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Il soffio di Draghi sulla Libia in fiamme

by Maurizio Ambrosini

di Maurizio Ambrosini. Professore di Sociologia delle migrazioni. Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche, Università di Milano.

Il premier Draghi ha scelto la Libia per la sua prima missione ufficiale all’estero da capo del governo. È comprensibile che abbia voluto rinsaldare i rapporti con un partner importante sulla sponda Sud del Mediterraneo, cercando di recuperare il terreno perduto nei confronti della Turchia. Meno condivisibile che abbia colto l’occasione per ringraziare il governo di Tripoli per i cosiddetti “salvataggi in mare”, ossia in realtà per aver ricondotto migranti e richiedenti asilo nei centri di detenzione sul suo territorio. Bocca cucita invece, almeno in pubblico, sul rispetto dei diritti umani e sui trattamenti riservati alle persone recuperate in mare.

Già comunque il secondo governo Conte, nella legge di bilancio 2021, aveva previsto un esborso di 66 milioni di euro per la realizzazione di “infrastrutture” sul suolo libico. In proposito un documentato rapporto di ActionAid, The Big Wall, ha cominciato a squarciare il velo di riserbo sui vari capitoli di spesa, italiani ed europei, che finanziano il fronte della sorveglianza dei confini e della deterrenza verso i tentativi di ingresso, fossero pure quelli di chi fugge da guerre e persecuzioni.

La Libia fa la parte del leone, con circa 200 milioni di euro. Secondo altre fonti, i finanziamenti alla Libia ammontano invece a quasi 800 milioni. Mentre la magistratura italiana continua a inquisire le Ong che salvano i migranti in mare, arrivando a intercettare i colloqui tra i giornalisti e le loro fonti, gli intrecci tra autorità italiane, governo libico e misteriose figure intermediarie non destano grande attenzione. Nei giorni scorsi è stato scarcerato in Libia al-Bija, ex capo della cosiddetta “guardia costiera libica”, arrestato a ottobre con l’accusa di traffico di esseri umani. Varie inchieste hanno documentato il suo duplice ruolo, di complice dei trafficanti e carceriere dei migranti. Soprattutto, secondo un’inchiesta di Nello Scavo di Avvenire, nel 2017 al-Bija aveva incontrato segretamente a Catania funzionari del governo italiano, per mettere a punto la strategia di contrasto delle partenze dalla Libia.

Mentre su altre frontiere l’Ue e i governi nazionali se non altro trattano con le autorità ufficiali ed evitano di criminalizzare i salvataggi, i governi italiani non hanno esitato ad accordarsi con figure del genere, mentre innescavano la sistematica persecuzione dei soccorritori. Due sono invece i punti di convergenza tra Bruxelles e Roma. Dopo il piano Von der Leyen di settembre, l’Ue ha impresso un’accelerazione al suo impegno, come si usa dire, “securitario”. Nel budget settennale approvato a dicembre, in coerenza con gli aspetti più discutibili del Patto su immigrazione e asilo, ha destinato ai “rimpatri” (il termine più ricorrente del Patto) gran parte del Fondo per immigrazione e asilo (8,7 miliardi), oltre a sussidiare con 12 miliardi di euro il controllo dei confini.

Il secondo aspetto riguarda la deviazione verso il contrasto dei transiti delle spese ufficialmente dedicate ad assistenza e sviluppo. Ossia si parla di aiuti umanitari, ma si finanziano forze armate, centri di detenzione, acquisto di tecnologie in paesi come la Libia, che sono coinvolti nella sorveglianza esterna dei confini dell’Ue. I confini dunque si estendono, fino al deserto del Sahara, diventano più articolati e presidiati.

Ai Paesi satelliti viene delegato il lavoro sporco, quello che serve per fermare gente che non ha più nulla da perdere. Nuove tecnologie sempre più sofisticate vengono messe in campo: nel mese di febbraio la Polizia di frontiera italiana ha assegnato un appalto per 6,9 milioni di euro al colosso aerospaziale-militare Leonardo, al solo scopo di noleggiare un drone per la sorveglianza del Mediterraneo centrale. Ma servono anche i centri di detenzione sulla sponda Sud e le maniere forti, per esercitare un effetto di deterrenza su chi vorrebbe attraversare il Mediterraneo.

C’è chi ripete il mantra consolatorio delle migrazioni che, fermate da una parte, s’infiltrano da un’altra. Il caso Libia, e l’inflessibile determinazione italiana a promuoverne e confermarne il ruolo di guardia di frontiera, mostrano che non è così.

 

Maurizio Ambrosini

Maurizio Ambrosini

Professore di Sociologia delle migrazioni. Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche, Università di Milano.

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