Home Geopolitica Un ritorno al “Socialismo del XXI secolo” in America Latina?

Un ritorno al “Socialismo del XXI secolo” in America Latina?

by Paolo Ferrero

di Paolo Ferrero. Vicepresidente del Partito della Sinistra Europea e dirigente di Rifondazione Comunista

(Intervista a cura di Francesca Romana Buccioni)

Al World Social Forum del 2005, Hugo Chavez, ex Presidente del Venezuela dal 1999 alla sua morte, nel 2013, identifica la sua linea politica con la formula “Socialismo del XXI secoloche si ispira alla rivoluzione bolivariana. Questa linea verrà seguita, anche da altri leader politici della sinistra latinoamericana che nel primo decennio degli anni 2000 ha visto una rivalsa, per fare alcuni esempi: In Brasile i candidati alla presidenza del PT Lula (2002 e 2006) e Dilma Rousseff (2010) vincono le elezioni. In Argentina gli esponenti peronisti di sinistra Nestor Kirchner (2003) e Cristina Fernandez Kirchner (2007) vincono le elezioni inaugurando e proseguendo una politica anti-neoliberista e scontrandosi ripetutamente con il FMI. In Uruguay dopo più di trent’anni di sconfitte il Frente Amplio vince le elezioni (2004). In Bolivia il Movimento al Socialismo di Evo Morales vince le elezioni (2005). In Ecuador le vince, alla testa di un’alleanza di sinistra, Rafael Correa (2006). 

I paesi nei quali si parla esplicitamente del Socialismo del XXI secolo sono, oltre a Cuba (che costituisce un caso a parte), il Venezuela, l’Ecuador e la Bolivia stessa.

Nell’ultimo decennio si assiste ad una tendenza inversa, con l’ascesa di Bolsonaro in Brasile, si è affermata in AL un’onda conservatrice che ha visto la destra vincere in paesi come: Argentina, Cile, Colombia ed Ecuador (dove il presidente in carica Lenin Moreno, successore di Correa, ha preso le distanze dalle politiche socialiste avvicinandosi alle politiche liberali degli Stati Uniti e alleandosi con la destra).

A seguito della riconferma di Maduro in Venezuela, della vittoria di Luis Arce in Bolivia e delle proteste nei confronti dei governi di destra iniziate alla fine del 2019 e proseguite anche durante il 2020 in paesi come Colombia, Cile e Ecuador, possiamo dire che c’è un ritorno del Socialismo del XXI secolo in America Latina? Le prossime elezioni del 2021 in Ecuador e Perù ne potranno confermare la tendenza?

Possiamo sicuramente affermare che è stata fermata l’offensiva delle destre, offensiva fortemente intrecciata con una tendenza golpista di nuovo conio. È infatti evidente che in Brasile la vittoria di Bolsonaro arriva dopo che un golpe bianco attuato con la collaborazione di una parte consistente della magistratura ha deposto illegalmente Dilma Dusself e dopo aver montato un processo farsa contro Lula, ha impedito che questi si presentasse alle elezioni e le vincesse. Anche in Bolivia abbiamo avuto un golpe bianco, con la formazione di un governo sostenuto dai vertici militari e privo di legittimazione parlamentare. In Ecuador il golpe bianco lo ha fatto il presidente in carica Lenin Moreno, che eletto a capo di una coalizione di sinistra, eletta su un programma di sinistra, ha messo in galera il suo vice, cercato di far incarcerare Raffael Correa, il presidente precedente, e applicato un programma iperliberista. Questa tendenza dei golpe bianchi, soft golpe, ha avuto una efficacia enorme, pari a quella dei golpe militari degli anni ’70, senza avere le controindicazioni in termini di “danno di immagine” per il governo degli Stati Uniti che i golpe medesimi organizzavano. La perdita di qualsiasi credibilità dei golpisti in Venezuela e la vittoria elettorale di Maduro, la vittoria larghissima del Movimiento al Socialismo in Bolivia hanno interrotto questa sequenza, così come l’ottimo risultato del candidato di sinistra in Ecuador che è arrivato primo alle elezioni e parte favorito per vincere al ballottaggio le elezioni presidenziali.

Dopo un anno di esilio in Argentina e a seguito della vittoria di Luis Arce, l’ex presidente Evo Morales è tornato in Bolivia. Quanto crede che la figura di Morales possa essere “ingombrante” nel nuovo governo?

Evo Morales è una persona intelligente: ha chiarissimo che adesso non è più presidente. Ha quindi deciso di fare il leader del MAS-IPSP, il Partito che ha la maggioranza parlamentare. Questo produrrà contraddizioni? Probabilmente sì e saranno contraddizioni feconde perché è molto positivo che nel processo di trasformazione boliviano – come in generale nei processi di trasformazione di tipo socialista – il leader del partito di maggioranza e il leader del governo non coincidano. Questa non coincidenza aiuta la dialettica democratica e favorisce l’autonomia delle organizzazioni sociali dal governo. Un buon processo di trasformazione non è fondato sul consociativismo ma sul protagonismo della società civile organizzata al di là delle mediazioni a cui un governo è tenuto. Quindi penso che questo “dualismo di poteri” sia molto utile e vada seguito con attenzione e partecipazione. Nella situazione boliviana ci sarà da imparare anche da questo.

