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Eutanasia legale. A un passo dal diritto

by Marco Cappato

di Marco Cappato, Tesoriere dell'Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica

Intervista a cura di Nadia Addezio. Redazione Confronti

Marco Cappato, Tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica, comincia nel 2006 la battaglia per rendere l’eutanasia legale in Italia. È il caso di Piergiorgio Welby a spingerlo a impegnarsi in prima linea per il riconoscimento del diritto ad avere un buon fine vita a persone che versano in condizioni di salute irreversibili e/o incurabili. Nel 2012 lancia con la Coscioni la campagna Eutanasia Legale che, nell’anno successivo, darà avvio alla raccolta firme per la proposta di legge di iniziativa popolare per legalizzare l’eutanasia. La proposta di legge sarà depositata alla Camera dei Deputati con oltre 67.000 firme raccolte e non conoscerà mai discussione, sino ad oggi.

Negli anni l’attività della Coscioni continua: nel dicembre del 2017 viene approvata la legge sul testamento biologico secondo la quale è possibile dichiarare anticipatamente il trattamento sanitario che si intende ricevere, qualora impossibilitati nel farlo per condizioni di salute gravi o incapacità di intendere e volere. Il consenso libero e informato e la libertà di scelta sono i pilastri su cui si regge la nuova conquista. 

Ma prima ancora, agli inizi del 2017, Marco Cappato attua la sua disobbedienza civile accompagnando Fabiano Antoniani, detto Dj Fabo, in Svizzera per ottenere il suicidio assistito. Si autodenuncia al suo rientro in Italia per il reato di cui all’art.580 del codice penale, ovvero aiuto al suicidio. Il caso attira, analogamente ai precedenti casi di Piergiorgio Welby ed Eluana Englaro, l’attenzione dei media e dei cittadini. Il processo a suo carico si conclude nel settembre 2019: la Corte Costituzionale lo dichiara non punibile con la sentenza 242/2019 che rende il suicidio assistito – a determinate condizioni – legale in Italia. La Corte Costituzionale, nel corso del processo, aveva invitato invano il Parlamento a legiferare sul tema. Intanto, sempre in quest’anno di conquiste e disobbedienze, Marco Cappato e Mina Schett Welby (co-presidente dell’Associazione Luca Coscioni) avevano aiutato Davide Trentini, affetto da sclerosi multipla, a ottenere il suicidio assistito in Svizzera. Autodenunciatisi ai Carabinieri di Massa, avevano compiuto una disobbedienza civile sulla quale sono stati processati e assolti definitivamente nell’aprile scorso. Il caso Trentini, meno dibattuto, è stato il primo precedente di interpretazione della sentenza 242/2019 prima citata.

E si arriva ai giorni nostri, con il lancio agli inizi di luglio della raccolta firme in tutta Italia per il referendum Eutanasia Legale e il repentino traguardo di 500.000 firme raggiunto in un mese. Il 30 settembre si è conclusa la campagna e l’8 ottobre sono state consegnate alla Corte Suprema di Cassazione 1.239.423 firme, o meglio persone, come Cappato tiene a sottolineare.

Un successo dovuto anche alla possibilità dall’agosto scorso di apporre la firma digitale a referendum e leggi di iniziativa popolare. Svolta storica per i diritti politici dei cittadini italiani, ottenuta grazie all’appello che Marco Gentili, co-presidente dell’Associazione Luca Coscioni, ha rivolto al ministro Vittorio Colao (Transizione ecologica) attraverso una lettera aperta e alla partecipazione di oltre 3000 cittadini che la hanno sottoscritta. Essenziale anche il sostegno e lavoro in Parlamento di Riccardo Magi, presidente di +Europa

Ora si attende che la Cassazione si esprima sulla validità delle firme, per poi ottenere la valutazione della Corte Costituzionale in merito alla costituzionalità del quesito referendario proposto.

Da cosa e perché nasce il referendum per legalizzare l’eutanasia?

