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Chiesa ed Europa

by Fulvio Ferrario

di Fulvio Ferrario. Professore di Teologia sistematica e Decano della Facoltà valdese di teologia di Roma.

Al processo di unificazione europea è corrisposto anche il tentativo delle Chiese di individuare il proprio ruolo nella nuova realtà da costituirsi. Ma il dibattito sulle “radici” e sull’“anima” dell’Europa ha lasciato il passo a un’amara constatazione: le Chiese sono sempre più “irrilevanti”.

Chi ha vissuto, a cavallo tra i due millenni, il processo di unificazione europea, e il corrispondente tentativo delle Chiese di individuare in esso il proprio ruolo, ricorderà alcuni obiettivi centrali sui quali, in questa fase delicata della storia politica, ma anche spirituale del nostro continente, vale la pena riflettere.

Iniziamo con la visione, associata essenzialmente alla figura di Giovanni Paolo II, di un’Europa “dall’Atlantico agli Urali”: a prima vista grandiosa, in realtà del tutto illusoria. Prescindiamo, qui, dagli aspetti politici. Dal punto di vista ideologico, l’ipotesi del papa polacco prevedeva una santa alleanza cattolico-ortodossa, volta a fare di un certo cristianesimo, anche nel Terzo Millennio, il Grande Codice della cultura del continente.

Tale sogno sembrava incoraggiato dal successo di alcune Chiese cristiane nel resistere al socialismo di stato (la Polonia, appunto) o dalla forza, a suo modo elettiva, di altre, uscite dall’ibernazione (l’ortodossia russa).

Di fatto, l’“Europa reale” è stata costruita proprio in prospettiva antirussa, associando velocemente storie diverse, con i risultati che vediamo.

In parte intrecciata alla precedente, ma assai più moderata nelle proprie ambizioni, era l’ideologia, anch’essa prevalentemente cattolica, delle “radici cristiane dell’Europa”.
Essa prendeva sul serio l’attacco secolaristico alla centralità delle Chiese e dello stesso messaggio cristiano e cercava di rispondere sottolineando una matrice culturale senza la quale, si diceva, risulta difficile immaginare qualcosa come una “cultura europea”.

La battaglia per inserire le “radici” nella Costituzione dell’Unione è stata perduta, ma se anche le cose fossero andate diversamente, poco sarebbe cambiato quanto alla sostanza.

La metafora delle radici, infatti, ha i suoi limiti. Solo gli sciocchi o i laicisti fanatici (figure non sempre distinte, peraltro) possono negare che il cristianesimo abbia contribuito in modo decisivo a fare dell’Europa ciò che essa è. Ma mentre l’albero non può vivere senza le radici, l’Europa si è completamente emancipata dalla propria eredità cristiana.

Basta guardare al dibattito sull’immigrazione: le ragioni di una gestione responsabile (non di un’emergenza, ma di un trend di lungo periodo), che sarebbe la versione secolare della solidarietà cristiana, non trovano udienza nemmeno tra il popolo delle comunità, che la pensa più o meno come l’opinione pubblica.

L’Europa che consegna le disperate e i disperati della Terra a Erdogan o ai banditi libici ha smarrito non solo le radici cristiane, ma anche le foglie e i frutti.

Anche le Chiese evangeliche avevano uno slogan: «Dare un’anima all’Europa». Quasi quasi, meglio le radici. Chi avrebbe dovuto dare un’anima all’Europa? Le Chiese stesse, ovviamente. Non oso pensare all’opinione di Lutero su un simile programma.

Utilizzando le metafore che abbiamo evocato, dovremmo dire che la prima urgenza riguarda la scoperta delle radici cristiane delle Chiese; e che sono le Chiese, prima di tutto, ad aver bisogno di un’anima. Ma appunto, non so se si tratti di immagini utili.

Credo sia più semplice utilizzare la terminologia classica: le Chiese hanno bisogno di evangelo, di parola di Dio. Anzitutto per se stesse. L’ossessione immediatamente missionaria («come portare la buona notizia ai lontani di questo tempo?») tradisce l’illusione di possedere, o almeno conoscere, ciò che si vorrebbe
annunciare. Non è così.

L’irrilevanza delle Chiese nella società europea non dipende anzitutto dal loro essere minoranza, ma dalle modalità sbiadite nelle quali essi vivono la propria fede. Si vuole “incidere” sulla società, o addirittura essere “profetici”, mentre la vita scorre parallela rispetto alle parole della fede, cioè impermeabile alla Parola di Dio.

Alcuni mesi fa, mentre i fedeli islamici celebravano il ramadan, un piccolo gruppo di cristiane e cristiani distribuiva una colazione domenicale ai senzatetto della zona dell’Esquilino, a Roma. Molti rifiutavano il cibo e le bevande, a motivo del digiuno. L’impatto dell’islam sulle società europee, qualcuno potrebbe opinare, nasce da qui. Lo stesso si potrebbe dire, alla rovescia, dell’irrilevanza del cristianesimo.

Fulvio Ferrario

Fulvio Ferrario

Professore di Teologia sistematica e Decano della Facoltà valdese di teologia di Roma

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