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Al di là de La Frontiera. Quelle parole di Leogrande che ritornano a Taranto

by Gaetano De Monte

di Gaetano De Monte. Giornalista.

A quattro anni dalla scomparsa, molte sono le iniziative volte a commemorare l’opera di Alessandro Leogrande, giornalista e scrittore prolifico, le cui inchieste hanno gettato luce sulle tante ombre che avvolgono la città di Taranto.

È da qualche mese in libreria Gli anni dello Straniero, la raccolta degli scritti che Alessandro Leogrande ha pubblicato in venti anni di lavoro per la rivista Lo Straniero, di cui è stato il vice-direttore. A partire da qui, Lorenzo Donati in collaborazione con La Factory e Spazioporto, con giornalisti, studiosi e artisti, tra i quali Christian Raimo, Rodolfo Sacchettini, Massimo Marino, Francesco Brusa e Gianluigi Gherzi, hanno discusso – tra il 6 e il 7 agosto scorso – a Taranto, città natale di Leogrande, di Come raccontare la Città.

L’evento si è svolto nell’ambito del progetto Clessidra ideato e diretto da Erika Grillo e a cura del Teatro delle Forche, dell’edizione 2021 del Teatro dei luoghi che comprendeva gli eventi teatrali Prima della Fuga e Nessun destino è per sempre

Come scrive Nicola Villa nella prefazione al volume: «ciò che manca di più non c’è solo il suo impegno di scrittore e militante in difesa degli ultimi, in particolare degli immigrati. C’è anche un acutissimo sguardo di analista politico». Ma, soprattutto, c’è l’assenza della capacità di raccontare temi importanti assenti o rimossi per lungo tempo dal dibattito pubblico: il leghismo meridionale, le mafie già globalizzate, lo sfruttamento dei lavoratori italiani e stranieri.   

Sul lungomare di Taranto c’è una targa che ne ricorda l’esistenza: Alessandro Leogrande, giornalista e scrittore nato nel 1977, e scomparso troppo presto, a Roma, nella notte tra il 26 e il 27 novembre del 2017. 

A pochi metri da qui, nella centralissima via di Palma, appena diciottenne, Leogrande affidava alle sue parole il racconto dell’ascesa del “sindaco-telepredicatore” di Taranto, Giancarlo Cito, rinviato a giudizio, qualche giorno prima, per concorso esterno in associazione mafiosa. Era il 21 dicembre del 1995. Il partito personale dell’allora primo cittadino tarantino, At6 – Lega d’azione meridionale (da Antenna Taranto 6, l’emittente televisiva da cui Cito fin dagli anni’80 lanciava i suoi strali e invettive contro gli avversari, i comunisti, i giudici, e “i negri”, in particolare) aveva convocato una manifestazione di solidarietà con l’esponente politico che l’anno seguente, nelle elezioni politiche del 1996, diventerà anche parlamentare, totalizzando 33.960 preferenze, pari al 45% dei voti espressi nel suo collegio maggioritario di elezione. 

La mafia e la politica

«Ad aprire il corteo c’era un grande striscione bianco a lettere blu. La scritta era aberrante: “Siamo tutti mafiosi”. Lo reggevano dei ragazzi, lo sguardo duro, il passo fermo, la voce roca a gridare la stessa cosa che vi era scritta sopra». Raccontava Leogrande: «Il seguito di Cito era variegato. Come lo è sempre stato, del resto, a differenza di quanto hanno detto i giornali nazionali che hanno voluto vedere a tutti i costi in lui un nuovo Masaniello da rione popolare»; analizzando, così, attraverso quelli che erano i partecipanti a quella manifestazione, circa diecimila persone, la composizione sociale variegata del suo elettorato. «C’era la massa, le migliaia di cittadini che avevano accolto l’appello. C’era l’uomo di mezza età in cappotto e cappello, c’era il ragazzo da sala giochi con bomber e capelli rasati, i fighetti del centro, le donne del popolo e le signore in pelliccia, professionisti e disoccupati». 

In quelle pagine che andranno a comporre il primo romanzo di formazione dell’autore, Un mare nascosto, pubblicato nel 1999, non c’è soltanto il racconto di una pagina nera della storia cittadina. Cioè, dell’ascesa del sindaco-telepredicatore di Taranto, Gian Carlo Cito (condannato, in via definitiva, in diversi processi, a una decina di anni di reclusione, per concorso esterno in associazione mafiosa, concussione, violenza privata, abuso d’ufficio, falso ideologico) e che si trova, tuttora, ancorato alla scena politica locale, dove i figli, Antonella e Mario, sono entrambi consiglieri comunali; ma in quelle parole scritte da Leogrande agli inizi della carriera nello spiegare “il fenomeno Cito”, vi si rintracciano, al contrario, i germi anticipatori di tutta una serie di tratti distintivi del potere italiano che ritroveremo, ben saldi, negli anni a venire, su tutta la scena politica nazionale: il berlusconismo autoritario, il consenso delle leghe (in questo caso meridionali), lo sdoganamento della xenofobia come metodo di governo. 

La fabbrica e la sinistra

Negli stessi anni, a metà dei ’90, a partire dal “laboratorio Taranto”, l’autore analizzava la crisi della sinistra istituzionale avvenuta in concomitanza con la privatizzazione della Italsider e, così, anche qui, un fenomeno locale diventava immediatamente anticipatore di quanto poi sarebbe avvenuto, e in parte stava già avvenendo, su scala nazionale: la crisi della sinistra e della sua capacità di rappresentare il mondo del lavoro. 

