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Sterilizzazioni (Perù)

by Nadia Angelucci

di Nadia Angelucci. Giornalista e scrittrice

Victoria Vigo è una donna peruviana che nel 1996, in seguito alla perdita del figlio appena nato e senza alcun consenso da parte sua, è stata sterilizzata in un ospedale pubblico. La storia di Victoria è simile a quella di altre 300.000 donne e 22.000 uomini.

Nell’aprile 1996 Victoria Vigo era arrivata alla 32a settimana di gestazione. Malgrado mancassero quasi due mesi alla fine della sua gravidanza aveva le contrazioni ogni cinque minuti. Fu portata all’ospedale pubblico di Piura, nel nord del Perù, e le fu praticato un cesareo d’urgenza per far nascere il suo bambino, che però visse solo poche ore. Al suo risveglio, di fronte alla sua disperazione, un medico si avvicinò per consolarla e le disse che era ancora giovane e che avrebbe potuto avere altri figli.

È in quel momento che Victoria sente la voce di un secondo medico, che corregge il primo e dice «no, l’abbiamo sterilizzata». Senza alcun consenso da parte di Victoria, né alcuna informazione preventiva da parte dei medici le erano state legate le tube.

Il caso di Victoria è simile a quello di moltissime donne peruviane che sono state vittime di sterilizzazioni forzate tra il 1996 e il 2000, come parte del Programma nazionale di salute riproduttiva e pianificazione familiare lanciato dal governo di Alberto Fujimori (1990-2000).

Si stima che nell’ambito di questo piano siano state sterilizzate circa 300.000 donne e 22.000 uomini, persone alle quali generalmente non erano state date le informazioni necessarie sulla pratica a cui sarebbero state sottoposte, o che erano state convinte con l’inganno. Almeno 18 sono morte come conseguenza dell’intervento.

La maggior parte di coloro che hanno subito questa pratica erano donne povere, andine, di lingua quechua e analfabete alle quali nel migliore dei casi veniva presentato un documento informativo in spagnolo.

I racconti delle vittime sono raccapriccianti. Brigate di ausiliarie andavano a cercarle nelle loro case e le portavano in ospedale a suon di minacce e con l’inganno. La testimonianza di Dionisia Calderón al quotidiano argentino Pagina 12 non lascia spazio all’immaginazione.

Nel 1996, con cinque figli piccoli e un marito desaparecido a causa del conflitto armato, si reca all’ospedale di Cangallo per ritirare gli alimenti che le infermiere le avevano promesso durante una delle visite sanitarie: «Ci fecero salire su un camion, e arrivammo in un ospedale pieno di donne che piangevano, urlavano, si afferravano alle mie gambe chiedendomi aiuto».

Dionisia fugge ma la raggiungono e la riportano indietro. Viene anestetizzata e la mattina seguente, quando si sveglia, le viene detto che era stata eseguita una legatura delle tube. Nel pomeriggio la riportano indietro ma la lasciano a qualche chilometro dal suo paese. Dionisia percorre il tratto di strada fino a casa a carponi perché la ferita non le permette di alzarsi.

Il primo marzo, dopo decenni di impunità, e un’indagine aperta e chiusa più volte, finalmente questa storia arriverà in tribunale. L’apertura dell’indagine risale al 2002, dopo la presa di posizione della Corte interamericana dei diritti umani che ordinò allo Stato peruviano di indagare sulle sterilizzazioni forzate.

Nelle scorse settimane è stato fatto un passo avanti grazie ai movimenti delle donne che da decenni lottano per avere giustizia. Il presidente peruviano Francisco Sagasti, ha promulgato un provvedimento che prevede che i risarcimenti del Plan Integral de Reparaciones (Pir) per le vittime del conflitto che colpì il Paese negli anni ’80 e ’90 siano estesi a «tutte le vittime di qualsiasi tipo di violenza sessuale», una formula che include anche chi ha subito la sterilizzazione forzata.

Victoria Vigo porta avanti da venticinque anni la sua battaglia come portavoce delle vittime delle sterilizzazioni forzate del periodo Fujimori. Si è spinta fino al Congresso degli Stati Uniti, nel 1998, per chiedere una spiegazione per i fondi della cooperazione statunitense utilizzati per attuare questo programma.

Il Congresso degli Stati Uniti, dice Victoria Vigo, «si è scusato ma ha affermato di non essere a conoscenza del fatto che i fondi venissero utilizzati in questo modo». Vigo però è convinta che questa politica rispondeva alle «pressioni degli Stati Uniti per controllare la migrazione e per avere una popolazione con meno bambini e un maggiore potere d’acquisto».

Victoria ha vinto il processo contro il medico che l’ha sterilizzata, ma fino ad ora non ha avuto la soddisfazione di vedere chiarite le responsabilità del Governo nella sua vicenda e in quelle degli altri uomini e donne che sono stati sterilizzati.

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Nadia Angelucci

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