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L’oro della Turchia

by Giovanna Loccatelli

di Giovanna Loccatelli. Giornalista e scrittrice

(Intervista a cura di Denisa Muhameti e Claudio Paravati)

Negli ultimi vent’anni la Turchia ha subìto delle trasformazioni sorprendenti. Sotto la guida dell’Akp (il partito Giustizia e sviluppo il cui leader è Erdoğan), sono stati realizzati grandi progetti edili e infrastrutturali che hanno cambiato radicalmente il tessuto urbano delle città e la società. Ne abbiamo parlato con Giovanna Loccatelli, giornalista freelancee autrice del libro L’oro della Turchia. Il business dell’edilizia che ha stravolto l’aspetto del Paese e il suo tessuto sociale (Rosenberg&Sellier 2020, con postfazione di Alberto Negri). Loccatelli ha vissuto negli ultimi dieci anni prima in Egitto e poi in Turchia e ha scritto per diverse testate giornalistiche, tra cui The Guardian, Repubblica, La Stampa, The Post Internazionale, Huffington Post Italia, Affari Internazionali,Il Fatto Quotidiano. Oltre a L’oro della Turchia ha pubblicato Twitter e le rivoluzioni (Editori Riuniti, 2011) sul ruolo dei social network nella Primavera araba; Diario di una giornalista italiana (Al Arabi Publishing and Distributing, 2015, prima edizione in in arabo) sulla sua esperienza lavorativa in Egitto.

Dal 2020, oltre alla crisi economica la Turchia ha dovuto fare i conti anche con la pandemia. Un capitolo del suo libro è dedicato alla sanità turca. In che modo ha gestito la Turchia il Coronavirus? Quali sono i punti di forza e debolezza del settore sanitario?

La Turchia di Erdoğan, già in difficoltà a causa della dilagante crisi economica, deve oggi fronteggiare la critica situazione contingente legata alla pandemia di Covid-19. Le misure messe in campo dal governo non hanno soddisfatto la popolazione che ha lamentato poca chiarezza sui numeri e sulle statistiche fornite da Ankarae poca fiducia nel prossimo futuro, soprattutto da un punto di vista occupazionale. L’istantanea appena scattata non cancella però i meriti del sistema sanitario turco. A partire dal 2003 la sanità ha conosciuto un importante processo di ammodernamento e nel settore sanitario sono confluiti ingenti investimenti statali. Ciò ha consentito di garantire cure mediche ad un bacino di utenza molto più ampio rispetto al tipo di organizzazione precedentemente vigente. Uno dei settori più curati dal governo è il turismo medico che è aumentato rapidamente negli anni Duemila. Ha attecchito soprattutto nel settore privato e ciò ha portato a una rapida diffusione degli ospedali privati. Ma le criticità non mancano. La comunicazione con i pazienti stranieri è uno dei problemi principali nel turismo sanitario turco. Il corpo infermieristico difficilmente parla inglese. E questo problema, a più livelli, rende difficile affrontare le esigenze psicologiche dei pazienti. Un’altra criticità è rappresentata proprio dalle disuguaglianze. Le politiche sanitarie globalizzate del Paese sono evidentemente tese a migliorare il turismo medico ed i pazienti danarosi che vengono dall’estero, occidente e Paesi arabi; lasciando indietro una fetta di popolazione.

Si usa dire che chi governa Istanbul, governala Turchia. Nelle ultime elezioni, il partito di Erdoğan (Akp) ha perso sia Istanbul che la capitale, Ankara. Quante probabilità ha, ad oggi, Erdoğan di vincere le elezioni presidenziali nel 2023?

