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Ramadan ai tempi della pandemia

by Asmae Dachan

di Asmae Dachan. Giornalista e scrittrice

Volge ormai a termine il secondo Ramadan ai tempi della pandemia. Il nono mese del calendario lunare, il cui inizio quest’anno è coinciso con il 12 aprile e che terminerà il 12 maggio, è molto atteso e sentito dai fedeli dell’islam sia perché il digiuno – il sawm – in questo periodo rappresenta l’osservanza del quarto pilastro, sia per la dimensione spirituale che lo accompagna.

La crisi provocata dal coronavirus ha però provocato una serie di limitazioni anche nell’ambito delle celebrazioni religiose, costringendo i credenti a cercare soluzioni diverse e rinunciare a molte pratiche. Nessuno potrà mai dimenticare le immagini della moschea della Mecca semi deserta dello scorso anno, né le immagini attuali, con pochi fedeli, perlopiù Sauditi, ben distanziati tra loro e con molte limitazioni nei percorsi. Prima della pandemia, durante il Ramadan, migliaia di persone sceglievano di andare alla Mecca o alla Medina, la seconda città santa dell’islam, per vivere alcuni giorni in un’atmosfera di raccoglimento e preghiera.

Il governo saudita rilasciava fino a 7 milioni di visti d’ingresso per compiere la ʿumra, ovvero il pellegrinaggio minore, durante il periodo del Ramadan. Il coronavirus ha invece portato all’inimmaginabile, svuotando anche i luoghi di culto in uno dei periodi solitamente di maggiore afflusso. Il grande imam di Al Azhar, la massima autorità sunnita che ha firmato con Papa Francesco il documento sulla Fratellanza Umana, ma anche le autorità saudite e di altri Paesi musulmani, lo scorso anno ripeterono ai fedeli Saffu fi biutikum (“restate nelle vostre case”), per annunciare che tutti i rituali religiosi sarebbero stati temporaneamente sospesi. Non sono mancate tensioni e condanne da parte di formazioni radicali, che in Egitto, come in Algeria, hanno definito la chiusura dei luoghi di preghiera come un’eresia.

Le esortazioni degli imam avevano però la valenza di vere e proprie fatwa, decreti religiosi, validi quindi per tutti i fedeli dell’islam. Anche se impreparati ad affrontare il Ramadan nella solitudine delle proprie case, i fedeli si sono adeguati. Scene simili a quelle del 27 marzo 2020 a Piazza San Pietro, quando Papa Francesco ha pregato da solo pronunciando un discorso che resterà nella storia: «Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati». La parola tutti, ripetuta più volte, è la cifra di quello che credenti di fedi diverse e non credenti si sono trovati a riconsiderare. La globalizzazione della crisi pandemica ha infatti costretto l’umanità a fermarsi e a ripensare al proprio modo di vivere. La rinuncia a tradizioni e abitudini, specialmente nei periodi legati alle celebrazioni, ha un peso non indifferente, e questi due Ramadan in pandemia lasceranno il segno, sia nella dimensione individuale, sia in quella comunitaria.

È qui utile spiegare alcuni aspetti del Ramadan. Si tratta di un periodo in cui i credenti adulti e in buona salute osservano un digiuno dall’alba al tramonto che riguarda l’astensione dal bere e dal mangiare, ma anche dal compiere altre azioni considerate religiosamente lecite come l’avere rapporti coniugali. È altresì un periodo in cui lavorare molto sulla propria autodisciplina, sforzandosi di purificare le proprie intenzioni e i propri pensieri, di lavorare sul pentimento e sulla riconciliazione.

La fisica ci insegna infatti che il vuoto non esiste, così quel vuoto che si crea nello stomaco si riempie altrove. Si riempie di empatia, pazienza, umiltà, perdono. Quattro stati dell’essere che chiedono un grande lavoro su se stessi, un ascolto dei propri silenzi interiori e la ricerca di una luce attraverso il buio che si ha dentro. Oltre al grande sforzo personale, Ramadan ha una grande dimensione comunitaria, che si traduce ad esempio nella condivisione del momento dell’iftar – la rottura del digiuno – e nel momento della salatat-tarawih, una preghiera notturna che si celebra unicamente durante questo periodo. I rituali del Ramadan sono molto sentiti anche tra i fedeli musulmani d’Italia, che attraverso la propria comunità di riferimento partecipavano alle diverse celebrazioni. In molti centri islamici e moschee si organizzavano iftar aperti tutti, in cui attraverso donazioni fatte dai fedeli si preparavano pasti caldi che venivano offerti e consumati all’interno del luogo di culto, accogliendo chiunque desiderasse partecipare.

