L'Egitto di piazza Tahrir, da non dimenticare - Confronti
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L’Egitto di piazza Tahrir, da non dimenticare

by Azzurra Meringolo

di Azzurra Meringolo. Giornalista e scrittrice.

(intervista a cura di Claudio Paravati)

Tutto cambiò il 25 gennaio del 2011, dieci anni fa. In piazza Tahrir, al Cairo, l’Egitto conobbe la sua Primavera. Nel giro di un solo biennio quelle speranze di cambiamento nacquero, crebbero, e si arrestarono. Nel 2012 viene eletto presidente Mursī, destituito un anno dopo (2013) dall’esercito, con a capo Abdel Fattah Al-Sisi. Piazza Tahrir vive nelle storie di quei giovani, che erano scrittori, ricercatori, artisti, politici, leader e militanti dei diritti umani. Dieci anni dopo leggiamo quelle storie che ci raccontano di censura, di fuga dal Paese, e, nei casi peggiori, di incarcerazione, come per Patrick Zaky, e uccisioni, come nel caso di Giulio Regeni. Ne parliamo con la giornalista e docente a Roma 3 Azzurra Meringolo, autrice de I ragazzi di piazza Tahrir, scritto al Cairo seguendo la Primavera di allora, e ristampato quest’anno con introduzione inedita.

Le idee dei ragazzi che nel 2011 diedero vita alla “primavera” in Egitto sono cresciute anche grazie al nuovo mezzo a disposizione, internet. Puoi dirci qualcosa di più a riguardo?

Siamo nei primi dieci anni del Duemila, un’epoca dove ancora non esistevano dinamiche censorie, e la sfera virtuale che stava emergendo in quegli anni era una sfera nuova, che il regime del momento, a livello regionale, non aveva ancora gli strumenti e le capacità tecnologiche per controllare. Nello specifico questa è l’epoca in cui a livello arabo nasce la “blogosfera”, ovvero il blog come luogo di racconto e dibattito, ma anche come luogo che permette di parlare nascondendo la propria identità dietro un nickname. L’esplosione della blogosfera è stato senza dubbio un fenomeno interessante, anche dal punto di vista letterario, infatti dai blog sono nati soap e film. È stato un fenomeno trasversale, non solo politico, che è riuscito a rompere anche dei tabù sociali sulle questioni di genere, così come sul matrimonio per le donne, ed è stato il luogo in cui determinati discorsi, anche di opposizione al regime, sono stati veicolati. Questo è durato fino al 2010-2011, quando sono nati degli altri social, che però sono per la loro natura meno riflessivi. Forse Facebook consentiva uno spazio maggiore, ma Twitter contemplava ancora pochi caratteri, quindi potevano contenere più messaggi che riflessioni. Questo discorso oggi non si può più fare perché il regime ha sanato questo vantaggio tecnologico e i social sono diventati la vera rete dove pescare i dissidenti, in modo anche abbastanza semplice.

I ragazzi protagonisti delle storie che sono raccontate nel libro, in questo momento sono in difficoltà, alcuni sono scappati, altri sono stati presi, e tutti stanno subendo violenze in varie forme. Non è un finale lieto quello dei “ragazzi di piazza Tahrir”.

Erano celebrati come eroi del passaggio all’indipendenza, protagonisti di una stagione che non ha avuto un unico volto ma diversi: come Ahmed Maher, invitato in Italia da Sant’Egidio e nominato per il Nobel per la Pace. Dieci anni dopo sono descritti allo strenuo di terroristi. Una parola che viene utilizzata con un’accezione politica, infatti nel termine “terroristi” rientrano i rappresentanti dell’islam politico. La fratellanza musulmana è tornata ad essere bandita all’interno del Paese e viene definita terrorista a prescindere dalle attività che compie – visto che non abbiamo visto attività terroristiche firmate da questo movimento negli ultimi anni. Inoltre, questa parola è stata anche utilizzata per descrivere l’opposizione liberale o di sinistra. Quindi chi si oppone al regime viene definito come terrorista. 

Che fine hanno fatto gli attivisti nel corso degli ultimi anni?

