Home Cultura Apeirogon. Un libro dalle Mille e una prospettiva

Apeirogon. Un libro dalle Mille e una prospettiva

by Colum McCann

Intervista a cura di Michele Lipori e Claudio Paravati. Redazione Confronti

Rami Elhanan e Bassam Aramin vivono in mondi contigui e paralleli, apparentemente senza possibilità di incontro. Rami è israeliano. Bassam è palestinese. La vita scorre in una normalità fatta di muri, checkpoint, barriere divisorie fino a quando entrambi gli uomini perdono le loro figlie. Smadar, tredicenne, viene uccisa da un kamikaze palestinese mentre faceva la spesa con i suoi amici; Abir viene uccisa da un membro della polizia di frontiera israeliana fuori dalla sua scuola. Questa tragedia immane rappresenta un punto di svolta decisivo per le vite dei due uomini. Decidono di spezzare il “cerchio del sangue”, di non chiedere vendetta per la tragedia che è toccata loro in sorte. Entrambi decidono di entrare nell’organizzazione binazionale Parents Circle Families Forum. E’ in questo contesto che Bassam e Rami si riconoscono nel dolore dell’altro, diventano amici e decidono di usare il loro comune dolore come arma per la pace. Colum McCann scrive Apeirogon (Feltrinelli, 2021) strutturandolo in 1001 “stanze” che rievocano le Mille e una notte dei racconti di Shahrazad, con gli ingredienti del saggio e del romanzo, e ci dona un racconto nello stesso momento struggente e carico di speranza.

Come è nata l’idea di scrivere un libro basandosi sulle storie di Bassam e Rami?

Quasi sei anni fa andai in Israele e Palestina con attivisti di due delle Organizzazioni non governative tra le mie favorite, Narrative 4 e Telos. Il gruppo era numeroso, e il viaggio è stato veloce, eppure abbiamo fatto in tempo a incontrare tante persone: scrittori israeliani, musicisti palestinesi, coloni, soldati, artisti, esperti di sicurezza. È stato un viaggio incredibile, curato in ogni dettaglio, e con molte sfumature. Dalla seconda all’ultima sera sono andato nella cittadina di Beit Jala, poco fuori Gerusalemme. Siamo entrati in questo ufficio, abbarbicato sopra una rampa di scale pericolante. All’interno, queste due persone, che si sono presentate con i loro nomi: Rami e Bassam. Persone comuni, in un posto altrettanto comune, o almeno così mi sembrava all’inizio. Hanno iniziato a raccontarmi delle loro figlie, Smadar e Abir, perse entrambe nel conflitto. Devo proprio dirlo: mi hanno lasciato senza fiato. Mi sembrava che fosse la prima volta che raccontavano quella storia. Ovviamente non era così, l’avranno raccontata centinaia di volta prima di allora. Eppure ero toccato profondamente, e mi sentivo cambiato per sempre. Sapevo fin da quell’istante, che volevo scrivere di loro. Sapevo anche che era rischioso, e che avrebbe voluto tempo per farlo, ma rischiare per questo andava bene. Nessuno rischia più di loro, Rami e Bassam. Volevo rendere onore al loro senso del rischio.

Quanto nel libro è invenzione letteraria, e quanto è storia realmente accaduta?

È tutto sia finzione che realtà. Non lo dico per prendere una scorciatoia. È un romanzo ed è tutto vero nello stesso tempo… almeno così penso! Lo si è dovuto chiamare romanzo, anche se racconta ampiamente di cose accadute nella realtà. Questo perché ho voluto soffermarmi nel cuore, e nella testa, su questi personaggi più grandi della vita stessa: Rami e Bassam. Volevo abitare gli spazi che sono al di là dei fatti. Per giungere all’elementale, la verità umana. 

Mettendo insieme finzione e realtà, ho provato a raggiungere il nocciolo di ciò che è vero e ciò che non lo è. E, diciamolo, è la questione del nostro tempo. Questa idea del fake e delle fake news. Verità, e post- verità.