Era diventata usanza condivisa anche che le famiglie preparassero a casa i pasti e tutte le pietanze venissero poi poste su grandi tavolate o lungo tovaglie sistemate a terra per essere mangiate insieme agli altri fedeli. Un’esperienza che oltre al significato religioso, ha assunto nel tempo anche una valenza interculturale, vista la natura multietnica dei fedeli musulmani d’Italia. Ramadan era così diventato occasione per sperimentare piatti di altre tradizioni, a partire dalla cucina italiana per arrivare a piatti del nord Africa, del Medio Oriente, dei Balcani e del sud-est asiatico. 

Le restrizioni imposte dalla pandemia, oltre ad aver tenuto chiusi i luoghi di culto per un lungo periodo, hanno poi vietato il consumo e la condivisione di pasti fuori dalle proprie abitazioni. Per i fedeli che hanno una famiglia si è trattato di una rinuncia tutto sommato accettabile, perché in casa ci si è trovati comunque a fare l’iftar con i propri cari, ma per le persone sole, il Ramadan ai tempi della pandemia ha accentuato la propria condizione di isolamento. Tashina S., di origine bengalese, racconta: «La nostra è una comunità molto unita, preparare il cibo da portare in moschea per distribuirlo rappresentava per noi un gesto di devozione, di fratellanza.

All’ora dell’iftar arrivavano molti lavoratori soli, le cui famiglie sono rimaste al Paese d’origine e poterli accogliere, facendo trovare loro cibo caldo della tradizione, era una gioia. Adesso saperli soli mi rattrista», confessa la giovane imprenditrice di Roma. Diverse comunità hanno così affrontato questo aspetto preparando pacchi alimentari o distribuendo tra i bisognosi pasti caldi confezionati, come ha fatto ad esempio la Comunità islamica di Piacenza, che ha pensato anche ai detenuti di fede musulmana.

Un altro momento importante nel Ramadan cui è già stato fatto riferimento è quello della salat at-tarawih. Come tutte le preghiere rituali, anche questa si svolge tradizionalmente nella dimensione comunitaria, recandosi in una sala preghiera o moschea, allineandosi in file ordinate, in cui le spalle dei fedeli sono affiancate. L’immagine è quella del muro di cinta in cui i credenti sono come i mattoni che si stringono l’uno all’altro.

Quando sono stati riaperti i luoghi di culto è stato imposto il distanziamento e sono stati limitati gli ingressi. In questo secondo Ramadan in pandemia, grazie ai tamponi e alle immunizzazioni la Mecca e altri luoghi di culto sono tornati ad animarsi, seppur con limitazioni. Anche le moschee italiane si sono adeguate alle nuove norme di sicurezza. Qui è emerso però un nuovo problema. La preghiera del tarawih, che può durare anche oltre un’ora, e che si svolge solitamente dopo la preghiera del ishaà, intorno alle 21:50 circa, non si è può svolgere a causa del coprifuoco delle 22:00 o si svolge solo in modo parziale. Per questo in molti si sono ritrovati a pregare da soli in casa. Il 12 maggio segnerà la fine del Ramadan e il giorno successivo si celebrerà Eid al fitr, la prima festività annuale del calendario islamico. Grazie alle riaperture, molte tra le diverse comunità islamiche italiane hanno scelto di celebrare la preghiera riunendo i fedeli, ma fuori dalle moschee e dalle sale di preghiera, in luoghi spaziosi, anche all’aperto, per garantire il distanziamento.

Per contrastare la solitudine che indubbiamente ha caratterizzato il Ramadan degli ultimi due anni, molti giovani fedeli musulmani hanno scelto di vivere questo mese usando i social. Come ha fatto Chaimaa Fatihi, praticante avvocata di Modena, che ha deciso di accorciare le distanze imposte dalle restrizioni usando i suoi profili per raccontare i significati, le emozioni, le tradizioni legate a questo periodo. Chaimaa, autrice del libro Non ci avrete mai. Lettera aperta di una musulmana italiana ai terroristi, pubblicato da Rizzoli, risponde alle curiosità di molti giovani che le pongono domande sui significati del digiuno, e non solo, riuscendo così a creare una condivisione, e una dimensione comunitaria, seppur virtuale. Sirin Bekdash, laureata in Mediazione linguistica, tiene invece una sorta di diario virtuale su Instagram con le sue riflessioni quotidiane sul Ramadan.

La giovane scrive: «Una delle prime cose che capisci quando sei a digiuno è che quando non mangi non solo hai fame, ma hai anche freddo. Perché il cibo genera calore. E così ti rendi conto che i bisognosi soffrono di una doppia pena, la fame e il freddo». Una riflessione che coglie pienamente il significato del Ramadan, ma che sembra anche recepire una lezione importante che ci ha lasciato la pandemia, quella della necessità di riscoprire l’umanità come una grande famiglia di cui prendersi cura. 

Ph © Imad Alassiry / CopyLeft

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