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Come fratelli nella tua casa

by Giuliano Ligabue

di Giuliano Ligabue. Redazione Confronti

Novembre 1937. Nella campagna di Ein Hod, paesino ai piedi delle colline a nord della Cisgiordania, due ragazzi dodicenni – Ari e Hussan: ebreo l’uno, fuggito con i genitori dalla Germania nazista, e arabo l’altro – lavorano con le loro famiglie nella raccolta stagionale delle olive. Quando sono stanchi, si sdraiano all’ombra di un ulivo, a leggere e a esercitarsi l’uno nella lingua dell’altro: «Fu così che nacque un’amicizia all’ombra del nazismo in Europa e nel solco sempre più profondo prodotto tra arabi e ebrei in patria».

È con lo sguardo all’innocenza di due dodicenni, nella solitudine dei loro libri e nel comune disinteresse per la politica, che si apre la narrazione di Susan Abulhawa (Ogni mattina a Jenin, Feltrinelli 2011); storia triste e dolcissima di quattro generazioni di palestinesi costretti a vivere senza patria: storia lunga 62 anni – dalla nascita d’uno Stato (Israele) alla morte di un altro Stato (Palestina) – intrecciata alle vicende di una famiglia, simbolo di tutte le famiglie palestinesi e del loro senso dell’esistenza: «il legame con Dio, con la terra e la famiglia».

Hussan, prima di completare la scuola dell’obbligo, chiede al padre di andare a studiare a Gerusalemme insieme ad Ari. «No, la questione è chiusa!» Molti anni dopo, invece, piegato dalle umiliazioni e dalle sofferenze dei campi profughi, dirà alla sua figlioletta Amal: «Mia cara, ormai non ci resta altro che l’istruzione».

Amal sarà la protagonista e voce narrante del romanzo, insieme al padre Hussan, alla madre Dalia («impetuosa ragazza beduina, figlia della poesia») e ai fratelli Yussef e Ismail.

Il 1948 è «l’anno senza fine con la sua foschia infinita di un preciso momento storico»: gli inglesi lasciano la Palestina; gli ebrei rimasti la rinominano ‘Israele’; ebrei arrivano da tutte parti del mondo, in fuga dal nazismo; iniziano le persecuzioni dei palestinesi; si moltiplicano i campi profughi. Alla fine dell’anno gli abitanti di Ein Hod sono costretti a lasciare il paese e vengono ammassati nel campo militarizzato di Jenin, «un labirinto contorto di baracche e vicoli» in cui sopravvivere in attesa d’una svolta.

Intanto muore Yussef in combattimento e la sorella Amal lo piange: «Mio fratello era un ragazzo che si nutriva dal petto d’una stirpe antica nella terra dei suoi genitori… Mio fratello è stato ripudiato, incarcerato, torturato, umiliato, esiliato perché voleva vivere la sua vita…» Amal che, ogni mattina al campo di Jenin veniva presa in braccio dal padre che le raccontava storie indimenticabili e le insegnava: «Nasciamo tutti possedendo già tutti i tesori più grandi che avremo nella vita. Uno di questi è la tua mente, un altro è il tuo cuore, e gli strumenti indispensabili di queste ricchezze sono il tempo e la salute. Io ho cercato di usare la mente e il cuore per tenere il nostro popolo legato alla propria storia perché non diventassimo creature senza memoria che vivono arbitrariamente in balìa dell’ingiustizia».

In uno dei tanti scontri tra israeliani e palestinesi, Ismail, il fratello ancora in fasce di Amal, viene strappato dalle braccia della madre Dalia da Moise, combattente israeliano senza figli, e consegnato alla moglie Iolanta, che ne fa lo scopo della vita. Da quel momento Ismail diventerà David, avrà un futuro da israeliano, sarà il “giudeo David” che combatte i palestinesi e da essi è ferito in battaglia. Cresce con l’identità del nemico…

Più tardi, quando David scoprirà la verità, sarà la verità a invadere i suoi giorni e a travolgere la profonda diffidenza e l’odio che nutriva per gli arabi.  Il richiamo delle sue radici e il bisogno assillante di sapere lo cambiano («Non sarò mai completamente ebreo né completamente musulmano. Mai completamente palestinese né israeliano. Accettandomi, mi son reso conto di essere semplicemente umano») Iolanta, dal canto suo, dà la sua benedizione al figlio David perché faccia quello che gli detta il cuore; in più chiede di abbracciare Dalia che aveva messo al mondo il suo David e, così, trovare una piena riconciliazione nella vita. «La verità le liberò e Dalia e Iolanta trovarono l’irresistibile sentiero della pace, dove la religione e la storia s’inchinavano davanti alla solidarietà di due madri pur sempre unite nell’amore dello stesso ragazzo».

