Pakistan, il grande fratello talebano - Confronti
Home Religioni Pakistan, il grande fratello talebano

Pakistan, il grande fratello talebano

by Enrico Campofreda

di Enrico Campofreda. Giornalista e scrittore.

Almeno una parte della pesante zavorra che negli ultimi decenni condiziona la vita della gente afghana deriva dai comportamenti d’un vicino invadente al limite dell’invasione. Quelle ottocentesche dell’impero britannico e le recenti sovietica e statunitense erano palesi, con tanto di eserciti e sangue versato. Aggressioni peraltro respinte e rispedite al mittente con l’immancabile tributo di violenza e morte. L’invasione pakistana è subdola, basata su aiuti presunti e concessione di campi profughi oltreconfine, e via vai di guerriglieri e agenti dei Servizi, grande specialità del gigante musulmano. Coi suoi 220 milioni di abitanti la nazione cresce in proporzione più delle più prolifiche stirpi africane, il 37% sono bambini al di sotto dei 15 anni d’età. È dopo l’Indonesia il Paese islamico maggiormente popolato.

Questa fede raccoglie il 97% degli abitanti, concentrati, eccezion fatta per le megalopoli di Karaki, Lahore, Faisalabad (rispettivamente 24, 11 e 7.5 milioni di persone) in centri di medio cabotaggio e nei villaggi. Ma alcune regioni, note principalmente a chi si occupa di geopolitica, come il Belucistan, dove sorge Quetta, oppure le Kyber Pakhtunkhawa e Aree Tribali Federali, conosciute con l’acronimo Fata, raccolgono rispettivamente 13 e 40 milioni di pakistani. Un quinto della popolazione, spesso non gente tranquilla, ma attivisti e combattenti. Sempre chi mastica di politica estera alle città di Quetta e alla più popolata Peshawar aggiunge la denominazione Shura (che in arabo sta per Consiglio), entrambe caratterizzate dai ceppi talebani di riferimento.

La Shura storica di Quetta raccoglie i talebani afghani ortodossi, oggi guidati dal chierico conservatore Akhunzada con l’ausilio del pragmatico Baradar; quella di Peshawar è influenzata da studenti coranici amici dei pakistani. Fra le due, e nelle due, agisce la famigerata Rete di Haqqani, un potente clan che con gli eredi del defunto patriarca Jalaluddin, muove milizie, attentati, pressioni e rapporti a 360°. Ecco, dunque, alcuni tratti distintivi del Pakistan: Paese in spaventosa ascesa demografica, enorme laboratorio confessionale, crocevia di alleanze in diretta correlazione con gli interessi dei grandi del mondo.

E fucìna di distorsione della politica, nutrita dalle entità talebane che lì possono muoversi grazie ai poteri interni (capi di Stato e di governo, esercito, intelligence) capaci d’influenzare quanto hanno a portata di mano e anche più lontano. Il Pakistan “grande guastatore”, dunque, non da oggi. Dopo l’indipendenza e la separazione dall’India con tanto di guerre per i territori contesi del  Jammu e Kashmir, la politica nazionale ha oscillato attorno alla potente lobby militare (sostenuta da un terzo del bilancio statale), autrice in varie epoche di golpe, colpi di mano e dittature (coi presidenti-padroni Ayyab Khan, Yahya Khan, Zia ul-Haq, Musharraf) e la forza di clan familiari.

Il più famoso, i Bhutto, ha espresso capo di Stato e premier (Zulfiqar e Benazir), le cui vite sono state stroncate da esecuzioni capitali e attentati. Un ambiente assai agitato, dove sulle contraddizioni interne ponevano le mani gli alleati statunitensi che per circa mezzo secolo hanno regolato le proprie intese in base a interessi e dinamiche dello scacchiere mondiale. In tal modo Islamabad, l’anti-Delhi filosovietica, riceveva l’arma atomica (attualmente detiene un quarto dell’arsenale globale), mentre ai vertici della nazione le lotte per il comando rendevano la coalizione non così tranquilla come Casa Bianca e Pentagono s’aspettavano.

Una delle figure più inquietanti fu il generale Muhammad Zia ul-Haq. Si rivoltò al premier Bhutto che nel 1976 l’aveva fatto Capo di Stato maggiore, non contento due anni dopo lo fece condannare all’impiccagione. Con un dispotismo personale sostenuto dalle Forze Armate, Zia rilanciava il programma nucleare già supportato dagli Stati Uniti. Dopo l’invasione sovietica dell’Afghanistan sostenne la resistenza dei mujaheddin, aiutando soprattutto il gruppo fondamentalista dell’
Hezb-i Islami di Hekmatyar. In quella fase sul territorio pakistano trovavano ampio spazio le predicazioni più radicali del deobandismo e s’instaurava un esplicito integralismo di governo. Non solo il divieto assoluto della vendita di alcolici e i prelievi forzati ai cittadini giustificati come zakat, ma le punizioni corporali, le lapidazioni di donne per presunto adulterio, condizionavano una nazione che il Partito Popolare Pakistano e gli stessi orientamenti del padre della patria Ali Jinnah, volevano diversa dalle arie di Califfato.