Il nuovo Presidente Luis Arce ha istituito il Ministero delle Culture, Decolonizzazione e Depatriarcalizzazione, nominando a capo Sabina Orellana, donna indigena quecha. In un Paese in cui più del 40% della popolazione appartiene alla comunità indigena, di cui fino ad ora Morales ne ha rappresentato la lotta e la forza, oggi è rappresentato da un volto femminile e storico dell’attivismo della Confederazione Nazionale delle Donne Campesine, Originarie e Indigene della Bolivia. Che nuovo significato assume l’istituzione di questo ministero e di questa nuova rappresentanza?

Il Ministero delle Culture lo aveva già istituito Evo Morales ed era stato abolito dal governo golpista. Arce lo ha ripristinato allargandone le funzioni e lo spettro di azione, mettendo al centro la questione della depatriarcalizzazione. Si tratta di un’ottima cosa che valorizza il punto di fondo del processo boliviano. Quello del MAS non è semplicemente un governo di sinistra antiliberista. È l’espressione dei movimenti sociali a partire dalle donne, dalle comunità indie, dal movimento contadino e sindacale. Il nome completo del Mas è MAS- IPSP e cioè Movimento Al Socialismo – Instrumento Politico por la Sobrania de los Pueblos. La seconda parte del nome è importante quanto la prima e la qualifica. L’esperienza boliviana è un intreccio fecondo di valorizzazione del tessuto comunitario indio e delle diverse forme di auto-organizzazione sociale – con tutto ciò che questo significa – e di politiche antiliberiste di sinistra. In questo indica una possibile strada per tutta l’America latina a partire dai paesi della cordillera. Del resto il vicepresidente di origine Aymara David Choquehuanca ne è il simbolo istituzionale che parla a tutti i popoli andini.

Il Covid sembra aver allontanato ancora di più le regioni del mondo tra loro. Noi poniamo invece a lei la questione: in che modo la pandemia inciderà sulla vita del nuovo governo in Bolivia; e nei confronti dell’Europa?

Paradossalmente la pandemia rafforzerà il nuovo governo boliviano perché avrà modo di rendere visibilissima la differenza con il governo disonesto di golpisti che l’ha preceduto. Il governo golpista non ha fatto nulla contro la pandemia, vi sono addirittura stati scandali per i respiratori spariti,  mentre il governo Arce sta operando bene, con efficacia e competenza. Nei confronti dell’Europa non cambierà molto. L’Unione Europea ha vergognosamente sostenuto il governo golpista, così come ha sostenuto il finanziatissimo golpista Guaidò in Venezuela.
Purtroppo l’Unione Europea non ha alcuna capacità di accompagnare i processi di cambio in America latina perché l’Unione Europea, oltre ad essere subalterna agli USA, è legata socialmente e politicamente alle oligarchie del centro destra del continente. La pandemia in generale ha invece sancito la fine di una fase della globalizzazione e sta favorendo un processo di aggregazione per macroregioni. Non a caso le élites dell’Unione Europea ne hanno radicalmente modificato la governance, puntando ad un maggiore ruolo strategico dell’Europa nella crisi della globalizzazione.

Seconda la sua analisi, che cosa ci dobbiamo aspettare nel secondo decennio di questo secolo? Che ruolo possono avere le sinistre nel mondo? Come colloca, in questo scacchiere, Biden?

La vittoria di Biden e del partito democratico ha un effetto positivo all’interno degli Stati Uniti, sul piano dell’immaginario collettivo mondiale e per quanto riguarda le politiche ambientali. Si tratta quindi di un effetto positivo. Se questo si tradurrà anche in una diversa politica estera, sia rispetto all’America latina che rispetto alla Cina, e in generale quindi rispetto al tema della guerra, è presto per dirlo. Come Partito della Sinistra Europea abbiamo costruito in questi anni ottimi rapporti con la sinistra democratica di Bernie Sanders e con i Democratic Socialist of America di Alexandra Ocasio Cortez, e confidiamo che questa sinistra antiliberista possa crescere negli USA. Solo una sinistra forte in ogni continente può costruire una sinistra forte sul piano mondiale e risolvere il problema ambientale come quello sociale e della guerra. Si tratta di questioni collegate, facce diverse della stessa medaglia che necessitano del superamento della logica della concorrenza e del profitto a favore di una logica di cooperazione e solidarietà. L’umanità non è mai stata così ricca e l’enorme sviluppo della scienza e della tecnica rendono possibile coniugare il benessere collettivo con il rispetto della natura. Se la sinistra non riuscirà a realizzare questo cambiamento radicale a livello mondiale, temo che nei prossimi decenni vivremo la catastrofe ambientale e l’accentuarsi della guerra civile planetaria, cioè quella terza guerra mondiale contro cui giustamente si scaglia papa Francesco. 

Paolo Ferrero

Paolo Ferrero

Vicepresidente del Partito della Sinistra Europea e dirigente di Rifondazione Comunista

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