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Elio Vittorini

by Goffredo Fofi

di Goffredo Fofi. Scrittore, critico letterario e cinematografco, giornalista. Direttore della rivista Gli asini.

Elio Vittorini, siciliano di nascita, fu a Milano e Torino già negli anni Trenta uno degli artefici della grande editoria torinese e milanese dagli anni Trenta ai Sessanta, e fu in Lombardia una figura di spicco della Resistenza.

Quest’anno si è parlato molto di Cesare Pavese, c’era l’anniversario e ho riletto i suoi racconti e La luna e i falò con l’emozione di quando studiavo alle magistrali nel mio paese di provincia. I libri che mi piacevano li passavo subito – ero l’unico a comprarli, con la paghetta che mi dava mio padre per aiutarlo ad aggiustar biciclette, il poco che sapevo fare – ai miei amici del quartiere, e ricordo la sorpresa di uno di noi nello scoprirvi nero su bianco, nel racconto Tra donne sole (da cui Antonioni trasse un gran bel film, Le amiche), la parola “c….”. Altri tempi davvero. 

Ma più ancora che Pavese nella prima metà degli anni Cinquanta a piacerci di più, tra gli italiani, era Pratolini, perché in qualche modo parlava di gente come noi, parlava di giovani proletari e delle loro fatiche, delle loro rivolte, in Cronache di poveri amanti, nel Quartiere, in Cronaca familiare

Ma più ancora che Pavese nella prima metà degli anni Cinquanta a piacerci di più, tra gli italiani, era Pratolini, perché in qualche modo parlava di gente come noi, parlava di giovani proletari e delle loro fatiche, delle loro rivolte, in Cronache di poveri amanti, nel Quartiere, in Cronaca familiare…E dei nostri padri e nonni in Metello. E tra gli stranieri, sicuramente Steinbeck, Furore e La battaglia, così apertamente rivoluzionari nel loro messaggio, ma anche certi suoi libri minori come il picaresco Pian della tortilla, come il contadino Al dio sconosciuto che sto faticosamente cercando di ritrovare e di rileggere, come il bizzarro e corale La corriera stravagante. Poi arrivarono Bilenchi, Bassani e Cassola, arrivarono Gadda e Landolfi, e tra gli stranieri Faullkner e Camus sopra tutti e che mi intrigarono più di tutti. E c’era Vittorini, infine, di cui avevo letto sul giornale di mio padre, l’Avanti!, delle dispute avute con Togliatti; c’era Vittorini che ebbi la fortuna più tardi di conoscere a Palermo, nel freddo febbraio del 1956 quando scese a testimoniare a favore di Danilo Dolci e di più di un centinaio di altri imputati nel processo per lo sciopero a rovescio sulla “trazzera vecchia” di Partinico.

C’erano anche, testimoni o avvocati, Carlo Levi, Bobbio, Calamandrei, ma ad affascinarmi più di tutti – con il mio mito Levi – fu proprio Vittorini, alto e austero, con i suoi bei baffi e lo sguardo indagatore ma buono, attento soprattutto, anche più di Levi e insieme a Gigliola Venturi, agli imputati contadini e analfabeti, siciliani come lui. Nella cantina sotterranea di piazza Marina alla Kalsa (il processo si celebrava nell’antico palazzo Steri che era stato un tempo la sede dell’Inquisizione ed era ancora quella del Palazzo di giustizia) ci radunavamo a mangiare nella pausa quotidiana insieme ai famigliari dei carcerati, e lì Vittorini poteva permettersi di parlare con loro in siciliano. Quelli, ed erano molti, venivano da Partinico ogni mattina e vi tornavano a seduta terminata in un pullman pagato dal sindacato, e io tra loro, imputato “a piede libero” perché minorenne. 

In un film di pochi anni prima, Romeo e Giulietta, il regista Castellani aveva voluto Vittorini, nelle scene finali della tragedia, nelle vesti del pacificatore, il principe o duca di Verona. E vi era alto, convinto e austero come lo ritrovavo nella realtà… Siciliano, fu a Milano e Torino già negli anni Trenta uno degli artefici della grande editoria torinese e milanese dagli anni trenta ai sessanta, e fu in Lombardia una figura di spicco della Resistenza.

Di lui tutti conoscevano la grande antologia Americana della Bompiani, che esaltò e diffuse sotto il fascismo (che la proibì e poi censurò e osteggiò) i grandi modelli della letteratura degli Stati Uniti, che sembrava la sola, eminentemente realistica, al passo con i bisogni del tempo; e tutti ricordavano lo scontro frontale con Togliatti in difesa della libertà della cultura, e l’invenzione e direzione della rivista Il politecnico nei giorni della Liberazione, e la collana dei Gettoni che ideò e diresse per l’Einaudi assistito dal giovane Calvino, in cui esordirono tanti scrittori del nostro dopoguerra, da Ortese a Cassola allo stesso Calvino, con cui azzardò più tardi, negli anni del boom, una rivista fatta di formidabili numeri speciali sulla letteratura dei nuovi tempi, Il menabò.