L’annullamento del voto del 31 marzo 2019 a İstanbul da parte del Supremo consiglio elettorale turco è stato inizialmente una doccia fredda sugli entusiasmi dell’opposizione. Ekrem Imamoğlu, sindaco per qualche settimana, ha esortato a guardare all’appuntamento del successivo 23 giugno dello stesso anno, data delle nuove elezioni, non come a un mero processo elettorale locale, ma a una lotta per la democrazia e la giustizia. Anche per questo motivo agli occhi dell’opposizione,nonché di molti osservatori turchi e internazionali, la decisione della Commissione elettorale è apparsa come un atto di natura politica, ossia un rifiuto delle regole del gioco democratico trascurando la “volontà nazionale”. Se infatti si vanno a vedere i dati, aver annullato le lezioni del 31 marzo ha determinato una sconfitta molto più dolorosa e pesante per Erdoğan: il distacco tra Imamoğlu e Binali Yıldırım è passato da 13.000 voti a oltre 700.000 nelle elezioni del 23 giugno.Uno schiaffo senza precedenti per il presidente turco. Le ultime elezioni amministrative hanno gettato certamente ombre sul destino dorato dell’Akp, un partito popolare che – soprattutto inseguito agli scandali di corruzione del 2013, che hanno coinvolto numerosi ministri ad esso affiliati – è stato accusato in maniera crescente di clientelismo. Bisogna tener presente però che il leader turco controlla in maniera ferrea le maggiori leve del potere: dalla magistratura alla polizia, dall’economia ai servizi, alle forze armate. È vero che la democrazia ha vinto sia a İstanbul che ad Ankarama il Paese rimane nelle mani di Erdoğan e del partito Akp che tenteranno in ogni modo di riaffermare il loro potere.

Dal suo libro si evince che l’architettura viene da Erdoğan plasmata per motivi politici. Ci sono luoghi – come Piazza Taksim, Gezi Park e Santa Sofia – che hanno un forte valore simbolico per gli istanbulioti; alcuni progetti cercano di imprimere negli spazi pubblici una precisa storia nazionalista. Che posto occupa il nazionalismo in Turchia oggi? In che modo questo uso dell’architettura incide sulla vita politica?

Un modo per capire i cambiamenti politici e sociali all’interno di una determinata società – e dunque anche per rileggere la storia – è dato dallo studio dell’urbanistica. Così come Atatürk, anche Erdoğan capì fin da subito che il suo potere e l’eredità del suo impero passavano innanzitutto attraverso le trasformazioni fisiche concentrate nella capitale economica del Paese. Il governo Akp avanzò, agli inizi degli anni Duemila, nuove proposte di rigenerazione urbana con l’intento di dare un nuovo significato e attribuire nuovi valori allo spazio pubblico più importante e sentito della metropoli: Piazza Taksim. 

Una visione che si è materializzata in quattro progetti: la pedonalizzazione della piazza con la riorganizzazione del traffico sotterraneo, la demolizione dell’Atatürk Cultural Center e la costruzione al suo posto di un nuovo centro culturale che ospita il Teatro dell’Opera, la costruzione di una moschea e la ricostruzione della caserma d’artiglieri a Halil Pascià per fini commerciali al posto di Gezi Park.
Tutti progetti realizzati, tranne (l’ennesimo) centro commerciale al posto del parco. Questi progetti, voluti fortemente dall’Akp, vedono il centro città come uno spazio unicamente dedito al consumo; e dove i luoghi pubblici sono rigorosamente controllati. Si dà una connotazione politica anche al tipo di architettura presente, tanto da farla diventare un marchio che serve a “pubblicizzare” lo spazio pubblico. Le parole d’ordine devono essere: consumo, merce, turismo, rimanendo sempre legati ai valori islamico-conservatori della Turchia. L’architettura diventa così iper politicizzata: si trasforma in uno strumento per riprodurre l’ideologia attraverso la distorsione ideologica della storia. Lo scopo finale rimane quello di vendere una metropoli e al tempo stesso controllarla più possibile.

Quale impatto avrà la Presidenza Biden sui rapporti tra Stati Uniti e Turchia? Più in generale, potrebbe influire anche sui rapporti di Erdoğan con l’Occidente?