Nel 1988 la carriera di Zia si schianterà nel Punjab durante un volo, in un mistero rimasto tale solo per la cronaca. Su questo fronte l’omicidio di Stato rende il Pakistan molto occidentale… Da quell’epoca la nazione ha accresciuto l’economia con un’accelerazione industriale privata e ha aumentato le pretese di controllo regionale. Facendo leva sugli interessi soprattutto statunitensi contro gli avversari storici Urss e Cina, i governanti di Islamabad s’infilano nelle cento e una crepe regionali cercando un proprio tornaconto. Ma al fianco delle tendenze da Stato moderno interessato ai risvolti della globalizzazione, pur nella spirale perversa di consumismo-corruzione-debito pubblico, si accrescono gli intrighi fra pezzi dello Stato e l’integralismo confessional-culturale.

Le scuole deobandita, in gran parte sunnita hanafita, e quella hanabalita, dove prevale la predicazione wahhabita, non fanno che rinfocolare una visione fanatica del proprio credo con facili derive sanguinarie verso altri culti e nei confronti degli stessi musulmani considerati infedeli. Considerando che una parte minoritaria, ma non così minuta – è calcolata attorno al 25% – dei pakistani professa la fede sciita, le tensioni interne in materia religiosa raggiungono frizioni elevate. E alimentano quel substrato violento che dalle madrase, come quella storica di Darul Uloom Haqqania dove si formò il mullah Omar, inondano metropoli e villaggi diffondendo intolleranza, settarismo, attentatori kamikaze. Il rapporto delle Istituzioni pakistane con tale substrato ideologico dell’islam politico dei più svariati gruppi talebani è contraddittorio.

Ufficialmente i governi hanno manifestato adesioni agli accordi internazionali che legano il Paese agli Stati Uniti, ma ad esempio il riavvicinamento di quest’ultimi all’India di Narendra Modi – che incarna il duplice ruolo di nemico geopolitico e pure religioso – ha incrementato il doppiogiochismo di Islamabad. Sia quello voluto dalla leadership nazionale, sia quello da essa subìto per conto dell’
Inter-Services Intelligence che agisce sopra e contro la stessa ufficialità della politica. Emblematico fu il rifugio offerto a Osama bin Laden, che era finito ad Abbottabad non solo grazie alla rete qaedista di sostegno. In realtà i giochi sporchi, scambiando favori con ogni fronte talebano, la locale Agenzia dei Servizi li compie da anni, interviene nelle instabili province afghane per creare la cosiddetta “profondità strategica” utile alla supremazia regionale che Islamabad insegue. 

Ma pur carezzando e nutrendo la Jihad della resistenza talebana contro i propri referenti e protettori globali statunitensi, il governo pakistano deve fare i conti con quel radicalismo di branche come i Tehreek-i Taliban capaci di stragi strazianti contro i bambini (scuola di Peshawar nel 2014, parco giochi di Lahore nel 2016) tanto simili alle carneficine dell’Isis Khorasan. E nuclei ancora più minuti e schizofrenici nel programmare raid sanguinari: Lashkar-i Taiba, Lashkar-i Jhangvi, Harkat-ul Jiahad-al Islami, Sipah-i Sahaba. L’effetto boomerang di simili sodalizi divide i governanti fra chi propugna di sradicare anche con la forza, come avvenne nel 2009 nella valle dello Swat, il radicalismo islamico e chi non vuole saperne. Nelle dinamiche presenti e future del Pakistan che condiziona l’Afghanistan entrerà sempre più la Cina, con la sua politica mercantile bisognosa di sicurezza di determinate aree.

Quelle da sfruttare: il sottosuolo afghano ricco di litio, rame, alluminio, oro, quelle del passaggio di manufatti: i corridoi che dallo Xinjiang conducono merci al porto pakistano di Gwadar, evitando d’incanalarle nel Mar cinese meridionale verso lo stretto di Malacca. In questo gioco delle alleanze di coppia o triplici che si frantumano e si ricreano, il Pakistan “americano” fa il voltafaccia a Washington, flirtando con la Cina che negli ultimi anni lì ha investito 52 miliardi di dollari, e con essa divide un  reciproco orientamento anti-indiano. Primigenio e ricambiato quello di Islamabad contro Delhi, mentre l’India restituisce a Pechino astio sugli impervi confini dell’Himalaya, cui s’aggiunge la frustrazione di vedersi scavalcata nella corsa per le “autostrade delle acque” dalla più corposa smania di supremazia cinese. Cosicché i cospicui investimenti compiuti dai vertici indiani per la conquista dell’Oceano che porta il proprio nome – dove viaggiano due terzi del petrolio mondiale e una buona metà dei prodotti stipati nei container – paiono vani. 

La Cina non ha mosso un passo durante il ventennio di presenza militare statunitense in Afghanistan, né vorrebbe farlo ora, sebbene i vuoti della geopolitica chiedano sempre d’essere riempiti. Ma rischia, proprio nello Xinjiang col terrorismo a sostegno uiguro del focoso
Partito Islamico del Turkestan, e lungo quella ‘via della seta’ che attraversa valli afghane, a dominio talebano o dei presìdi dissidenti dell’Isis-K. Il gigante asiatico avrà certamente bisogno dell’eminenza grigia pakistana, fautrice di un ordine-disordine sintetizzato in nazione. Una nazione spregiudicata nel condizionare il subalterno vicino e chiunque gli si avvicini per qualsivoglia interesse. 

Ph.© Salman Preeom

Enrico Campofreda

Enrico Campofreda

Giornalista e scrittore

Abbonati ora!

Solo 4 € al mese, tutta Confronti
Novità

Seguici sui social

Articoli correlati

Lascia un commento