Novembre 1937. Nella campagna di Ein Hod, paesino ai piedi delle colline a nord della Cisgiordania, due ragazzi dodicenni – Ari e Hussan: ebreo l’uno, fuggito con i genitori dalla Germania nazista, e arabo l’altro – lavorano con le loro famiglie nella raccolta stagionale delle olive. Quando sono stanchi, si sdraiano all’ombra di un ulivo, a leggere e a esercitarsi l’uno nella lingua dell’altro: «Fu così che nacque un’amicizia all’ombra del nazismo in Europa e nel solco sempre più profondo prodotto tra arabi e ebrei in patria».

È con lo sguardo all’innocenza di due dodicenni, nella solitudine dei loro libri e nel comune disinteresse per la politica, che si apre la narrazione di Susan Abulhawa (Ogni mattina a Jenin, Feltrinelli 2011); storia triste e dolcissima di quattro generazioni di palestinesi costretti a vivere senza patria: storia lunga 62 anni – dalla nascita d’uno Stato (Israele) alla morte di un altro Stato (Palestina) – intrecciata alle vicende di una famiglia, simbolo di tutte le famiglie palestinesi e del loro senso dell’esistenza: «il legame con Dio, con la terra e la famiglia».

Hussan, prima di completare la scuola dell’obbligo, chiede al padre di andare a studiare a Gerusalemme insieme ad Ari. «No, la questione è chiusa!» Molti anni dopo, invece, piegato dalle umiliazioni e dalle sofferenze dei campi profughi, dirà alla sua figlioletta Amal: «Mia cara, ormai non ci resta altro che l’istruzione».

Amal sarà la protagonista e voce narrante del romanzo, insieme al padre Hussan, alla madre Dalia («impetuosa ragazza beduina, figlia della poesia») e ai fratelli Yussef e Ismail.

Il 1948 è «l’anno senza fine con la sua foschia infinita di un preciso momento storico»: gli inglesi lasciano la Palestina; gli ebrei rimasti la rinominano ‘Israele’; ebrei arrivano da tutte parti del mondo, in fuga dal nazismo; iniziano le persecuzioni dei palestinesi; si moltiplicano i campi profughi. Alla fine dell’anno gli abitanti di Ein Hod sono costretti a lasciare il paese e vengono ammassati nel campo militarizzato di Jenin, «un labirinto contorto di baracche e vicoli» in cui sopravvivere in attesa d’una svolta.

Intanto muore Yussef in combattimento e la sorella Amal lo piange: «Mio fratello era un ragazzo che si nutriva dal petto d’una stirpe antica nella terra dei suoi genitori… Mio fratello è stato ripudiato, incarcerato, torturato, umiliato, esiliato perché voleva vivere la sua vita…» Amal che, ogni mattina al campo di Jenin veniva presa in braccio dal padre che le raccontava storie indimenticabili e le insegnava: «Nasciamo tutti possedendo già tutti i tesori più grandi che avremo nella vita. Uno di questi è la tua mente, un altro è il tuo cuore, e gli strumenti indispensabili di queste ricchezze sono il tempo e la salute. Io ho cercato di usare la mente e il cuore per tenere il nostro popolo legato alla propria storia perché non diventassimo creature senza memoria che vivono arbitrariamente in balìa dell’ingiustizia».