La Turchia, da un punto di vista geopolitico,ha dimostrato di essere in grado di proiettare la sua potenza militare sui Paesi confinanti,come recentemente dimostrato nel Caucaso,ma è anche un Paese molto isolato. I suoi rapporti con gli alleati sono conflittuali. In Medio Oriente come pure nel Mediterraneo orientale,un blocco di nazioni considerano la Turchia un Paese rivale. I rapporti tra Ankara e i partner occidentali sono in questo momento molto difficili. Il livello di sfiducia reciproca con Stati Uniti e Unione europea è molto alto, anche se il presidente turco, almeno da un punto di vista diplomatico, ha cercato recentemente di far passare per saldi i suoi rapporti con l’Europa.

In ogni caso, il progetto della Turchia di diventare membro dell’Unione europea è ormai molto lontano dall’essere realizzato. Molte voci influenti negli Stati Uniti così come in Europa hanno più volte messo in dubbio il ruolo della Turchia all’interno della Nato e criticato Ankara per aver dimostrato un atteggiamento poco consono a quello di un alleato, accusandola di perturbare la coesione fra i membri dell’Alleanza. Naturalmente destano grande preoccupazione i rapporti sempre più stretti che la Turchia intrattiene con la Russia, sebbene i due Paesi siano sempre schierati dalla parte opposta di ogni conflitto che li vede impegnati.

Nel 2020 è uscita su Netflix la mini serie turca Ethos/Bir Baskadir. Qui, la città di Istanbul assume mille volti differenti, la Turchia appare come un Paese composto da linguaggi e valori diversi, dove le differenze sociali e le contraddizioni sono profonde.

Trovo il tema trattato molto interessante. Negli ultimi vent’anni, nuovi spazi di ricchezza e povertà sono emersi prepotentemente, soprattutto nella capitale economica del Paese. Una tendenza voluta e incrementata dal potere politico targato Akp. In un contesto del genere, i due estremi opposti della società sono sempre più isolati socialmente e spazialmente e conducono vite urbane chiuse: i ricchi per scelta, i poveri per necessità. La fascia più benestante della popolazione si è progressivamente isolata all’interno delle cosiddette gated communities, complessi residenziali chiusi, sparsi un po’ ovunque, sia nella parte europea che in quella asiatica della metropoli sul Bosforo.

Un discorso analogo vale per i centri commerciali: veri e propri numeri da record in Turchia. Sono diventati, negli ultimi anni, lo spazio pubblico che rimodella la vita dei cittadini turchi: le abitudini, gli orari, i gusti, più in generale lo stile di vita. Come evidenziano molti studi di settore, lo spettro dei servizi disponibili e dei beni di consumo è diventato molto più ampio e la disparità di consumo tra i ricchi e il resto della popolazione è sempre più evidente. Il sistema è ormai diviso in più livelli che rimangono nettamente separati quando si parla di stili di vita: questo “crescere separatamente” va preso alla lettera in una metropoli come İstanbul.

Qual è, infine, “l’oro della Turchia”?

Erdoğan è l’architetto della yeni Türkiye, la “nuova Turchia”. İstanbul, negli ultimi vent’anni, è diventata un cantiere a cielo aperto: ponti,moschee, nuovi quartieri, progetti megalomani sono stati costruiti. In alcune zone i grattacieli si sono moltiplicati. I centri commerciali sono diventati il segno distintivo di un nuovo modo di vivere. Legated communities hanno accentuato drammaticamente il fenomeno della “segregazione spaziale”. Il processo di gentrificazionee l’urbanizzazione selvaggia hanno scardinato il tessuto sociale di interi quartieri. Un’epocale rivoluzione ha investito il settore dei trasporti e delle costruzioni. Tutto questo è “l’oro della Turchia” voluto fortemente dal presidente turco e che ora, complice una forte crisi economica e sanitaria, potrebbe smettere di luccicare tra le mani.

Giovanna Loccatelli

Giovanna Loccatelli

Giornalista e scrittrice

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