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Elezioni in Texas. L’eterna vittoria sfiorata dai dem

by Luciana Grosso

di Luciana Grosso. Giornalista

Avete presente la striscia tormentone dei Peanuts in cui Lucy, per centinaia di volte, convince Charlie Brown che no, non gli sposterà il pallone da football e che lo farà calciare? Charlie Brown prima è un po’ diffidente, perché conosce Lucy e la sua saggia crudeltà, poi però, davanti agli spergiuri di lei e alle sue promesse, alla fine, le crede: si fida, prende la rincorsa e… puntualmente (e prevedibilmente) Lucy sposta il pallone e Charlie Brown finisce a gambe all’aria.

Il Texas, con i democratici americani, ormai da anni, fa la stessa cosa: li convince che questa sarà la volta buona, giura e spergiura che, «No, dai stavolta niente scherzi!»: gliele farà vincere quelle elezioni, gli farà tirare quel pallone e non tirerà fuori dal cilindro qualche migliaia di repubblicani “duri e puri”. I democratici prima diffidano, poi davanti ai sondaggi incoraggianti ci credono, si lasciano convincere a spendere milioni di dollari in campagne, sentono di poterlo sfiorare, il Texas, e poi… E poi no.

LE RAGIONI DI UNA SCONFITTA

In Texas i democratici non vincono. A volte sfiorano la vittoria (come nel 2018 con Beto O’Rourke candidato al Senato contro Ted Cruz e arrivato a un clamoroso quasi pareggio 48 a 50); altre si illudono di farcela e riescono almeno a salvare l’onore delle armi (come alle presidenziali di Joe Biden, arrivato al 46%); altre ancora non ci si avvicinano nemmeno, nonostante le promesse della loro personale Lucy Van Pelt, e alla fine rimediano una disfatta (come nelle ultime elezioni per la camera locale, o come, poche settimane fa alle special elections per sostituire, al Congresso di Washington, il deputato Ron Wright morto di Covid-19 lo scorso febbraio).

Le elezioni dello scorso primo maggio, perse per un soffio, sono state forse quelle che, tra le ultime, hanno fatto più male ai democratici.Non tanto per l’esito, sostanzialmente previsto e che a conti fatti irrilevante, perché lascia le cose come stanno e sostituisce un repubblicano con un altro repubblicano.

E neppure per il risultato, più che dignitoso, visto che la candidata dem ha perso per 354 voti. Ma perché sono le ultime di una lunga serie e perché sono state la dimostrazioni plastica del fatto che il giorno dei democratici in Texas non è ancora arrivato. Prima o poi, forse, arriverà.Ma non è ancora arrivato. E le ragioni sono tante, tutte diverse.

La prima ragione è la matematica: i numeri – si sa –, non mentono. E sono anni che si dice che il Texas sta diventando purple, passando dal rosso acceso dei repubblicani al blu dei democratici. Sono anni che si dice che il Texas diventerà, nel futuro prossimo, male che vada, uno swing sta- te, una specie di nuova Florida, ossia uno stato capace di decidere da solo l’esito di un’elezione presidenziale, ma con scrutini lunghissimi e scarti di voti minimi. Questa cosa sembra da anni sul punto di succedere, ma non succede mai davvero.E in politica e alle elezioni, specie in un sistema fortemente bipolarista e maggioritario come quello americano, non esistono i piazzamenti. Vince solo uno.

La seconda ragione è la demografia: la ragione per cui gli analisti di tutto il mondo (Texas compreso) continuano a sussurrare alle orecchie del Partito Democratico di avere pazienza e fiducia e che prima o poi arriverà anche il suo turno di vincere in Texas (se non “il” Texas) ha un fondamento molto logico e preciso: la popolazione bianca, tradizionalmente conservatrice, sta invecchiando; i più giovani tra i bianchi sono decisamente più liberal e, nelle città come Houston, Austin, San Antonio, Dallas, eleggono sindaci democratici e progressisti.Ma non è tutto: la popolazione nera, tradizionalmente democratica, sta crescendo (+22% in 10 anni) e ora rappresenta circa l’11% della popolazione dello Stato; quella latina, addirittura, sta esplodendo: +42% in 10 anni, con picchi del 100% in ben 17 contee.

Un quadro demografico del genere, in teoria, avrebbe dovuto gonfiare le vele del partito democratico, ma non lo ha fatto. Le ragioni sono molte, varie, e difficilmente modificabili, almeno nel breve periodo. Per esempio c’è il fatto che i giovani bianchi progressisti, per quanto abbiano il tempo dalla loro, sono comunque di meno dei loro genitori e nonni conservatori; poi c’è il fatto che i neri, per quanto siano politicamente molto connotati a sinistra, sono spesso poco motivati (se non ad- dirittura spaventati) nel recarsi al voto.

Infine c’è la faccenda degli ispanici che, per quanto a rigor di logica dovrebbero essere contrari alle politiche antiimmigraizone del partito repubblicano, in realtà spesso non lo sono, perché troppo radicata è in loro la diffidenza verso tutto ciò che sa di socialismo; troppo profonda la paura che nuovi ingressi dal Messico possano portare a un giro di vite che li danneggerebbe; troppo urgente, per loro, la necessità di lavorare con soci o padroni repubblicani.

Quindi se i dem contano sui latini per vincere, è il caso si mettano comodi e si armino di santa pazienza: la strada potrebbe essere lunga e stretta. Terza ragione è la miopia: dalla fine del 2015 i democratici e i repubblicani moderati hanno un enorme problema, che fa loro da ostacolo a ogni tornata elettorale. Ed è la capacità di accettare la realtà. Da quando, ormai sei anni fa, la scena politica è stata occupato dal moloch sghembo di Donald Trump, democratici, repubblicani moderati, politici, analisti e giornalisti hanno preso a considerare la presenza dell’ex presidente come un errore, un glitch della storia, un inciampo della logica.

