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Stanchezza

by Samuele Pigoni

di Samuele Pigoni. Direttore della Fondazione Time2. Si occupa di management, progettazione sociale e filosofia.

Oggi – e soprattutto in pandemia – alla domanda “Come stai?” in molti rispondiamo dicendo di essere tremendamente stanchi. Sentiamo la stanchezza addosso come un peso: vera e propria nebbia cognitiva che ci rallenta e impedisce di lavorare come vorremmo, di raggiungere gli obiettivi che ci siamo dati, di stare al passo con quanto chiede la nostra attenzione anche, e forse soprattutto, sul piano delle relazioni.

Il materiale grezzo sul quale i filosofi riflettono proviene direttamente dal mondo della vita. La filosofia nutre di un’attenzione straordinaria e inconsueta proprio ciò che si mostra come ordinario e consueto. Oggi alla domanda “Come stai?” in molti rispondiamo dicendo di essere tremendamente stanchi.

Come in un libro di Stephen King nel quale una coltre di nebbia progressivamente copre ogni cosa generando un lento e inesorabile divampare del panico e della violenza, oggi, la stanchezza invade strade, case e menti entrando in ogni aspetto delle nostre vite.

La sentiamo addosso come un peso: vera e propria nebbia cognitiva che ci rallenta e impedisce di lavorare come vorremmo, di raggiungere gli obiettivi che ci siamo dati, di stare al passo con quanto chiede la nostra attenzione anche, e forse soprattutto, sul piano delle relazioni.

Ecco allora che la stanchezza diventa una cornice bio-psicosociale che proprio perché si generalizza nel quotidiano merita di entrare nel discorso filosofico.

È una stanchezza che ha più radici: la privazione dell’aspettativa di controllo sul tempo e sullo spazio delle nostre vite; la percezione di perdita delle opportunità che fino a poco prima davamo per acquisite e inviolabili; la sensazione di affaticamento che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha diagnosticato come pandemic fatigue – la naturale reazione a una situazione che dura da molto e di cui non si vede la fine – ; il portato della sovraesposizione continua agli schermi digitali sia per lavoro che per intrattenimento.

Nel saggio La società della stanchezza, dieci anni fa il filosofo sud-coreano Byung-Chul Han analizzava il disagio dell’individuo contemporaneo in un mondo orientato alla performance e alla competizione.

Imprenditore di se stesso e libero dai vincoli della società disciplinare del passato, privo di obblighi ma anche di tutele, l’individuo non raccoglie la promessa di una vita più ricca di pensiero, cura o tempo per sé, ma al contrario si dedica sistematicamente e ‘liberamente’ all’auto-sfruttamento.

Tuttavia, dice Han che a sua volta si richiama a Peter Handke di Saggio sulla stanchezza, esiste una stanchezza da sfinimento dell’animo iperattivo ma anche una stanchezza “fondamentale” che al contrario emerge proprio dall’abbandono dell’attività e permette ai confini dell’io di sfuocarsi (come sfuocato è lo sguardo stanco) facendo così spazio all’Altro, all’inutile, all’inazione, all’essere più che al fare.

La stanchezza, conclude Han, può essere disarmante e ispirante: può permettere la deposizione delle armi con le quali difendiamo la nostra attività nel mondo e può ispirare ad un diverso rapporto con lo spazio, il tempo, le relazioni, le aspettative.

La stanchezza, conclude Han, può essere disarmante e ispirante: può permettere la deposizione delle armi con le quali difendiamo la nostra attività nel mondo e può ispirare ad un diverso rapporto con lo spazio, il tempo, le relazioni, le aspettative. Sta a noi dunque provare a rallentare il passo nella nebbia, compiendo quello che Fernando Pessoa – filosofo della stanchezza – fa dire all’impiegato Bernardo Soares nel Libro dell’Inquietudine.

«Esiste una stanchezza dell’intelligenza astratta ed è la più terribile delle stanchezze. Non è pesante come la stanchezza del corpo, e non è inquieta come la stanchezza dell’emozione. È un peso della consapevolezza del mondo, una impossibilità di respirare con l’anima. Allora, tutte le idee che hanno fatto pulsare la nostra vita, i progetti, le ambizioni su cui abbiamo fondato la speranza del futuro, si strappano come se il vento le investisse, si aprono come se fossero nuvole, si dileguano come ceneri di nebbia, stracci di ciò che non fu e che non potrebbe essere stato».

Samuele Pigoni

Samuele Pigoni

Direttore della Fondazione Time2. Si occupa di management, progettazione sociale e filosofia.

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