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Scalza, nella polvere tiepida

by Giuliano Ligabue

di Giuliano Ligabue. Redazione Confronti

«Sono nata in un piccolo villaggio ungherese» è la prima frase scritta da Edith in italiano sul suo quadernetto nel 1954, a Roma. Quel villaggio, ai confini con la Slovacchia, si chiama «Sei Case’. E lei Edith – Ditke per tutti – ne corre le viuzze polverose, scalza e con le trecce bionde al vento, fermandosi, ogni volta attratta o da un matto o da un vecchio abbandonato o da un balbuziente. “Perché? Perché”, nella sua testa. E la madre a scuotere il capo, temendo, che non ‘capisca troppo’, questa bambina. Intanto, l’ultima di sei figli di una famiglia ebrea osservante, dice poesie al posto delle preghiere».

Il 15 aprile 1944, nella settimana della Pasqua ebraica, questo spensierato folletto tredicenne si trova brutalmente di fronte a una scena che le segnerà per sempre la vita. Mentre la madre impasta la poca farina – offerta dai vicini di casa – per preparare il prezioso pane alla fine della festa, in vista degli otto giorni in cui non si potrà magiare, la porta di casa è scossa da colpi violenti. Entrano due gendarmi con un gruppo di fascisti, «corvi neri, armati, con sembianze umane» che ordinano l’immediato abbandono della casa. Nel trambusto terrorizzato, solo un grido ripetuto, disperato: «il pane! il pane!»: è la madre che perdeva il pane che ancora non c’era e che non ci sarebbe più stato.

L’intera famiglia, caricata su un camion, è deportata al ghetto di Budapest. E dire che la guerra sembrava finita…

«Dove? Dove ci portano?», così per giorni e giorni. Comincia una “marcia infinita”, buttati su vagoni-bestiame, con spostamenti continui verso i campi di Auschwitz, Kanferig, Dachau e Bergen-Belsen. In ogni campo, semine di cadaveri e larve di persone, nude e affamate, «con i geloni che scavano buchi alle ginocchia, alle caviglie, ai piedi». Ogni giorno, ogni ora, ogni minuto si muore.

A Dachau la piccola Ditke, che non trova più la mamma e la invoca disperata, sente urlare dalla kapò polacca di guardia: «Vedi quel fumo? Senti la puzza di carne umana? È tua madre che brucia e che diventerà sapone!». Non più genitori. Non più fratelli. Nemmeno il nome Ditke, che le sembra avere dimenticato. È diventata, per sé e per tutti, solo un numero: il numero 11152.

Quando, il 25 aprile, viene liberata insieme alla sorella Judith, non c’ più niente e nessuno che la ricordi e che l’accolga. Si mette, allora, in cammino per il mondo, alla ricerca d’un posto dove potere vivere. È “il lungo e triste pellegrinaggio” di una quattordicenne, che comincia

Subito da Budapest a Bratislava e poi, per potersi mantenere, è ballerina ad Atene, Istanbul e Zurigo, con fortune alterne nei vari corpi di ballo. Cresce, apprezzata e desiderata, nei contesti più diversi, tra ricerca umana, rapporti burrascosi, delusioni e trauma di innamoramenti («un uomo penetrato all’istante nella mia anima, mi ha svuotato dell’energia, facendomi tremare le ginocchia»).

Finché non giunge a Napoli: «Ecco, questo è il mio Paese!». La scelta dell’Italia è quella della sua lingua. La parla dopo due mesi, e la ama. Non è la sua lingua, ma le permette di mantenersi distaccata da ciò che vuole raccontare. Perché ha bisogno di raccontare, ha bisogno di scrivere.  Ancora quattordicenne, tornando dai lager, si era sentita diversa, d’un’altra specie («ma in che mondo siamo tornate?») e quando vuole comunicare i suoi pensieri trova una lingua ungherese che non l’asseconda.

Quindi la lingua italiana: per dire una vita in poche parole, senza finzioni; per dire il vissuto sempre presente, che non passa mai. Muovere da un’idea comparsa all’improvviso e tornare a sé stessa, per subito scrivere. Scrivere, che è scegliere di ‘parlare alla carta’.

Così è di questo libro (Il pane perduto, La nave di Teseo 2021), scritto sessant’anni dopo il primo: è come “uscito dalla pancia” di Edith e la fa tornare all’infanzia di Ditke, che non passa mai, con «la nostalgia dolorosa di me scalza, nella polvere tiepida».

Giuliano Ligabue

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