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Pullman

by Goffredo Fofi

di Goffredo Fofi. Scrittore, critico letterario e cinematografico, giornalista. Direttore della rivista Gli asini.

Nei paesi dove non passavano i treni e dove le automobili erano rare e in mano a pochi ricchi, le corriere – i pullman – erano importantissime. Il nostro bisogno di socialità è anche un bisogno di movimento e di scoperte, di paesaggi e di incontri. Mai come ora, sentiamo la mancanza di questi mezzi di trasporto.

A fine Ottocento, in Inghilterra, mentre mister Stephenson inventava i binari la locomotiva a vapore e faceva andare i treni, un tale mister Pullman si ingegnò a costruire macchine molto capaci per il trasporto dei passeggeri da un paese all’altro dell’isola. In Italia li si chiamò a lungo “postali”, perché tra i loro servizi c’era anche quello di portare la posta nei paesi senza ferrovia; più tardi li si chiamò “corriere” e bus, ma ancora, e più diffusamente, pullman.

Carichi di persone e di merci, hanno abitato l’esperienza comune di milioni di persone, e sono stati una presenza sociale ineludibile, e anche un ingrediente ovvio in tanti film dagli anni Venti ai Cinquanta e Sessanta, e a volte quasi i veri protagonisti.

Un film? Quattro passi fra le nuvole di Blasetti, o Fermata d’autobus con Marilyn Monroe, che era addirittura un testo teatrale… (Ma quante volte compaiono nel cinema americano i mezzi e la stazione della Greyhound? E è oggi come ieri più facile e soprattutto molto più conveniente attraversare gli States con i pullman che con i treni). E un romanzo? Il picaresco La corriera stravagante di uno Steinbeck minore, ma ne vengono in mente cento altri…

E viene in mente un piccolo capolavoro messicano del grande Buñuel, uno dei suoi primi film, e ancora di netta influenza surrealista nonostante l’ambientazione neorealista: Subida al cielo, “una salita al cielo”, girato quasi tutto su e attorno a uno di quei formidabili e bizzarri autobus che in Messico vanno dall’Oceano al Golfo del Messico, dalla capitale a tutti i posti maggiori dell’immensa provincia. E sono questi i pullman su cui mi piacerebbe di più di poter tornare.

(Il film di Luis Buñuel, il mio regista prediletto insieme a Fritz Lang – e mi vanto di aver conosciuto entrambi – narrava di un giovane la cui madre morirà se non le si procura rapidamente una certa medicina, ed egli parte in corriera per recuperarla, attraversando la Sierra verso la grande città su un pullman sgangherato e fitto di persone. Animali domestici, e scatole e borse; ma lungo la strada lo tenta il Diavolo nelle vesti di una bella ragazza, ed egli cede, ma quando infine torna a casa con la medicina, la madre è già guarita, un vero miracolo dovuto proprio, dice il regista, alla sua inadempienza, al suo cedimento al desiderio!).

Nei paesi, anche grandi, dove non passavano i treni e dove le automobili erano rare e in mano a pochi ricchi, le corriere erano importantissime, e anch’io me ne sono servito ampiamente, insieme ai treni, e me ne servo ancora. Cominciando dalla Gubbio-Perugia per andare a trovare, per esempio, quando tornavo a casa, Aldo Capitini. E vi ho conosciuto persone le più diverse e non ricche, attraversando l’Appennino da una costa all’altra, per raggiungere Taranto o Bari, per esempio, sulle spericolate e mitiche Marozzi che correvano come matte nella notte da una strada a un’autostrada su fino a Roma (da Taranto 11 o 12 ore più o meno), per attraversare la Sicilia o la Sardegna raggiungendo i paesi più isolati, per salire dal Friuli alla Carnia, o a Torino da Porta Nuova a Prali nelle Valli Valdesi, su alla mitica Agape…

Mi sono sempre piaciute e mi piacciono ancora molto le stazioni di pullman, e mi ci fermo volentieri a scrutarne i frequentatori, un polo vero o residuale; per esempio quella a fianco della stazione dei treni a Palermo, nei cui pressi è il capolinea del pullman per Punta Raisi, di una compagnia dal nome un po’ esotico di Prestia e Commandè, o quelle da cui si scende al mare dai monti liguri. O la Tiburtina a Roma, dove salgo spesso sui bus che valicano l’Appennino, verso le Marche il Molise l’Abruzzo o verso la mia Umbria, guardando i passeggeri con ben maggior simpatia di quelli dei treni veloci, con qualche nostalgia per i passeggeri di una volta (un “popolo” che non era la plebe indifferenziata dei partitucoli d’oggi).

Se i pullman sono tornati in auge è stato a causa della privatizzazione delle Ferrovie dello Stato e dell’avidità di Trenitalia, della scelta di farci correre da Nord a Sud e tra Milano e Calabrie o da Est a Ovest tra Torino e Mestre. La novità è Flixbus, una compagnia che sembra coprire gli spazi lasciati liberi dalle ferrovie, e che mi fa pensare, per la sua vasta presenza e per la sua velocità alla storica Marozzi.

Sui pullman potremmo in tanti raccontare tanto. Il nostro bisogno di socialità è anche un bisogno di movimento e di scoperte, di paesaggi e di incontri, e mai come oggi ne sentiamo tutti la mancanza, in tempi di pandemia e di zone rosse, arancioni, gialle. Abbiamo bisogno di treni, di pullman, di muoverci e di incontrare. Dicono che prima o poi passerà. Spero proprio di esserci ancora.

© Illustrazione di Doriano Strologo

Goffredo Fofi

Goffredo Fofi

Scrittore, critico letterario e cinematografico, giornalista. Direttore della rivista Gli asini

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