Ma Vittorini era anche scrittore di suo, e che scrittore! Autore di almeno un capolavoro delle nostre lettere, Conversazione in Sicilia, e di altri romanzi celebri e discussi, come Uomini e no, sulla Resistenza, che esponeva la tesi un po’ forzata che nazisti e fascisti fossero estranei all’umano ed era scritto in modi manierati e programmatici “all’americana”.

Tornò anche, a più riprese, su due lavori che avrebbero dovuto eguagliare il grande risultato di Conversazione: Le donne di Messina il cui primo titolo fu Lo zio Agrippa passa in treno, uscito su rivista, e Le città del mondo, anch’esso incompiuto e di cui è uscita di recente un’edizione della Bur che comprende anche i capitoli di cui non era ancora convinto e gli abbozzi, curata con competenza e rispetto da Giuseppe Lupo. Non è forse un capolavoro, Le città del mondo, ma ci va vicino, e che grande impresa voleva essere!

Se Le donne di Messina era un insolito romanzo sull’utopia (dopo la guerra, prostitute, banditi e sbandati e perfino ex fascisti, si “inventano” sui monti della Calabria una comunità egualitaria, una storia che, in altri modi e contesti, somiglia a quella pensata tanti anni dopo da Heinrich Böll in Foto di gruppo con signora…), Le città del mondo è un incrocio di storie, sulle strade della Sicilia, in particolare quella interna e quella orientale, che erano la Sicilia che Vittorini conosceva meglio.

Se Le donne di Messina era un insolito romanzo sull’utopia (dopo la guerra, prostitute, banditi e sbandati e perfino ex fascisti, si “inventano” sui monti della Calabria una comunità egualitaria, una storia che, in altri modi e contesti, somiglia a quella pensata tanti anni dopo da Heinrich Böll in Foto di gruppo con signora…), Le città del mondo è un incrocio di storie, sulle strade della Sicilia, in particolare quella interna e quella orientale, che erano la Sicilia che Vittorini conosceva meglio.

Protagonisti: un padre e un figlio adolescente e un padre e un figlio bambino, pastori o mercanti di giro, una giovane coppia inquieta il cui viaggio di nozze è la perlustrazione di una fetta di isola, e una vecchia prostituta accompagnata da una giovane che vorrebbe apprendere il suo mestiere, imitarla… E sopra di loro “la signora delle Madonie”, personificazione del potere feudale e delle sue contraddizioni in tempi mutati come sono gli anni cinquanta del ‘900 in cui si svolge la storia, epoca di transizione e di rivolte, gli anni delle occupazioni delle terre, di una Sicilia che va cambiando pelle.

E l’utopia che Vittorini rincorre è quella antica e sempre nuova della città ideale, della città che è luogo di convivenza attiva e civile, dove ambienti e attività e persone si integrano tra loro armonicamente, pietre e natura si incontrano ed esprimono sogni o raccontano esperienze che sono antiche come nuove, ci parlano di una città dell’uomo che è anche città divina, la città del sogno rinascimentale e la città del sogno di Le Corbusier e dei migliori urbanisti-architetti moderni, di uno dei quali, Giancarlo De Carlo, Vittorini fu amico e sodale.

Quante pagine ha scritto Vittorini sulle città e sul mito della città perfettamente viva, sulle antiche e sulle recenti e recentissime città formidabili, ci ricorda Lupo nel suo saggio introduttivo! Anche se non è finito, rifinito, questo romanzo ha ancora un fascino straordinario, è un incompiuto romanzo di transizione, tra favola ed epos, tradizione e avanguardia, storia e geografia, isola e mondo. Vittorini è stato, anche nelle sue inquietudini di scrittore, non solo nelle sue certezze di “operatore culturale”, non un testimone, un protagonista di una ricerca di novità che fosse bensì radicata in una tradizione grande e antica, come la cultura popolare della sua isola, della sua isola-mondo.

Ho rivisto Vittorini a Milano forse altre tre volte: l’avevo incrociato all’Einaudi a Torino, quando vi andavo a consegnare o ritirare le bozze che avevo corretto o dovevo correggere… Si ricordava di me e fu sempre molto gentile, ma io non ho saputo approfittare della sua simpatia, ed è, tra tanti altri, uno dei miei più cocenti rimpianti.

Ph.  © Doriano Strologo

Goffredo Fofi

Goffredo Fofi

Scrittore, critico letterario e cinematografco, giornalista. Direttore della rivista Gli asini

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