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Israele e Palestina: una coazione a ripetere

by Giorgio Gomel

di Giorgio Gomel. Economista, è membro dell’Istituto Affari Internazionali (IAI), del Comitato direttivo di Jcall-Italia e dell’organizzazione Alliance for Middle East Peace.

I palestinesi sono impotenti, divisi fra il moderatismo del Presidente Abu Mazen e il settarismo di Hamas. Non sono cittadini del “non stato” in cui vivono – le aree A e B della Cisgiordania dove l’Autorità palestinese (Anp) esercita la sua limitata giurisdizione e dove essi non votano da 15 anni – né votano per le istituzioni dello stato – Israele – che controlla la loro esistenza quotidiana. Nel frangente attuale sono ostracizzati da parte rilevante dello stesso mondo arabo che guarda con malcelato fastidio alle loro istanze, sospinto da una convergenza di interessi con Israele e contro l’Iran fino a stabilire pieni rapporti diplomatici con lo stato ebraico. I recenti accordi di normalizzazione fra Israele e alcuni stati del Golfo hanno sancito un assetto opposto a quello precedente che subordinava pace e normalità di rapporti con lo stato ebraico a un accordo con i palestinesi che ponesse fine all’occupazione e portasse alla nascita di uno stato palestinese sovrano.

Eppure, se non si giunge a una ripresa delle trattative dirette fra le parti e a un accordo sui confini, gli insediamenti e lo status di Gerusalemme, la stessa nozione di “due stati per due popoli”, affermatasi come paradigma negli anni ’80 e riconosciuta come unica soluzione possibile del conflitto dalla comunità delle nazioni, rischia di evaporare nel mondo onirico del mito. L’espansione delle colonie e dei coloni israeliani nei territori (450.000 in Cisgiordania e oltre 200.000 in Gerusalemme Est), la confisca di terre possedute da soggetti privati palestinesi, la demolizione di case e strutture nell’area C che costringe gli abitanti all’abbandono di luoghi di residenza rendono uno stato palestinese che abbia contiguità ed effettiva sovranità via via più arduo da conseguire. L’esplosione di violenze a Gerusalemme, innescata da una vicenda apparentemente legale ma squisitamente politica che riguarda gli espropri di case abitate da arabi, possedute da ebrei prima del 1948 e che ora movimenti della destra israeliana rivendicano e le corti minacciano di rendere esecutivi, dimostra la fragilità di uno status quo senza pace.

Nel settembre 2020 i due irriducibili antagonisti del mondo palestinese – Fatah e Hamas – erano giunti a un accordo circa lo svolgersi di elezioni parlamentari e presidenziali. Nel frattempo l’Anp ha chiesto a Israele di consentire il voto ai residenti arabi di Gerusalemme Est (valutati in circa 350.000), che sono residenti permanenti di Israele dopo l’annessione della città nel 1967 e votarono nel 1996 e nel 2005-06. Il governo israeliano non ha risposto alla richiesta.

LA SFIDA INTERNA: HAMAS VS. FATAH

Tale atteggiamento di Israele ha fornito ad Abu Mazen un motivo o un pretesto per posporre le elezioni. Il suo movimento – Fatah – è infatti debole, scisso in più fazioni. Abu Mazen soccombe nei sondaggi per le elezioni presidenziali di fronte a Ismail Haniyeh, il candidato di Hamas. Solo Marwan Barghouti, in carcere in Israele per condanne all’ergastolo per omicidio, potrebbe sopravvanzare sia Abu Mazen che Haniyeh. Anche per Hamas il contesto non è facile: anni di governo quasi dittatoriale nella striscia di Gaza, il suo persistere in una sciagurata e inutile guerra di guerriglia con Israele, la gravità della situazione umanitaria ed economica ne compromettono la campagna.

In quel contesto Hamas ha voluto sfruttare l’occasione delle provocazioni di estremisti ebrei, che predicano l’espulsione dei palestinesi, e della repressione da parte della polizia israeliana nei giorni del Ramadan delle proteste di palestinesi di Gerusalemme, in particolare intorno alla Spianata delle moschee e ad Al Aqsa, luogo sacro dell’Islam ma al contempo simbolo di una sovranità rivendicata. L’offensiva ha colpito e devastato edifici, strade, infrastrutture nelle regioni del Sud e del centro del Paese, ucciso e ferito civili, un’esibizione di forza militare nel reagire contro il nemico Israele mentre l’Anp e il Fatah , nella retorica fondamentalista di Hamas, restavano inani e inerti. Le ritorsioni di Israele, massicce contro installazioni di Hamas e della Jihad Islamica, hanno causato molte vittime anche tra gli abitanti della striscia in una coazione a ripetere analoghi scoppi di violenza nel 2008-09, nel 2012 e ancor più devastanti nel 2014. 

Due i vincitori nel breve periodo in questa “faida barbarica” – come la definì anni fa Avishai Margalit, un insigne filosofo israeliano – che attanaglia i due popoli, due vincitori stretti da una malefica, oggettiva alleanza: Hamas che trionfa nelle simpatie dei palestinesi e nella retorica del mondo mussulmano; Netanyahu che, premier di un governo uscito debole dalle elezioni di marzo a cui sembrava finalmente succedere una coalizione alternativa di partiti della destra e del centro-sinistra con l’appoggio esterno di un partito arabo, resta il leader di una union sacrée contro il nemico irriducibile.

Anche qualora si giunga a una tregua fra le parti, con la mediazione dell’Egitto e del Qatar e un intervento più risolutivo degli Stati Uniti, dovrebbe essere evidente agli israeliani come sia illusorio ritenere che i palestinesi accettino una condizione permanente di soggezione.

VIOLENZA TRIBALE

Il fatto più preoccupante di questi giorni è però l’irrompere di forme di violenza tribale all’interno di Israele, in modo inusitato dal 1948, fra cittadini arabi ed ebrei: aggressioni, profanazioni di luoghi di culto, incendi appiccati a case e cose in molte città del Paese. Una minaccia alla democrazia e alla convivenza tra arabi e ebrei, un pericolo acuto di frammentazione del tessuto civile del Paese. La minoranza araba in Israele (circa il 20% della popolazione) soffre di disuguaglianze e discriminazioni sul mercato del lavoro, nell’offerta di istruzione, nella disponibilità di terreni per abitazioni, nelle infrastrutture, che diverse Ong israeliane denunciano da tempo, ma si va integrando attivamente in alcuni settori della società (sanità, università) e ambisce a influire sul governo del Paese, da cui è stata storicamente esclusa.

Confortano in questo quadro funesto le reazioni della società civile: sindaci, associazioni impegnate nella coesistenza (fra le quali le numerose Ong federate sotto l’egida di Alliance for Middle East Peace, www.allmep.org, chi scrive è membro del Comitato direttivo), scuole , ospedali, comitati spontanei di cittadini che manifestano insieme, arabi ed ebrei, sulle strade del Paese, in difesa della pace, dell’eguaglianza e della democrazia.

Giorgio Gomel

Giorgio Gomel

Economista, è membro dell’Istituto Affari Internazionali (IAI), del Comitato direttivo di Jcall-Italia e dell’organizzazione Alliance for Middle East Peace

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