In pratica, hanno preso a guardare il dito e non la luna. Certo, il dito Donald Trump è enorme, sguaiato, appariscente, pacchiano: impossibile non guardarlo. Ma oltre il caravanserraglio di Trump e del folklore che si tira dietro, c’è una luna molto più grande e importante: i suoi elettori.Sono i milioni di persone che Trump si tira dietro e la cui esistenza, la sinistra e la destra moderata americana (ma anche mondiali, perché no) ignorano.

Non è che non ci sanno parlare. Non è che non sanno intercettarne i bisogni, le paure e i desideri. E che, semplicemente, se la dimenticano. Non la considerano parte dell’equazione. Dal momento che non ritengono concepibile che qualcuno possa dare retta a Trump e ai suoi, non riescono neppure a ritenerlo possibile. E questo è un errore. Un errore grave, perché, per giunta, rende i dem uguali e contrari ai trumpiani irriducibili di QAnon che dicono che Biden non ha vinto le elezioni; Donald Trump ha preso 74 milioni di voti: prima i dem se ne fanno una ragione, meglio è per tutti.

La quarta regione è il petrolio: il Texas, come noto, è uno stato ricco di petrolio e buona parte (anche se non tutta) della sua economia si fonda su pozzi e barili. Questo semplice dato di fatto, ha fatto sì che, negli anni, in Texas si guardasse con una certa diffidenza a tutto ciò che è decarbonizzazione e rivoluzione verde. Questo non perché i texani siano delle persone a cui piace la fuliggine nel cielo e il mare inquinato, ma perché con il petrolio ci campano. Non solo e non tanto i ricchi petrolieri, ma anche e soprattutto i 280mila lavoratori del settore: operai, meccanici, commercianti. Nessuna ricetta economica e ambientale che preveda una radicale decarbonizzazione qui troverà mai vita facile.

A meno che (come sta cercando di fare Biden con il suo piano per le infrastrutture) non si compensi la riduzione dell’industria del petrolio con la crescita di altri settori, dalle fonti sostenibili alle strade. Ai texani, in pratica, non piace il petrolio. Ma piace lavorare. Se i democratici riusciranno a mostrare loro che si può lavorare anche senza petrolio, allora se ne potrà parlare. In caso contrario, no. La quinta ragione è il Partito Democratico. E nonostante i dem americani arrivino da una vittoria alla Casa Bianca, sembrano non aver ancora trovato una linea, una disciplina, una comunità di intenti.

Fino a pochi mesi fa, questa grave mancanza era camuffata dal grande magnete che era l’antitrumpismo.Ma ora che questa calamita non c’è più, il partito si ritrova disordinato e confuso, senza niente che tenga davvero tutti insieme. Le elezioni di maggio in Texas lo hanno dimostrato con chiarezza. Il voto delle scorse settimane, infatti, era una Jungle Election, ossia un’elezione a cui concorrono decine di candidati, anche dello stesso partito, in una specie di summa di primarie e elezioni. Se nessuno dei candidati ottiene il 50% più uno dei voti, i primi due (anche se dello stesso partito) se la giocano al ballottaggio. In questo caso i candidati erano 23: 11 repubblicani, 10 repubblicani, un libertario e un indipendente.

UN GIORNO, FORSE…

In teoria non c’è niente di male in una compagine così ampia, confusa e confondente: fa parte delle regole del gioco delle Jungle Election. In pratica però, è evidente che se alla corsa per un seggio difficile (i repubblicani lì vincono da 40 anni) non si riesce a fare sintesi su poche e chiare candidature ma si disperde il voto, già minoritario in partenza, in dieci rivoli diversi, il risultato non potrà che essere deludente.E infatti così è stato. La prima classificata (per così dire) è stata la favorita della vigilia, SusanWright, attivista repubblicana di lungo corso e vedova del deputato titolare del seggio che, anche grazie al decisivo endorsement di Donald Trump, ha ottenuto il 19,2% dei voti; al secondo posto è arrivato un altro repubblciano, il deputato locale Jake Ellzey diWaxahachie, con il 13,8% dei voti.

Terza, invece, e fuori dal ballottaggio, per soli 354 voti, la democratica Jana Lynne Sanchez. Sarebbe bastata una manciata di voti in più per arrivare, almeno, al ballottaggio. Un ballottaggio che, è bene dirlo, non avrebbe cambiato niente, perché comunque, complessivamente, i candidati repubblicani hanno preso circa il 60% dei voti. Ma avrebbe almeno dato un orizzonte temporale limitato e concreto alle speranze democratiche. Avrebbe dimostrato loro che si poteva fare.

Così, alla luce di tutte queste considerazioni, amare ma fondate, è toccato alla candidata sconfitta non solo concedere ai due repubblicani che l’avevano esclusa dai giochi, ma anche spiegare ai suoi compagni di partito cosa era successo in quelle elezioni e cosa potrebbe succedere negli anni a venire: «I democratici hanno fatto molta strada per competere in Texas, ma ne abbiamo ancora molta da fare. Sfortunatamente, stasera siamo rimasti indietro e due repubblicani gareggeranno per rappresentare questo distretto del Congresso.

Continueremo a lottare per un Texas più sano, equo e prospero e per eleggere leader che si preoccupano di soddisfare le esigenze dei texani, anche se non accadrà immediatamente in questo distretto». Non ora, insomma, non qui, ha detto.Un giorno, forse, prima o poi. Ma le vaghe ipotesi sul futuro sono cose da campagna elettorale. E le campagne elettorali, si sa, finiscono nel momento in cui si iniziano a contare i voti.

Luciana Grosso

Luciana Grosso

Giornalista

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