Molti sono andati in carcere, rimasti in un limbo di parziale libertà con 12 ore in carcere e 12 ore fuori; alcuni invece sono scappati. Le persone vicine per parentela o per assonanza politica all’islam politico sono andate in Qatar e in Turchia, paesi che li hanno accolti politicamente, gli hanno permesso di fare televisioni e mezzi di comunicazione, e di ricostruire partiti paralleli, tanto che ormai la politica egiziana di opposizione si segue dalla diaspora. L’anima più laica e liberale risiede invece negli Stati Uniti (tra California, Washington e New York), dove ha trovato approdo in università, centri di ricerca e organizzazioni internazionali. In Europa i luoghi più importanti sono Londra, che da sempre è un crocevia di vitale importanza, e poi negli ultimi anni la capitale dell’opposizione egiziana liberale di sinistra è Berlino, che è diventata la nuova “Piazza Tahrir” d’Europa.

Muhammad Mursī è stato regolarmente eletto il 30 giugno 2012 e fino a che non è stato destituito, il 3 luglio 2013, era il governo in carica in maniera legittima. Cosa è successo? È stata una sconfitta per la democrazia egiziana? Una sconfitta ancora più dolorosa se si pensa che Mursī è nel frattempo morto nelle prigioni egiziane (2019).

Mursī è il primo presidente eletto nella storia dell’Egitto che non appartiene alle sfere militari. Ma i meccanismi di gestione del potere sono in breve tempo diventati molto simili a quelli del regime precedente. Le manifestazioni vengono represse, e l’agenda politica inizia a preoccupare soprattutto riguardo la questione femminile, perché ci sono richiami alla shari’a che impressionano (anche se erano già presenti in passato). Si crea un forte scontento nella popolazione, si chiede che Mursī esca di scena e i militari si spartiscono la gestione della transizione con la fratellanza musulmana, ma quando quest’ultima vuole prendere sempre più spazio, non solo politicamente ma anche socialmente, i militari le tolgono il sostegno. Le manifestazioni vengono manovrate e si arriva così al 2013, un momento di grande confusione rispetto a ciò che sta accadendo, e il golpe non viene identificato come tale. Di sicuro questo inizio di un complesso processo democratico non è riuscito ad arrivare a compimento, perché non si è riusciti a punire una politica che stava governando in modo errato attraverso le urne. La fede nella democrazia elettorale non è mai stata messa veramente alla prova, come invece è accaduto in Tunisia dove c’è una democrazia elettorale. 

In tutte queste vicende, che ruolo hanno avuto i copti, che sono la storica, numerosa minoranza cristiana del Paese?
I copti si sono sentiti minacciati dalla presa di potere della fratellanza musulmana, che ha cercato di imporre nella società elementi della shari’a, ma non ci sono stati grossi momenti di tensione. Ci sono naturalmente eccezioni; ho visto giovani copti che sostenevano leader della Fratellanza fuoriusciti dalla Confraternita. Nel momento in cui il golpe si compie, di fianco ad Al-Sisi compare l’imam di Al-Azhar e anche il papa copto. Purtroppo nonostante tutto questo l’intolleranza continua. 

Al momento l’Egitto appare molto problematico, basti vedere il caso Giulio Regeni, di Patrick Zaky. Cosa è cambiato rispetto a dieci anni fa?
Da un punto di vista politico il regime attuale sta attuando delle dinamiche ancora più repressive di quello precedente. Per quanto riguarda il caso di Patrick, la detenzione cautelare era una pratica già utilizzata nel regime di Mubarak, che era stata ristretta da un punto di vista temporale e nel 2005-2006 ci sono stati dei movimenti per ridurne l’utilizzo. Ora invece è una pratica molto diffusa, così come quella delle sparizioni forzate, che storicamente in Egitto non erano uno strumento utilizzato come in Sud America. La situazione è dunque peggiorata, anche per i diritti umani: le Ong che non sono tollerate, e l’unica testata giornalistica di opposizione non si può leggere all’interno del Paese. Non direi però che tutto è peggio di prima, perché l’Egitto come sistema-Paese, nel senso del cambiamento interno della società egiziana, è diverso rispetto al 2010. L’esperienza del 2011 è stata la prima grande esperienza di successo collettivo. Mai prima di allora un egiziano avrebbe pensato che una manifestazione popolare avrebbe potuto portare alla caduta di un regime. Questa concezione adesso è presente in due generazioni, quella che ha combattuto quella battaglia e quella che l’ha vista combattere dai propri genitori. Queste generazioni ci credono profondamente. Per quanto riguarda i dibattiti che seguo che vanno oltre la politica, su questioni di genere e dinamiche femminili, dieci anni fa le cose che adesso sento dire e le pubblicazioni che vedo non c’erano. C’è stato un profondo cambiamento della società che non ha portato a un profondo cambiamento del quadro politico.