La relazione tra finzione e realtà è da sempre complicata, ma lo è ancora di più oggigiorno. Dove tiriamo la linea di demarcazione? I fatti sono talvolta cose, e pertanto possono essere manipolate, oppure usati per far fare loro quel che tu vuoi. Ma la verità più profonda sta nel cuore umano, e quel cuore umano è da sempre caotico, e un luogo che cambia continuamente.

E se dunque la verità è caotica, tocca talvolta a noi inventare nuove forme, ed è ciò che ho provato a fare con Apeirogon.

L’apeirogon è un poligono con numero infinito di lati calcolabili. Lei ha usato questa immagine per definire il conflitto Israelo-palestinese. Ci può spiegare questa scelta?

Un infinito numero di lati calcolabili, questo è un apeirogon: sembra una cosa folle, e al contempo impossibile, e bellissima. Ed è proprio così. Puoi far parte di una forma infinita, e sempre giungere in un punto finito al suo interno. Sono incappato in questa parola mentre scrivevo un romanzo dal titolo TransAtlantic, una decina d’anni fa. Cercavo una parola che suggerisse il concetto di lati infiniti. L’ho tenuta in un cassetto, e sapevo che sarebbe dovuta essere il titolo giusto. Sono davvero grato all’editore italiano che ha avuto il coraggio di mantenerlo. Sapevo che sarebbe stato un titolo non semplice, ma proprio per questo è anche unico.

Lei è cresciuto in Irlanda, e quanto questo ha influenzato il modo di comprendere il conflitto in Israele e Palestina? Nella sua opinione, può il modello irlandese fungere da ispirazione per spingere a un processo di pace?

Quando mi trovavo in Palestina, ho attraversato molti checkpoint. Ho attraversato checkpoint anche da bambino, nell’Irlanda del Nord. Penso proprio che aver trascorso gran parte della vita in Irlanda nel Nord è stato molto importante per me. Vedere inoltre il processo di pace irlandese così da vicino (conclusosi nel 1998), è stato davvero utile per il mio intendimento di ciò che sta accadendo in Medio Oriente. Quando ci sono andato di persona, ho infatti riconosciuto la forza che ha il linguaggio, in quanto esso stesso arma. Ho potuto riconoscere le menzogne, e le mezze verità. Ho potuto anche riconoscere il dolore. Sono sempre stato in posizione di ascolto. Spero che non suoni come un cliché, ma è questa storia che mi ha trovato! E la ragione per cui l’ha fatto, è perché sono irlandese.


Parents Circle Families Forum è un’organizzazione composta esclusivamente da famiglie israeliane e palestinesi che hanno avuto in comune la sorte di vedere i propri familiari morire a causa del conflitto. Sono anche famiglie che non hanno voluto reagire al trauma del lutto con la volontà di vendetta e di odio, ma hanno preferito ricercare il dialogo e la riconciliazione con l’altro, per arrestare lo spargimento di sangue e operare a favore della pace. L’organizzazione è nata nel 1995 per iniziativa di Yitzhak Frankenthal, il cui figlio Arik era stato rapito e ucciso da affiliati ad Hamas l’anno precedente. Oggi ne fanno parte seicento famiglie israeliane e palestinesi che conducono un’azione comune per la costruzione della pace. Molte le attività promosse dall’associazione: incontri di dialogo per giovani delle due comunità, meeting pubblici tra le famiglie delle vittime, azioni di solidarietà e programmi educativi con il coinvolgimento delle due parti, sito internet in versione araba ed ebraica. La comunità di Facebook Crack in the wall, che conta oltre 28.000 membri, agisce per creare una “crepa nel muro”, impegnando palestinesi e israeliani nel dialogo e fornendo una piattaforma per esprimersi nella propria lingua, poi tradotta all’altro. 

Colum McCann, originario di Dublino è autore di sei romanzi e due raccolte di racconti. Il suo romanzo più recente, il bestseller Let the Great World Spin, ha vinto il National Book Award, l’International IMPAC Dublin Literary Award e molti altri importanti premi internazionali. Le sue opere di narrativa sono state pubblicate in trentacinque lingue. Vive a New York.

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