Israele, paralisi o sulla china di una democrazia illiberale? - Confronti
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Israele, paralisi o sulla china di una democrazia illiberale?

by Giorgio Gomel

di Giorgio Gomel. Economista, è membro dell’Istituto Affari Internazionali (IAI), del Comitato direttivo di Jcall-Italia e dell’organizzazione Alliance for Middle East Peace.

Giunta alla quarta tornata elettorale in appena due anni, Israele ha confermato alla guida del Paese Benjamin Netanyahu, leader del Likud e premier con ininterrotta continuità da 12 anni, nonostante le imputazioni che gravano su di lui e l’attesa di un processo che l’epidemia di Covid-19 e le lungaggini procedurali hanno posposto più volte.

L’oggetto della contesa elettorale è stato dunque il futuro di Netanyahu, una sorta di plebiscito sul suo conto. Temi dirimenti quali un accordo di pace con i palestinesi che soddisfi il loro diritto ad uno stato indipendente, il rispetto dello stato di diritto, il legame fra religione e politica , le disuguaglianze socio-economiche, un sistema elettorale proporzionale con eccessiva frammentazione dei partiti sono stati largamente elusi. Anche gli esiti della pandemia, negativi all’inizio con vasti contagi e decessi, poi positivi con la campagna di vaccinazione di massa non hanno influito in misura rilevante sul voto.

In un frangente in cui i palestinesi restano deboli e divisi e parte dello stesso mondo arabo osteggia con malcelato fastidio le loro istanze , sospinto da una convergenza di interessi con Israele e contro l’Iran fino a stabilire pieni rapporti diplomatici con lo stato ebraico, gli elettori hanno teso a dividersi su Netanyahu, le sue pretese di immunità dall’eventuale condanna, l’indipendenza dei giudici e della Corte suprema, sottoposti ad una campagna pesante di delegittimazione mossa dalla destra.

Nel nuovo parlamento i partiti orientati ideologicamente a destra occupano circa 75 seggi sui 120, sebbene almeno due di questi appartengano al fronte anti-Netanyahu e abbiano forse attratto voti di elettori centristi spinti da questo fine comune più che dall’ideologia da loro incarnata.

Lo spoglio delle schede rivela una quasi paralisi: 52 seggi in favore di Netanyahu (il suo partito ne ha persi 6 rispetto ad un anno fa), 57 contro e 11 attribuiti a due partiti agli estremi opposti dello schieramento politico – l’uno della destra nazionalista, l’altro islamista-conservatore – che non hanno dichiarato il loro orientamento circa la formazione di un governo. Potrà Netanyahu comporre una coalizione in cui convivono un partito che predica l’annessione dei territori e un partito arabo vicino alla Fratellanza musulmana ? Forse tenterà di sedurre transfughi dalla Nuova speranza di Sa’ar, in buona parte ex membri del Likud ma avversi a Netanyahu, oppure lo stesso Binyamin Gantz, leader del partito Blu e bianco e ministro della Difesa nel governo in carica, con l’argomentazione che solo lui può salvare Israele dall’ipoteca di un governo che includa gli islamisti oppure i razzisti della nuova formazione Sionismo religioso

La Lista Araba Unita ha subito un collasso di suffragi da 15 a 6 seggi a causa della minore partecipazione al voto dei cittadini arabi di Israele e della frattura avvenuta nella lista che federava quattro partiti. Uno di essi, il Ra’am , di orientamento islamista, conservatore in materia di diritti civili e sociali, è fuoriuscito dall’alleanza, sedotto dalle lusinghe del premier uscente e dall’attesa forse illusoria di potere influire dall’interno di un’eventuale coalizione di governo sulle sorti della minoranza araba, che soffre di disagio economico ed è percorsa da un’ondata inquietante di crimine.

La sinistra ebraica – laburisti e Meretz – ridottasi ad appena il 5 % dei suffragi nelle elezioni di un anno fa ha ripreso vigore giungendo al 10 % circa. È fallito finora il tentativo di intellettuali ed attivisti progressisti di dare luogo ad un partito arabo-ebraico. Ma in un orizzonte di medio periodo la riscossa del centro-sinistra nel Paese esige un’alleanza politica fra ebrei ed arabi per un futuro fondato su principi di eguaglianza e democrazia.

Infine, il fatto più preoccupante è dato dagli oltre 20 seggi ottenuti dalle correnti fondamentaliste: oltre ai due partiti che riflettono le istanze delle comunità ultraortodosse e sono legati da anni da un’alleanza stretta di governo con il Likud, è entrata alla Knesset una formazione, detta “Sionismo religioso”, erede in una delle sue componenti del Kach, il partito fondato da Meir Kahane, alfiere del razzismo anti-arabo. che fu escluso per tale motivo dal Parlamento sul finire negli anni ’80. Questo partito, che Netanyahu ha favorito e sospinto nella campagna elettorale, predica l’espulsione degli arabi di Israele che non accettino un test di fedeltà allo stato, l’annessione dell’intera Cisgiordania, la discriminazione delle comunità LGBT. Esso potrebbe entrare in una coalizione delle destre, assicurando la maggioranza richiesta di 61 seggi e condizionando in modo nefasto le azioni di un futuro governo.

Giorgio Gomel

Giorgio Gomel

Economista, è membro dell’Istituto Affari Internazionali (IAI), del Comitato direttivo di Jcall-Italia e dell’organizzazione Alliance for Middle East Peace

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