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Odio. Dalle parole ai fatti

by Michele Lipori

di Michele Lipori. Redazione Confronti

La violenza è un atto volontario il cui fine è danneggiare una persona o un gruppo umano. La forma di violenza più facilmente identificabile è quella fisica, ma esistono molte altre forme: tra cui quella sessuale, psicologica e verbale. L’umiliazione, l’intimidazione, l’isolamento, le minacce sono anch’esse forme di violenza che possono avere delle conseguenze gravissime sulla vita delle persone a cui sono rivolte.

Il 2020, l’anno della pandemia, ha mostrato come in tempi di distanziamento, complice l’anonimato garantito da internet, in rete siano proliferati i discorsi d’odio che in parte hanno alimentato teorie cospirazioniste e disinformazione circa le origini del virus. Ma il Covid non è stato l’unico elemento a finire sotto i “riflettori” degli odiatori della rete. I dati parlano, infatti, di un aumento considerevole in tutta Europa di ondate di intolleranza nei confronti di minoranze etniche, religiose, donne e comunità Lgbtqi+.

Secondo La nuova Mappa dell’Intolleranza diffusa da Vox Diritti, nel 2020 il discorso d’odio (o hate speech) online in Italia ha avuto come bersaglio soprattutto donne (49,91%), persone di religione ebraica (18,45%), migranti (14,40%), persone di religione islamica (12,01%), appartenenti alla comunità Lgbtqi+ (3,28%) e disabili (1,95%).

A conclusioni analoghe arriva anche Il barometro dell’odio, il dossier divulgato da Amnesty international che sottolinea come la misoginia risulti ancora preponderante, seppur con delle differenze rispetto al passato.

Oltre al body shaming, molti attacchi hanno avuto come contenuto la competenza e la professionalità delle donne stesse. È il lavoro delle donne, dunque, a emergere quest’anno quale co-fattore scatenante dello hate speech misogino.

L’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori (Oscad) – che opera presso il dipartimento della Pubblica sicurezza, direzione centrale della Polizia criminale – ha individuato le problematicità nella lotta al “discorso d’odio”: l’under reporting (le vittime difficilmente denunciano), l’under recording (la difficoltà di riconoscere  la matrice discriminatoria del reato denunciato), la pluri-offensività (il reato d’odio colpisce una vittima ma lede indirettamente anche il “gruppo di minoranza” di cui essa fa parte).

Secondo i dati raccolti dall’Oscad in dieci anni le segnalazioni di crimini d’odio sono aumentate considerevolmente, passando da 134 a 1119 nel 2019, delle quali oltre il 70% di matrice razziale e religiosa.

A preoccupare le forze dell’ordine è soprattutto il rischio di escalation e che dunque dalle “semplici” parole si passi ai fatti. L’hate speech è infatti  strettamente legato al crimine d’odio, che è un reato commesso contro un individuo e/o beni a esso associati, motivato da un pregiudizio che l’autore (o l’autrice) nutre nei confronti della vittima, in ragione di una “caratteristica protetta” (reale o solo presunta dall’autore) di quest’ultima.

Il reato d’odio ha più facilità di verificarsi quando a livello sociale vengono accettati come normali atteggiamenti e comportamenti discriminatori. Quando questo avviene le discriminazioni vengono percepite addirittura come una “difesa” nei confronti di un pericolo esterno. In tal senso, rimane emblematico il fenomeno dell’antisemitismo, che – secondo i dati di Amnesty – al fianco dell’islamofobia, risulta essere in tendenza ascensionale negli ultimi anni.

Ph. © Jon Tyson

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