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L’11 settembre vent’anni dopo

by Roberto Bertoni

di Roberto Bertoni. Giornalista e scrittore

Ricordo tutto di quel martedì, come se fosse ieri. Ricordo il susseguirsi di notizie sempre più angoscianti, gli aggiornamenti via internet, la confusione generale e poi le dirette televisive, infinite, interminabili, come se in quelle Torri crollate a New York fossimo rimasti intrappolati tutti. E in effetti è così, se si pensa a quante cose sono cambiate negli ultimi vent’anni: la sicurezza, i rapporti internazionali, il nostro modo di viaggiare, di pensare e di vivere. Nulla è stato più come prima e, purtroppo, quasi nulla è cambiato in meglio.

UN PERCORSO DI GUERRA

Vent’anni fa l’America iniziò il suo percorso di guerra: una guerra con se stessa che l’avrebbe condotta ad aprire due fronti perniciosi, Afghanistan e Iraq, di cui solo ora si vede finalmente la chiusura e il drammatico fallimento. Il bushismo altro non è stato, infatti, che una dottrina di violenza, un costante incitamento alle armi e al conflitto, fino a lacerare in maniera devastante una

Nazione che da allora si è incattivita sempre di più. Se abbiamo avuto Trump è perché abbiamo avuto i due mandati di Bush, in un clima di continua tensione che nemmeno la positiva esperienza di Obama è riuscito a mitigare.

Senza contare che quel passaggio è stato un solco generazionale: come il nostro 10 giugno, il punto di non ritorno fra il “prima” e il “dopo”. Prima esistevano le estati, con le notizie scherzose sugli ufo e le pagine di politica interna ed estera che si andavano, via via, riducendo. Poi è cominciato il mondo senza tregua, in cui si parla di politica in maniera ossessiva, senza requie, in cui non esistono differenze fra agosto e novembre e i contrasti sono continui: su tutti i fronti, in tutti gli scenari. Prima all’aeroporto vigevano dei controlli di carattere “umano”. Poi siamo entrati nell’era del terrore, dei controlli rafforzati, dei divieti, della necessità di recarsi al terminal con ore e ore di anticipo; in poche parole, della fine di ogni serenità e convivenza civile. Prima si sperava che il Duemila sarebbe stato un millennio di pace, progresso e sviluppo. Poi ci siamo resi conto che è l’esatto contrario.

Prima si credeva nelle “magnifiche e progressive sorti” dell’Occidente, con la fine della storia, il sereno vento dell’Ovest, la vittoria definitiva del nostro modello di vita e la tranquillità data dalle supreme virtù del mercato. Poi ci siamo resi conto che il liberismo genera conflitti meno sanguinosi ma non meno strazianti delle guerre calde e, infine, in seguito alle tre crisi dell’ultimo decennio, abbiamo capito che dall’89 al 2001 abbiamo vissuto in una tragica bolla di illusioni.

L’11 settembre ha costituito, pertanto, un monito e una sveglia. Ci ha posto di fronte al nostro abisso morale, alle nostre contraddizioni, ai terroristi di Al-Qʿida lasciati liberi di addestrarsi e andare in giro per gli Stati Uniti senza alcun controllo, alla nostra sicurezza che esiste solo sulla carta, alla nostra coesione fasulla e alle nostre certezze destinate a sbriciolarsi e ad accartocciarsi su se stesse proprio come le Twin Towers.