Giulio Regeni era un cittadino italiano, come è possibile che la situazione sia precipitata a tal punto da ucciderlo, e che ora non si dia risposte convincenti all’Italia, e all’Unione Europea?

Il caso di Giulio Regeni mostra due cose. La prima è quanto è profonda la paranoia che vige in Egitto. Questo vale anche per il caso Zaky, dove parliamo di un post su Facebook e non di atti sovversivi, a testimonianza del fatto che dopo il 2013 si sviluppa una forte attenzione verso i social che vengono attenzionati attentamente anche attraverso apposite leggi. La seconda è che la stessa sorte tocca centinaia di egiziani ogni anno, e per questo diventa un caso importante anche per l’opposizione egiziana, perché mostra al mondo quello che la società civile denuncia da anni, rimanendo però inascoltata. Quindi nel caso di Giulio, che è la conseguenza diretta dell’attenzione rivolta alla sua attività, cui è seguito il rapimento, da una parte mostra un atteggiamento paranoico del regime, dall’altra svela al mondo una serie di meccanismi denunciati da tempo ma ancora sconosciuti.

Secondo te l’Europa su tutta questa vicenda avrebbe potuto fare di più?
Partendo dal presupposto che l’Egitto è un paese importantissimo della regione, da un punto di vista economico, energetico, per la sicurezza e il contrasto al terrorismo, per la questione migratoria, ma anche politica, perché quello che avviene al Cairo ha un peso politico enorme. Basti pensare alla Libia, sulla quale la diplomazia egiziana ha una forte influenza, ma lo stesso vale per il dialogo intra-palestinese, mediato dal Cairo. Non si può ragionare di Nord Africa e Medio Oriente senza avere relazioni con il Cairo. Quello che l’Europa da anni cerca dal Nord Africa è la stabilità. Ma la domanda da porsi è se si cerca una stabilità di lungo o di breve periodo, perché quella di breve periodo si ottiene anche attraverso la repressione, mentre quella di lungo periodo con l’inclusione delle diverse parti politiche. Quindi bisogna puntare ad una stabilità inclusiva, e lo sforzo che si poteva fare in questo senso era di contenere la polarizzazione e cercare di tenere insieme le diverse anime del Paese. Questo è un errore che è già stato fatto prima del 2010 e che si sta ricommettendo adesso. 

L’Egitto per quanto riguarda la repressione è peggiorato, ma qualcosa è cambiato, e forse non si torna potrà tornare solo indietro. Lo spirito di piazza Tahrir rifiorirà in un’altra primavera, o no? 

Un processo è iniziato, anche se due anni dopo ha avuto un grande inciampo fino quasi ad arrestarsi; ha piantato però dei semi che devono ancora maturare. Servirà ancora molto tempo, il contesto è più ostile e il terreno meno fertile alla democrazia di dieci anni fa, ma questo processo dovrà avere delle sue forme e dei suoi sfoghi. Inoltre la percezione è che dietro la facciata questo regime non sia così monolitico e che qualcosa potrebbe accadere. Il percorso non è finito e non si può dire che quelle voci non si sentono più, anche se non vengono raccontate. 

Ph. © https://www.facebook.com/WallsOfFreedom/

Azzurra Meringolo

Azzurra Meringolo

Giornalista e scrittrice

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