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Tigray, una guerra dimenticata

by Enzo Nucci

di Enzo Nucci. Corrispondente della Rai per l’Africa subsahariana.

Quel rapido intervento militare dipanatosi tra il 4 e il 28 novembre 2020 doveva essere “chirurgico”, mirato soltanto a neutralizzare la resistenza armata. Da allora nel Tigray si continua a soffrire e il confitto non si ferma.

È una guerra già dimenticata, già archiviata nei reconditi meandri della memoria del sistema informativo e della politica occidentale. Quel rapido intervento militare (dipanatosi tra il 4 e il 28 novembre 2020) doveva essere “chirurgico”, mirato soltanto a neutralizzare la resistenza armata, come promesso solennemente dal premio Nobel per la pace nonché primo ministro etiope Abiy Ahmed.

Migliaia i morti e un milione e 700 mila persone costrette ad abbandonare le loro case. Da allora nel Tigray si continua a soffrire e il conflitto non si ferma. Gli abusi contro la popolazione civile sono quotidiani.

Stupri, saccheggi, rapimenti, omicidi indiscriminati hanno indotto il Patriarca Abune Mathias, capo della chiesa copta etiopica, e la Fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs) a denunciare che nella regione settentrionale dell’Etiopia è in corso un genocidio. «Vogliono distruggere i tigrini» ha tuonato il Patriarca che guida la confessione maggioritaria in una nazione in cui questa è considerata anche uno dei pilastri del potere civile.

Intanto Le Nazioni Unite avvertono che 350mila persone rischiano la fame ma è la maggior parte dei 6 milioni di abitanti che necessita di aiuti alimentari mentre l’esercito etiope ostacola con tenacia la distribuzione del cibo.

L’Unione Europea denuncia l’uso degli aiuti umanitari come armi di guerra: per questo i donatori chiedono libero accesso alle popolazioni bisognose.

Durante l’azione congiunta di soldati governativi, truppe eritree e gruppi paramilitari di etnia amhara, l’80% dei raccolti è stato saccheggiato e il 90% del bestiame è stato abbattuto o rubato. Ora agli agricoltori è impedita anche la coltivazione della terra. Intere fabbriche sono state smantellate e le attrezzature trafugate.

I militari di Asmara si sono accaniti nella distruzione dei campi che ospitavano 100mila profughi eritrei. Medici senza frontiere denuncia che l’87% delle attrezzature ospedaliere è stato rubato o distrutto.

Questo è il prezzo dello scontro tra il premier Abiy Ahmed e l’élite del Fronte popolare di liberazione del Tigray (Tplf ) che per 27 anni ha governato la scena politica etiope pur essendo una minoranza nel complesso mosaico del Paese.

Questo è il prezzo dello scontro tra il premier Abiy Ahmed e l’élite del Fronte popolare di liberazione del Tigray (Tplf ) che per 27 anni ha governato la scena politica etiope pur essendo una minoranza nel complesso mosaico del Paese.

Accusati di ribellione per aver invocato l’autogoverno, i vertici del Tplf sono stati schiacciati e oggi costretti ad organizzare la guerriglia rintanati nelle zone più impervie della regione.

Ma l’Etiopia è scossa anche da un’altra minaccia armata che arriva dall’Oromia (l’area più ricca e popolata) dove l’Esercito di Liberazione oromo (Ola) sta intensificando l’iniziativa militare.

Un clima tanto infuocato non rende credibili le elezioni del 21 giugno che nelle intenzioni di Abiy Ahmed dovevano servirgli per legittimare il potere. Le tensioni etniche stanno minando l’unità della nazione e il suo consenso, costruito grazie all’appoggio dei radicali amhara (responsabili degli eccidi in Tigray), dell’élite oromo (beneficiata di ampi poteri), e dell’Eritrea.

Quest’ultima, oltre ad inviare truppe nella repressione del nord, è servita ad Ahmed per costruire la sua immagine a livello internazionale, grazie alla firma degli accordi di pace che hanno posto fine al sanguinoso conflitto tra i due Paesi e culminata nell’assegnazione del premio Nobel per la pace nel 2019. Una abilissima mossa politica di cui solo oggi si coglie la reale portata.

La classe dirigente di Addis Abeba è consapevole della necessità di continuare ad attrarre investimenti stranieri per rilanciare una crescita economica proposta come modello di sviluppo africano. Ma dovrà anche essere in grado di garantire stabilità politica alla nazione per rinsaldare alleanze con l’occidente, in primis gli Stati Uniti, che proprio qui hanno concentrato basi militari (in particolare di droni) per il controllo del turbolento Corno d’Africa.

In realtà è entrato in crisi il modello amministrativo basato sulle identità etnolinguistiche che ha garantito autonomia al Tplf , tanto da monopolizzare il potere e reprimere i dissidenti, facendo esplodere proteste di massa.

Il Partito della prosperità (fondato da Abiy nel 2019) ha visto confluire tutti i partiti al governo nelle varie regioni di Etiopia, tranne il Tplf che ha percepito il tentativo di indebolimento delle autonomie locali. Il resto sono le drammatiche cronache degli ultimi mesi.

Ph.  © EU Civil Protection and Humanitarian Aid

Enzo Nucci

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Corrispondente della Rai per l’Africa subsahariana

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