IL MONDO DI IERI

Cos’è rimasto, dunque, in noi del mondo di ieri? Dove sono finiti i nostri sogni e le nostre speranze? Appartengo alla generazione che ha cominciato ad andare a scuola quando ancora si credeva in qualcosa, cui era stato raccontato che, al termine di un secolo devastante e pieno di ideologie assassine, sarebbe sorto un nuovo secolo in cui le frontiere non avrebbero avuto più alcun senso e avremmo vissuto in una sorta di comunità globale, tutti sotto lo stesso cielo, rispettandoci gli uni con gli altri e cooperando allo scopo di ridurre, se non proprio abbattere, il debito dei Paesi del Terzo mondo. Siamo cresciuti con determinati esempi, determinati programmi, determinati libri e determinate canzoni. Vedevamo in famiglia una certa serenità e ci sembrava che, al netto di qualche problema, il nostro avvenire sarebbe stato radioso. Siamo arrivati a trent’anni costretti, invece, a fare i conti con la mancanza di lavoro e di prospettive, con un precariato angosciante, con un mondo in guerra, con un’Europa che, di fatto, non esiste, con un’America che non si è ancora ripresa dalla sbornia trumpiana, con i nostri genitori costretti a mantenerci, anche ora che sono anziani e stanno in pensione, e con l’impossibilità di immaginare un domani perché di tutto ciò in cui avevamo creduto fino a quel dannato martedì non è rimasto assolutamente nulla.

Ricordo ancora Roma e Lazio impegnate in due surreali partite di Champions League: i giallorossi all’Olimpico contro il Real Madrid, i biancocelesti a Istanbul contro il Galatasaray, con le frange più estremiste del tifo turco che fischiarono il

minuto di silenzio in omaggio alle vittime dello scempio avvenuto oltreoceano.
Ricordo il rinvio della partita di
Champions della Juve a Oporto, il muso nero della Ferrari al Gran Premio d’Italia, lo sponsor dell’Inter oscurato in segno di lutto.

Ricordo tutto in maniera talmente nitida che mi desta quasi impressione, come se rivedessi quei servizi al telegiornale, rileggessi quei giornali, ricordassi ogni singolo istante di un momento epocale che ci ha segnato nel profondo e continuerà a dettare i ritmi di questo secolo ancora a lungo. Perché da allora tutto è diventato troppo grande, troppo inafferrabile, troppo “disumano”, nell’illusione che bastasse un clic per accorciare le distanze, ritrovandoci al contrario a essere sempre più soli. La verità è che quegli aerei si sono conficcati nelle nostre coscienze, passandole da parte a parte.

Ci hanno lacerato molto più di quanto non pensassimo allora. Hanno sconvolto ogni prospettiva, distrutto ogni illusione, reso impossibile ciò che fino al giorno prima era possibile, anzi a portata di mano. Hanno creato un uomo furioso e disposto a tutto pur di affermarsi. Hanno dato vita a una nuova ideologia: un’ideologia di morte sotto ogni punto di vista. Perché è morte la ferocia della finanza senza regole e dell’economia immateriale che determina le nostre vite lasciandoci impotenti. Ed è morte la vergognosa strumentalizzazione di una religione di pace come l’islam per guidare masse imbestialite per i soprusi subiti contro il “Satana occidentale” che si identifica non con questo o quel governo ma con l’innocente che viene fatto saltare in aria mentre si reca al lavoro in metropolitana.

Ricordo lo sgomento di quelle ore, il pensiero di alcuni che si trattasse di un film, la presa d’atto della fine di tutto. Ricordo il cratere nel cuore di Manhattan e oggi i nomi delle vittime scritti lungo il perimetro del monumento che commemora il loro martirio.

Quel vuoto, insieme a molti altri, ci è rimasto dentro come una ferita colma di rughe e piaghe sanguinanti. Vent’anni non sono bastati a metabolizzare quello strazio. Perché sotto quelle torri crollate, come detto, ci siamo rimasti anche noi, incapaci di immaginare un altro mondo, assai diverso da quello che ci era stato spacciato per il migliore dei mondi possibili e, purtroppo, non era altro che la pista di decollo degli aerei che ci avrebbero portato l’inferno in casa, spalancando le porte a un incubo dal quale non ci siamo ancora ripresi.

Ph.  © Ground Zero © Axel Houmadi / CopyLeft

Roberto Bertoni

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