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Ricordi di mafia, nulla è cambiato

by Maurizio Calvi

di Maurizio Calvi. Vicepresidente della Commissione Parlamentare antimafia dal 1987 al 1994 e presidente del CeAS – Centro Alti Studi per la lotta al terrorismo e alla violenza politica.

(Intervista a cura di Chiara Di Giorgio)

«All’epoca sono stato tra i principali attori nel sostenere la forte validità della legge sui pentiti. Il pentitismo è uno strumento estremamente importante per la lotta alla mafia, consente di capire, dall’interno, come agisce il potere criminale, limitando il margine di errore nell’azione di contrasto. La legge sui pentiti è stata complessa da attuare tra gli anni ’80 e ’90, lo stesso Andreotti, pur riconoscendone la forte validità, ne era sfavorevole. Ricordo la sua battuta “Caro Calvi, la legge sui pentiti non serve a molto, è più importante mandare i pentiti all’Istituto del Restauro”» racconta Maurizio Calvi, vicepresidente della Commissione Parlamentare antimafia dal 1987 al 1994 e presidente del CeAS – Centro Alti Studi per la lotta al terrorismo e alla violenza politica. Dagli anni del suo servizio, al fianco di Falcone e Borsellino, Calvi ha visto la mafia cambiare volto e raffinarsi sempre di più.

La cosiddetta mafia dei colletti bianchi, espressione coniata da Edwin Sutherland per indicare organizzazioni mafiose formate da persone rispettabili e di alto stato sociale che compiono delitti difficili da scoprire, per l’assenza di vittime. «Nell’ultimo anno e mezzo la mafia si è radicata soprattutto nel settore della sanità. È ovvio che i poteri criminali siano presenti laddove ci sono risorse. Bisogna sottolineare un aspetto importante dal punto di vista politico: la sanità è ad azione esclusiva delle regioni.

Questo implica essenzialmente due cose: in primis che la probabilità di conoscenza, da parte delle organizzazioni mafiose, di funzionari locali della pubblica amministrazione, su cui esercitare pressioni e minacce, sia alta ; a questo segue il diretto controllo da parte della Regione sulle entrate e le uscite economiche, piuttosto che da parte dello Stato. È capitato che centinaia di fatture siano state pagate dalle ASL non una, ma decine e centinaia di volte. Le mafie hanno bisogno di attori nella pubblica amministrazione attenti a questi processi e dove non c’è controllo, li alimentano». Il fenomeno dell’inserimento della criminalità organizzata nella sanità pubblica, descritto da Calvi è tra i più gravi ed evidenti risultati della crisi economica causata dallo scoppio della pandemia. La mafia, ancora una volta, ha cambiato volto.

Negli ultimi anni, soprattutto durante la pandemia, alcune organizzazioni criminali hanno avuto “più successo” nella diffusione all’estero, rispetto ad altre. La ‘ndrangheta è tra queste. «Il fattore determinante è la natura dei legami che vi sono alla base: legami di sangue, parentele strette e famiglie numerose che controllano e dominano i territori». Questo aspetto che, secondo l’idea comune apparterrebbe a tutte le organizzazioni mafiose italiane, in realtà trova nella ‘ndrangheta un adempimento totale, tanto da renderla unica nel suo genere.

«All’epoca di Falcone e Borsellino, in cui era forte il contrasto messo in campo contro la criminalità organizzata, le mafie, soprattutto quella siciliana, si avvalevano di rapporti stretti con gli Stati Uniti d’America. Falcone riuscì a dare colpi mortali grazie alla cooperazione di un gruppo di magistrati. Nasce così il
pool antimafia e in quel momento si raggiunge, per la prima volta, l’unicità della lotta alla criminalità organizzata. Pizza connection è il caso emblematico del periodo».

Un’inchiesta giudiziaria sul traffico di droga condotta dall’FBI negli Stati Uniti d’America tra il 1979 e il 1984, in collaborazione a più riprese con la magistratura italiana, Giovanni Falcone e Giusto Sciacchitano. L’unione della magistratura nel
pool antimafia è stata tra i maggiori successi nella lotta alla mafia che quegli anni ricordino. Finalmente all’espansione della criminalità, si diedero forti battute d’arresto. Ma da sola sarebbe durata ben poco.

«Quando andammo con Falcone in Inghilterra e in Germania, durante gli anni del mio servizio come vicepresidente della Commissione Parlamentare antimafia, trovammo dei Paesi poco attenti alla necessità di una laicizzazione univoca degli Stati europei, e non solo, per la lotta alla mafia. Secondo loro questo avrebbe comportato limiti troppo forti all’azione economica. Il
certificato antimafia, ad esempio, era estremamente importante in questo senso ma nessuno sembrava averne colto il significato. Abbiamo avuto ragione, ma troppo tardi».

Uno sguardo al passato e uno al presente, Calvi sottolinea l’importanza di seguire le nuove generazioni, soprattutto in quelle regioni d’Italia ad alto tasso criminale. Non solo la sanità, ma anche l’istruzione, sono gli attori chiave della pandemia. L’assenza fisica di un luogo scolastico ha indubbiamente incrementato e facilitato il processo di reclutamento dei giovanissimi, in Campania ad esempio, da parte delle organizzazioni criminali. Alto tasso di analfabetismo, condizioni economiche, familiari e sociali precarie e soprattutto assenza di scuola intesa come luogo sicuro.

Nel 1992 Calvi scrive
C’era una volta l’infanzia. Uno sguardo sulla criminalità minorile, mai come oggi l’attualità del libro è evidente. «In Campania i bambini nascono già adulti sotto la pressione dei criminali, per questo il titolo C’era una volta l’infanzia. Lo scoppio della pandemia ha portato alla luce situazioni drammatiche come questa. Negli ultimi 9 anni non è cambiato granché». 

Maurizio Calvi

Maurizio Calvi

Vicepresidente della Commissione Parlamentare antimafia dal 1987 al 1994 e presidente del CeAS – Centro Alti Studi per la lotta al terrorismo e alla violenza politica

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