«La crisi dell’Italsider, a Taranto, ha voluto dire crisi della classe operaia, sotto proletarizzazione, meno iscritti, meno voti». Scriveva l’autore: «dopo essersi cullato su un consenso stabile e stabilito, alla fine il Pci-Pds si è ritrovato in una campana di vetro, slegato dalla società». E ancora: «la sinistra ufficiale, negli ultimi anni è stata questa: un limitarsi a coltivare la propria nicchia, a mantenere il proprio debole status quo, gestire il presente senza avere mai uno slancio che andasse nella direzione di una rivisitazione radicale dei problemi cittadini». Si riferiva alla classe dirigente locale, Leogrande, ma le sue parole rivelatrici potevano ben riferirsi a ciò che sarebbe accaduto all’intero panorama politico nazionale, negli anni a venire. 

Così come la critica che faceva l’autore alla fine del “modello” dell’industria di stato (a partire proprio dalla privatizzazione dell’Italsider, avvenuta nel 1995), risulta profetica a guardare a ciò che accade oggi a quella stessa fabbrica e al sistema industriale italiano. 

Dell’ex Ilva di Emilio Riva, l’imprenditore lombardo capace di sborsare milleseicento miliardi di lire per acquistarla e che avrebbe recuperato i soldi, poi, in appena tre anni, Leogrande riferiva: «Cosicché i debiti rimasero allo Stato e il nuovo patron entrò in possesso di uno stabilimento in cui la produzione era a pieni ritmi, in cui si stava rifacendo, con soldi pubblici, l’altoforno. Gli anni della privatizzazione selvaggia, del profitto a scapito della sicurezza, della perdita dei diritti, della totale strafottenza nei confronti della città». 

The revolving bridge of Taranto that connects the city. Original image from Wikimedia Commons

Era il 1999 e in quella parte di Sud Italia, nel frattempo, è avvenuto di tutto. È cambiata la governance della fabbrica con i Riva che sono spariti dalla scena, è cominciato il maxi-processo per disastro ambientale che ha travolto la classe politica locale, è di nuovo intervenuto lo Stato per sanarne i debiti, ma per non cambiare nulla. L’inquinamento, l’erosione dei diritti, la strafottenza, quella è rimasta tale e quale.

Crimini globali e mafie locali

Era il meridione d’Italia, e la Puglia, in particolare, il suo campo di osservazione, la lenta privilegiata attraverso cui il giornalista, poi, riportava i diversi fenomeni politici-sociali che raccontava su un piano che diveniva immediatamente nazionale e internazionale. È il caso del romanzo Le male vite pubblicato da Fandango nei primi anni del 2000.  L’opera in cui Alessandro Leogrande descrive il fenomeno del contrabbando delle sigarette che, nell’insegnamento dell’autore: «non è stato solo una attività criminale, ma anche un sistema economico illecito perfettamente integrato nell’economia lecita». Un sistema che ha sostenuto l’economia povera delle aree più marginali dell’Italia meridionale e dei Balcani, ma che anche «ha usufruito della creazione di una rete criminale economico-finanziaria tra Stati Uniti, Svizzera, Montenegro, Italia, Spagna, Gran Bretagna, la quale si è valsa dei servigi dei paradisi fiscali e dei conti bancari protetti, incontrando i favori di politici e militari balcanici e finanche di alcuni settori delle forze di polizia italiane». 

In questo senso, proseguiva lo scrittore: «raccontare il contrabbando di sigarette vuol dire anche raccontare la mutazione dell’Italia meridionale attraverso la mutazione delle sue male vite. Un’area del Paese le cui contraddizioni e le cui miserie, quando ci sono, non sono il frutto dell’arretratezza ma delle aberrazioni prodotte dallo sviluppo e dalle spartizioni tra le corporazioni». 

I Sud d’Italia, per Leogrande, non erano più un luogo altro rispetto a un Centro italiano. Ma semmai erano delle parti di un Centro condiviso, dalle Alpi alla Sicilia. Ed è così che facendo conoscere all’Italia le condizioni dei braccianti stranieri impegnati nella raccolta del pomodoro nella provincia di Foggia nel romanzo Uomini e Caporali che lo ha consacrato nel 2008, il giornalista non denuncia soltanto l’arretratezza culturale ed economica del sistema agricolo pugliese che tiene ancora in vita il caporalato, bensì le storture di un modello di sviluppo balcanizzato, dando voce a chi lo subiva, agli stranieri, e anche agli italiani, che poi avrebbero patito il caporalato in ogni settore, in ogni parte d’Italia.  

«Uomini e caporali, sulla tragedia dei nuovi schiavi, prima che ne parlassi tu erano ombre, non avevano nazionalità né nome. Li hai resi uomini e, aprendoci gli occhi, ci hai resi uomini», ha scritto Roberto Saviano, ricordando, nelle ore immediatamente successive alla sua morte, l’amico. «Alessandro era il migliore intellettuale della sua generazione», ribadisce Nicola Villa nella prefazione agli Anni dello Straniero, la raccolta degli scritti che Alessandro Leogrande ha pubblicato in venti anni di lavoro per la rivista Lo Straniero, di cui è stato il vice-direttore, e che è da poco in libreria.  

Rifacendoci alle parole di Nicola Villa nella prefazione al volume Gli anni dello Straniero, quel che più manca di Leogrande è l’assenza di una profonda capacità di raccontare temi importanti assenti o rimossi per lungo tempo dal dibattito pubblico: il leghismo meridionale, le mafie già globalizzate, lo sfruttamento dei lavoratori italiani e stranieri. Al di là de La Frontiera, dunque, l’ultimo romanzo dell’autore che oggi tutti ricordano, ci sono le sue parole, quelle scritte con inedita raffinatezza e il suo metodo, dunque, i suoi insegnamenti.

Ph. Alessandro Leogrande al festival di Internazionale a Ferrara, 2017 © Lavinia Parlamenti via flickr

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