Il percorso sulla iniziativa per la legalizzazione dell’eutanasia parte da molto lontano: già 37 anni fa ci fu la prima proposta di legge di Loris Fortuna. Il caso che ha determinato l’impegno dell’Associazione Luca Coscioni è stato quello di Piergiorgio Welby 15 anni fa e già al tempo l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano chiamò la necessità di un intervento delle Camere. Poi c’è stato, 8 anni fa, il deposito della legge di iniziativa popolare con le firme di 140mila cittadini. Poi siccome il Parlamento non discuteva quella legge, abbiamo iniziato le azioni di disobbedienza civile che hanno culminato con la vicenda di Fabiano Antoniani (Dj Fabo), di Davide Trentini e i richiami della Corte Costituzionale. Ecco, alla fine di questo percorso eravamo arrivati avendo praticamente attivato tutti gli strumenti che potevamo attivare. Già il primo caso Welby, la pressione istituzionale, la legge di iniziativa popolare, addirittura il processo e la disobbedienza civile non erano stati sufficienti a ottenere che il Parlamento si esprimesse sull’eutanasia. Sul testamento biologico sì, c’era stata la legge che è stato un successo importante. Il referendum ci è sembrato esattamente lo strumento giusto per cercare di arrivare a una decisione legislativa: visto che il Parlamento non aveva intenzione di esprimersi in merito, abbiamo pensato che fosse giusto che lo potesse fare direttamente il popolo italiano.

Quali sono le ragioni per cui il Parlamento non si è ancora espresso?

Ci sono ragioni magari profonde, storiche, culturali, tra cui anche l’influenza del Vaticano. Sul piano più strettamente politico – e le responsabilità alla fine sono politiche – credo che i capi dei partiti preferiscano non discutere su un tema che taglia trasversalmente all’interno gli schieramenti politici. Un tema, dunque, che mal si presta ad essere utilizzato nel gioco della politica, fatto di accordi e scambi. È inoltre un tema che sfugge un po’ al “controllo del capo” perché spesso gli elettori sono molto più pronti e avanti degli stessi politici. 

Infine, anche se i sondaggi dicono essere molto popolare, quello della legalizzazione dell’eutanasia è un’esigenza sociale che tende a rimanere nell’ombra perché si forma nelle case delle persone, negli ospedali, nelle RSA, all’interno delle famiglie. Le persone che si trovano di fronte a questa esigenza non hanno la stessa possibilità di aggregazione od organizzazione come nel caso di chi ha esigenze sul fronte economico o lavorativo. Inoltre, le persone che hanno maggiore urgenza di servirsi di questo strumento sono – quasi per definizione – impossibilitate a battersi pubblicamente per i propri diritti. Letteralmente non hanno (più) le forze o non sono più nelle condizioni di scendere in piazza e manifestare.

Quindi, se anche è un’esigenza diffusa nella società, spesso risulta invisibile, impercettibile, a parte quando un singolo caso sale agli onori delle cronache, nel quale le persone con problematiche simili si riconoscono.

Sono state raccolte un milione e oltre 239mila firme, la maggior parte delle quali sono di persone giovani, giovanissime. Come commenta questa evidenza?

La forza di questa campagna referendaria è il vissuto delle persone e il vissuto in una famiglia attraversa le generazioni. La sofferenza dei nonni è vissuta, seppur di riflesso, anche dai nipoti. Forse i giovani accettano meno degli adulti di rassegnarsi a una decisione esterna e quindi per loro risulta ancora meno comprensibile come delle determinate condizioni di sofferenza possano essere in qualche modo addirittura imposte da un determinato tipo di regole.

Quali sono stati gli ostacoli incontrati nel corso degli anni della campagna Eutanasia Legale e durante la campagna referendaria?

Gli ostacoli più grandi li abbiamo incontrati sul fronte dell’informazione e della politica. La politica non ha voluto nemmeno aprire il dibattito e, da un punto di vista dell’informazione, si tende a non considerare questo come un tema politico. Le due cose si legano insieme: l’informazione non lo considera un tema politico perché i capi dei partiti non lo vogliono, ed è anche vero il contrario, ovvero che i capi dei partiti, finché non sono interpellati su questo tema, anche magari nei confronti e nei dibattiti televisivi, se ne tengono alla larga (contrari o favorevoli che siano). Quindi, il fatto che in Italia questo tipo di temi venga derubricato a una questione di cronaca della quale si può parlare soltanto quando succede qualcosa a una persona specifica e il caso diventa mediatico, è un grande ostacolo perché impedisce un dibattito e un confronto, anche ragionato, tra le motivazioni di una parte e dell’altra. Ed è proprio nel confronto che crescono le posizioni. Invece noi abbiamo dovuto fare una campagna quasi in assenza di veri interlocutori. Ogni volta che un caso viene alla ribalta, su quel caso si discute e ci si scontra. Alla fine gli unici che partecipano incessantemente al dibattito sono il Vaticano e la Conferenza Episcopale Italiana. Quindi l’ostacolo è non avere un confronto davanti all’opinione pubblica, e confrontare le nostre ragioni con quelle dei nostri avversari.

