magnitudo, un qualcosa che alle nostre latitudini avrebbe significato una tragedia di proporzioni apocalittiche. Eppure, ricordiamo bene un terremoto addirittura peggiore: il sisma che scosse il mondo intero l’11 marzo di dieci anni fa, quando a Fukushima accadde l’inferno, con tanto di tsunami e danneggiamento di un reattore nucleare, con fuoriuscita di materiale radioattivo, che rievocò in molti l’abisso di Chernobyl. 

Dieci anni sembrano un tempo infinito, soprattutto se pensiamo a ciò che è accaduto nel frattempo, ma sono nulla e sarà bene non dimenticare quella disgrazia e farne tesoro per il futuro. 

LA FINE DI “UN” MONDO

Esattamente dieci anni fa il dramma di Fukushima fu d’aiuto, ad esempio, per far comprendere agli italiani la necessità di accantonare l’energia nucleare, propiziando la vittoria di un referendum ad hoc che trascinò con sé il consenso per l’acqua pubblica e contro il “legittimo impedimento” di berlusconiana memoria. Sempre dieci anni fa, ben prima che dilagasse il fenomeno Greta Thunberg, l’orrore giapponese diede vita a un ampio dibattito collettivo sulla necessità di salvaguardare l’ambiente.

Restammo scioccati, infatti, non solo dalla portata della catastrofe ma anche dal fatto che, comunque, le aree interessate riuscirono a resistere come da noi non sarebbe mai avvenuto. Basti pensare, a tal proposito, che la scala Richter quantifica l’energia sprigionata dal fenomeno sismico su base puramente strumentale, a differenza della “nostrana” scala Mercalli che, invece, valuta l’intensità del sisma basandosi sui danni generati dal terremoto e su valutazioni soggettive e che da noi una scossa fortissima, ma neanche paragonabile a quella giapponese, aveva ridotto in macerie la provincia dell’Aquila e provocato oltre trecento morti. Riflettemmo sulle origini dei terremoti, sulla necessità della prevenzione e sulle possibili responsabilità umane nel susseguirsi di disgrazie sempre più frequenti e di dimensioni sempre più strazianti. Riflettemmo su noi stessi e sul nostro rapporto con il Pianeta, e per la prima volta emersero nuove soggettività, il discorso pubblico si fece veramente globale e ci rendemmo conto della vastità dei confini di un mondo che non consentiva più di perseverare con il nostro campanilismo.

Fukushima, con il suo carico di indicibile barbarie, costituì l’irruzione brutale del mondo nelle nostre vite e nelle nostre case. Proprio com’era accaduto dieci anni prima, con la tragedia delle Torri gemelle a New York, prendemmo atto di non poter più restare indifferenti ma, più che mai, della necessità urgente di trovare un nuovo linguaggio ed elaborare una nuova visione, se non volevamo restare privi di argomenti al cospetto di un rivolgimento di cui oggi possiamo dire di aver ben chiara la complessità. 

Non è andato tutto bene in questo decennio, anzi. La pandemia ha rappresentato l’apice di un declino che era iniziato da prima e che ebbe in Fukushima l’ennesimo campanello d’allarme, purtroppo largamente ignorato, e nelle evoluzioni successive tanti altri segnali e richiami che solo in pochi hanno avuto la saggezza di ascoltare. Fatto sta che se ancora ne parliamo, se ancora quella vicenda non è caduta nell’oblio, alla vigilia di Olimpiadi che non abbiamo ancora neanche la certezza che Tokyo possa ospitare, se tutto questo si sta verificando, è perché comunque qualcosa di quei giorni e di quella storia ci è rimasto dentro. Ricordiamo, ad esempio, il coraggio e la forza d’animo del governo giapponese, capace di ricostruire in meno di una settimana, centinaia e centinaia di chilometri di strade, letteralmente squarciate a metà dal sisma. E ricordiamo il desiderio di rialzarsi di un popolo indomito, battagliero come nessun altro, in grado di fornire al mondo un modello di serietà, sobrietà e unione d’intenti dal quale avremmo solo da imparare. 

Fukushima non è stata Chernobyl, non ha rappresentato il colpo di grazia a un modello sociale e di vita opposto a quello occidentale, non è rimasta intrappolata nelle dinamiche ciniche della Guerra fredda, eppure ha saputo ritagliarsi un posto non secondario nell’immaginario collettivo. Esiste, difatti, un prima e un dopo. Il prima dello sviluppismo feroce e della concezione disumana dell’ambiente come una vacca da mungere senza ritegno e il dopo di una maggiore attenzione ai fenomeni naturali, che troppo naturali non sono mai. Esiste il prima del modello liberista senza opposizione e il dopo del progressivo risveglio di un’altra idea di mondo. Esiste il prima del Giappone potenza mondiale e tecnologica e il dopo del Giappone paese fragile, soggetto a tremare di continuo e bisognoso di cure e attenzioni particolari. 

MEMORIA E SPERANZA PER IL FUTURO

L’11 marzo 2011 è, dunque, una data che non scorderemo, che nessuno può scordare, perché a Fukushima è venuta giù una concezione sbagliata dell’essere umano e ha cominciato ad affermarsi un pensiero alternativo. Non siamo certo fuori dai dogmi che hanno asfissiato il globo per quattro decenni, anzi siamo ben lontani dal compimento di questa lotta contro l’assurdità di una visione completamente errata, ma non c’è dubbio che parlare di energie rinnovabili, dopo quello spavento e le immagini che vedemmo scorrere sugli schermi televisivi, divenne più semplice. Ora bisogna capire cosa accadrà nel prossimo decennio, quali e quanti strascichi avrà la pandemia, se un serio discorso ambientalista potrà riprendere, senza estremismi di sorta, o se saremo costretti ad assistere a una nuova stagione di inumano sfruttamento delle residue risorse del pianeta, in nome di una crescita e di una ricostruzione che, senza un radicale cambio di paradigma, non farà che acuire le già devastanti disuguaglianze che rendono impossibile il mantenimento di un equilibrio accettabile in un pianeta che, oltretutto, conta ormai oltre sette miliardi di abitanti. 

Fukushima sta lì, col suo dolore, il suo monito e la sua storia tremenda, a ricordarci gli errori e le opportunità, come eravamo e come siamo dimenticati. Dieci anni dopo, alcuni passi avanti sono stati compiuti e infiniti altri restano da compiere. A noi rimane la sofferenza, la paura, lo sgomento, la terra che impazzisce, il disastro di una centrale nucleare e la frase che si è soliti ripetere in questi casi, quel “mai più” con cui si spera di esorcizzare tragedie future, salvo poi accorgersi di aver fallito ancora una volta. Eppure, se qualche speranza di cambiare è ancora fra noi, è perché una data come quella non è del tutto svanita dalla memoria. Esiste una comunità ribelle che dice no allo scempio dell’uomo e chiede sicurezza, dignità e giustizia sociale per tutti. 

Nessuno può dimenticare Fukushima, ma qualcuno può provare, per interessi più o meno leciti ed evidenti, a nasconderla. Sta a noi far sì che il disegno dell’indifferenza, in questo come in ogni altro caso analogo, venga sconfitto. 

Ph. © IAEA Imagebank / Wikimedia commons / Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic

Roberto Bertoni

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