In uno dei tanti scontri tra israeliani e palestinesi, Ismail, il fratello ancora in fasce di Amal, viene strappato dalle braccia della madre Dalia da Moise, combattente israeliano senza figli, e consegnato alla moglie Iolanta, che ne fa lo scopo della vita. Da quel momento Ismail diventerà David, avrà un futuro da israeliano, sarà il “giudeo David” che combatte i palestinesi e da essi è ferito in battaglia. Cresce con l’identità del nemico…

Più tardi, quando David scoprirà la verità, sarà la verità a invadere i suoi giorni e a travolgere la profonda diffidenza e l’odio che nutriva per gli arabi.  Il richiamo delle sue radici e il bisogno assillante di sapere lo cambiano («Non sarò mai completamente ebreo né completamente musulmano. Mai completamente palestinese né israeliano. Accettandomi, mi son reso conto di essere semplicemente umano») Iolanta, dal canto suo, dà la sua benedizione al figlio David perché faccia quello che gli detta il cuore; in più chiede di abbracciare Dalia che aveva messo al mondo il suo David e, così, trovare una piena riconciliazione nella vita. «La verità le liberò e Dalia e Iolanta trovarono l’irresistibile sentiero della pace, dove la religione e la storia s’inchinavano davanti alla solidarietà di due madri pur sempre unite nell’amore dello stesso ragazzo».

Il racconto di Amal continua: è ricco della sua intera storia personale – l’infanzia, le amicizie, gli amori, i lutti, la figlia Sara, lo sposo Majid – senza dimenticare il grande silenzio dopo la distruzione di Jenin e il ritorno degli uomini, “nudi”, dal campo di concentramento; la resistenza di al-Fatha, guidata da Jasser Arafat; la guerra dei Sei Giorni e «i volti sorridenti dei palestinesi che diventano freddi e induriti», il dolore delle donne sotto l’occupazione che «sapeva di tristezza fermentata». Poi da Gerusalemme in America, per studiare e coronare il sogno di sposarsi: «finalmente un sogno tutto mio. Un sogno fatto di amore, famiglia, figli. Non patria, giustizia o istruzione». Torna in Libano sotto i bombardamenti di Israele (Operazione ‘Pace in Galilea’!) e lì muore Majid. E poi ancora la strage di Sabra e Shatila e la prima intifada.

Dopo 30 anni di assenza, Amal torna alla sua terra con la figlia Sara a Jenin, sotto assedio Un cecchino israeliano punta contro Sara il fucile e spara, ma il proiettile si conficca nella carne di Amal. Il soldato, allora, mentre trascina il corpo di Amal verso la casa di Huda, la sua amica d’infanzia, dice a nessuno in particolare, in un inglese tremante e spezzato, che “non poteva più sparare. Diede a Sara e Huda il suo thermos di acqua e due giorni dopo gliene portò un altro e disse loro dove potevano trovare il corpo “della donna” quando il campo sarebbe stato “aperto”. «Aveva nascosto il cadavere di Amal sotto a un piccolo ulivo sradicato. Diede loro da mangiare a sufficienza per la durata dell’assedio, ma non a sufficienza per lavare via il sangue di una madre dalla pelle di sua figlia».

Sara, espulsa da Jenin, raggiunge Jcob e Mansur nella casa di Huda e Osama in Pennsylvania. Qualche tempo dopo, arriva una lettera di David in cui dice di avere colto il loro stupore per un mondo senza occupazione militare e per come fosse entusiasmante vivere come si vuole e potersi spostare liberamente… Anche ieri sera David era lì, a trovarli, e Osama osservava che i nostri figli vivono come fratelli nella tua casa, in Pennsylvania. Un americano, un israeliano e un palestinese. «Che cosa bella!».

L’autrice Susan Abulhawa è nata da una famiglia palestinese in fuga, dopo la guerra dei Sei Giorni Nel corso del romanzo, a proposito della lingua palestinese, fa dire alla protagonista Amal, in punto di partire per gli USA: «Era una lingua che smantellammo per costruirci una casa» (p.201). Non è più così. Con questo suo libro in cui ci racconta la storia di Israele, sorta sulle ossa e sulle tradizioni dei palestinesi, la lingua c’è, viva, sensibile, pacata: anche quando mostra i campi profughi, descrive i bombardamenti in Libano e Jenin distrutta e la rabbia – che è furore – dei vinti. Di più: lei, palestinese, non cerca i colpevoli tra gli israeliani ma il rispetto e la pietà per ogni vittima. Non solo, ma con serena curiosità cerca di entrare nel mondo palestinese, dove sacri sono i riti della vita e della morte, dove la gratitudine è un linguaggio («Che Dio benedica le mani che mi porgono questo dono… Che il Signore ti doni una lunga vita…»),  dove una dolce vulnerabilità  si può trasformare in martirio, dove pur resta ovunque una tristezza «che fa piangere le pietre».               

Giuliano Ligabue

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