Interventi nel giorno della consegna delle firme alla Suprema Corte di Cassazione per il referendum Eutanasia Legale, 8 ottobre 2021
© Nadia Addezio

Come si potrebbe organizzare un confronto, un dibattito, sia tra le varie parti politiche, che tra le parti religiose?

Intanto, fuori dal referendum, credo che sarebbe utile che, chi intervista i grandi protagonisti della politica italiana, gli chiedesse conto anche di questo. Non lo fa nessuno. Perché? È come se il giornalismo italiano avesse una certa ritrosia nel porre delle domande che potrebbero essere scomode per l’interlocutore. In via ordinaria, anche fuori dal referendum, in altri Paesi europei gli approfondimenti televisivi si occupano di temi come questo, ospitando chi è a favore e chi è contrario, per avere un dibattito e chiedere ai leader politici cosa pensano a riguardo. Poi c’è il referendum. Sul referendum ci sono degli obblighi specifici, in particolare per il servizio pubblico e dell’informazione radiotelevisiva. Una volta che il referendum è approvato dalla Corte Costituzionale e ne viene indetta la data, a quel punto per trenta giorni le televisioni, l’informazione e il servizio pubblico hanno l’obbligo di trattare questo tema. Se questo accadrà, mi aspetto che siano organizzati confronti, magari in prima serata, tra noi (Comitato Promotore del Referendum) e chi si porrà l’obiettivo di sostenere le ragioni del NO al referendum. Credo tuttavia che sarebbe utile già da adesso organizzare dibattiti e confronti.

Per quanto riguarda la questione religiosa, penso che non sia corretto attribuire alla Chiesa cattolica una sorta di monopolio sul dibattito religioso e la posizione della religione nel suo complesso riguardo a un tema come questo. Perché non esiste solo la religione cattolica, ma anche altre religioni. Oltretutto anche all’interno della religione cattolica sarebbe importante e utile che ci fosse un dibattito teologico. Questo perché non tutti nel mondo cattolico sono sempre stati – sempre e comunque – così ferocemente contrari alla legalizzazione dell’eutanasia. Basti pensare al teologo Hans Küng. Ma ci sono degli esempi anche in Italia: noi abbiamo ospitato al Congresso Don Ettore Cannavera, una persona molto attiva nella società, che è a favore dell’eutanasia.

Alla fine si deve quindi in qualche modo passare sempre attraverso i giornali?

Abbiamo parlato delle grandi televisioni, delle grandi testate giornalistiche perché hanno ancora un impatto molto significativo in termini – diciamo così – “di massa”, soprattutto rispetto a persone meno giovani, meno istruite. Poi è chiaro che oggi i social – e forse è un’altra ragione significativa del grande successo tra i giovani della campagna referendaria – hanno un ruolo centrale nell’informazione. Grazie a loro è stato possibile un passa-parola nella raccolta firme tra i giovani. 

Cosa farà il Comitato promotore del referendum dopo questo successo di raccolta firme? Come vi state organizzando?

La prossima scadenza, dopo il conteggio della Corte di Cassazione, sarà la Corte Costituzionale. Quindi il primo lavoro è di preparazione delle argomentazioni tecnico-giuridiche affinché il quesito sia ammesso dalla Corte Costituzionale. Nel frattempo continua l’opera di informazione, coinvolgimento negli eventi, e così via. Credo però che la cosa più importante sia quella di battersi non semplicemente per fare informazione, ma per garantire il diritto dei cittadini di essere informati. Per esempio in Svizzera, in prossimità del referendum, all’elettore viene inviato a casa un opuscolo informativo con le ragioni del SÌ e le ragioni del NO e questo avviene obbligatoriamente per tutti i referendum.

Qual è la differenza tra il suicidio assistito e l’omicidio del consenziente? E perché è necessario depenalizzare l’omicidio del consenziente?

Premesso che sono termini presenti nel Codice penale del 1930, quando parliamo di persone in condizioni di sofferenza insopportabile e irreversibile, non parlerei né di suicidio e né di omicidio. Però questi sono i termini della legge. In entrambi i casi, si tratta di aiutare una persona a morire. Nel caso del suicidio assistito, è la persona stessa che si dà la morte da sola. Invece nel caso dell’omicidio del consenziente, è un’altra persona, idealmente un medico, che somministra una sostanza letale su richiesta del paziente. Quindi quello che cambia è solo chi materialmente realizza l’atto. Da un punto di vista morale, legale e politico, a mio avviso non ci dovrebbe essere alcuna differenza. Quello che conta è la volontà della persona, ovvero che sia lucida, consapevole innanzitutto, e le sue condizioni oggettive di terminalità e irreversibilità. Poi, una volta che si riconosce a una persona il diritto ad essere aiutata a morire, che questo sia fatto personalmente o attraverso un aiuto esterno a mio avviso è del tutto irrilevante. Per cui le due fattispecie dovrebbero essere trattate nello stesso modo. 

