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Nigeria. Proibito andare a scuola

by Enzo Nucci

di Enzo Nucci. Corrispondente della Rai per l’Africa subsahariana.

I rapimenti sono la nuova frontiera dell’industria criminale nigeriana. Sono le scuole a essere diventate un “terreno di caccia” privilegiato per i rapitori. L’obiettivo, soprattutto per i gruppi come Boko Haram è politico: mettere un freno all’educazione “occidentale” in particolare per le ragazze.

Uno spettro, l’ennesimo, si aggira per la Nigeria. È il fantasma dei sequestri di persona, la nuova frontiera dell’industria criminale nazionale. La crisi economica sta spingendo bande sempre più numerose e aggressive verso questo remunerativo ramo delinquenziale.

Nessuna regione della più popolosa nazione africana è risparmiata da questa ventata di violenza che soffia nel Sud Ovest cristiano così come nel Nord Est islamico. A farne le spese sono in maggioranza passanti, passeggeri d’autobus, automobilisti bloccati e tenuti prigionieri fino al pagamento del riscatto che può variare da poche centinaia di dollari fino a milioni per gli ostaggi più facoltosi.

Spesso i rapimenti sono organizzati sul momento e durano poche ore, il tempo di incassare il denaro. Gli oltre mille casi ufficiali denunciati nello scorso anno sono solo una microscopica parte di un fenomeno che si sta diffondendo a macchia d’olio.

Ma in realtà sono le scuole a essere diventate un “terreno” di caccia privilegiato per i rapitori. A inaugurare la drammatica serie fu il gruppo terrorista di Boko Haram che nel 2014 strappò via 276 studentesse dal dormitorio del loro istituto, suscitando scalpore nell’opinione pubblica mondiale.

L’azione degli islamisti era motivata dal fanatismo religioso. Lo stesso nome Boko Haram in lingua hausa significa programmaticamente «l’educazione occidentale è peccato», e e il gruppo nasce proprio per combattere il sistema didattico nigeriano costruito su modello inglese.

I sequestri “religiosi” si sono succeduti con l’obiettivo “politico” di bloccare la frequenza scolastica, specialmente da parte delle ragazze.

Almeno dal 2018 però a fare la parte dei leoni sono bande criminali che non agiscono sulla spinta di contorte motivazioni religiose o ideologiche bensì solamente a fini di lucro. La risposta delle istituzioni è stata ininfluente, nonostante le continue promesse di rafforzare la sicurezza. Nessun rapitore è stato fino ad ora arrestato, e anzi si ipotizza che la manifesta incapacità dei vertici militari e di polizia nel contrastare questi gruppi nasconda ampie aree di collusione e corruzione.

E sale la febbre di sequestri. Nello stato federale di Zamfara nel dicembre 2020 sono stati rapiti quasi 700 studenti tra bambini e adolescenti da gruppi di banditi, come sono definiti dal governo. A marzo è toccato a 39 ragazzi di una scuola professionale nella città di Kaduna. Ad aprile ancora nello stato di Zamfara è stata la volta di 250 ragazzine. I genitori sono costretti ad avviare collette per liberare i propri figli, sotto la minaccia di morte. Ma tanti di questi ragazzi non fanno ritorno a casa.

Le ricadute sociali sono disastrose. Secondo le stime dell’Unicef, sono 10 milioni i bambini che non frequentano la scuola pubblica, teoricamente obbligatoria e gratuita. Più del 60% di questi ragazzini vive nel nord della Nigeria dove i tassi di abbandono scolastico (soprattutto tra le ragazze) sono allarmanti. In questa area la povertà estrema tocca l’80% della popolazione, il numero dei figli per ogni donna è tra i più alti del mondo ma soprattutto in questa società musulmana conservatrice mandare i bambini a studiare nelle scuole “occidentali” è un impegno economico che pochi possono permettersi.

L’Unicef mette in guardia: l’aumento esponenziale di rapimenti di studenti mette a rischio il futuro scolastico di altri 5 milioni di bambini, in una regione dove più della metà delle ragazze non va a scuola.

Dal 2009 (quando è cominciata l’offensiva di Boko Haram) ad oggi sono stati uccisi 3 mila insegnanti, distrutte 1.400 scuole. Sei stati federali nel Nord e Nord Ovest hanno chiuso le scuole per evitare assalti.

Tutte scuole pubbliche, che rappresentano l’unica chance di cambiamento per i più poveri ma anche l’unico modo di sfamarsi per tanti perché in queste strutture viene distribuito almeno un pasto gratuito al giorno.

Per le ragazze è tutto più difficile. La permanenza forzata in casa per il blocco delle attività scolastiche favorisce i matrimoni, l’unica opzione loro consentita. In queste zone (dove vige la shari’a, ovvero la legge islamica) le ragazzine si sposano già nella pubertà, a partire dai 12 anni. Terrorismo e criminalità sembrano avere lo stesso obiettivo comune: negare ai giovani la speranza di cambiamento attraverso lo studio.

Ph.  © Dolapo Falola/ Wikimedia Commons

Enzo Nucci

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Corrispondente della Rai per l’Africa subsahariana

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