Sull’aiuto al suicidio, almeno parzialmente, la Corte Costituzionale si è già espressa  sul mio processo [sentenza 242/2019] e quindi è già stabilito che è legale essere aiutati a darsi la morte se si è in una condizione di sofferenza insopportabile e malattia irreversibile e se, oltre la volontà individuale, si è tenuti in vita da trattamenti di sostegno vitale. Questo è già legale, anche se nella pratica non è rispettato nel nostro Paese.

Quindi, mentre l’aiuto al suicidio è già legale, sull’omicidio del consenziente è ancora tutto da fare. È necessaria la depenalizzazione dell’omicidio del consenziente per venire incontro alle esigenze di quelle persone alle quali è riconosciuto il diritto a essere aiutate a morire ma che si trovano nella condizione di essere completamente paralizzate o immobilizzate. Oppure per venire incontro a chi, per qualsivoglia motivo, preferisce che sia qualcun altro a compiere il gesto, in modo da potere affrontare più serenamente il momento del trapasso. Ognuno è diverso e uno stesso atto per qualcuno può non essere un problema, per qualcun altro sì. Ebbene, attraverso la depenalizzazione dell’omicidio del consenziente è possibile affidare a un medico questa incombenza, come avviene in Olanda, Belgio, Spagna e Lussemburgo. E visto che, se un medico facesse in Italia quello che può fare secondo la legge in altri paesi europei, verrebbe condannato fino a 15 anni di carcere, è necessario abolire questo reato per poi introdurre una norma, una disciplina, che stabilisca le procedure per l’eutanasia.

La Conferenza Episcopale Italiana si è espressa sul referendum Eutanasia Legale?

La Conferenza Episcopale Italiana non si è fatta sentire nei primi due mesi di campagna. Credo che – come tutti – contasse sul fatto che non saremmo riusciti a raccogliere le firme. Quando abbiamo annunciato che il traguardo era vicino, è stata una delle poche voci che si sono alzate per parlare del referendum, seppur attaccandolo con parole molto dure, denunciando la “cultura dello scarto” e di “eugenetica”. Ma questi attacchi sottintendono sempre che ci sia qualcuno che impone l’eutanasia o che spinge all’eutanasia, quando invece legalizzarla avrebbe esattamente lo scopo contrario: evitare e sanzionare qualsiasi comportamento che spinga gli altri a voler morire, compreso qualsiasi atto omissivo di abbandono, di delegata assistenza.

Recentemente avete lanciato una infoline per far luce sui diritti nel fine vita. Può dirci di più in merito?

Proprio perché nella fase terminale di una malattia, di una condizione di sofferenza estrema, la conoscenza è un bene importante quanto le cure materiali, ci siamo resi conto che moltissime persone – anche medici – sanno poco o niente dei diritti del malato. E quindi abbiamo istituito il numero bianco (06 9931 3409). Questa sorta di servizio di volontariato della conoscenza è un numero sul fine vita, il cui scopo è fornire informazioni chiare e utili sui diritti nei momenti della malattia, che non risponde solo al tema dell’eutanasia in senso stretto, ma anche delle cure palliative e del testamento biologico. Direi che è un progetto che recupera l’etimologia del termine “eutanasia” cioè come “buona morte” o morte la meno peggiore possibile. Non c’è una contraddizione tra le scelte per vivere, per non soffrire e – per chi lo vorrà – le scelte di interrompere la propria vita o, attraverso il testamento biologico, l’eventualità di delegare ad altri la scelta. Nella legge tutti questi momenti sono come frazionati l’uno dall’altro, ma nel concreto la persona li vive assieme. La stessa persona può vivere l’urgenza delle cure palliative oggi, di un testamento biologico da preparare, di una scelta di fine vita domani. Quindi quello che manca è un aiuto che attraversa i vari momenti dell’esperienza di vita e fine vita della persona, ed è esattamente l’obiettivo del numero bianco.

© Nadia Addezio

Marco Cappato

Marco Cappato

Tesoriere dell'Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica

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