Energia e diritti umani in Africa. Dalla Svezia una “Nuova Norimberga”? - Confronti
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Energia e diritti umani in Africa. Dalla Svezia una “Nuova Norimberga”?

by Luca Attanasio

di Luca Attanasio. Giornalista e scrittore.

«Ci dissero che dovevamo andarcene, che dovevamo prendere tutte le nostre cose e che ci avrebbero portato in posti migliori. Poi presero a violentare, a sparare, a compiere abusi su di noi». «Avevo appena 17 anni quando arrivarono i soldati nel nostro villaggio… Vidi con i miei occhi donne, bambini fuggire via e poi udimmo gli spari e vedemmo tanta gente cadere uccisa».

Queste due testimonianze, assieme ad altre, sono state raccolte e messe in video dalla campagna Unpaid Debt – The Right to Remedy: Women South Sudan (www.unpaiddebt.org) promossa da Pax (ex IKV Pax Christi). Unite a tantissime altre, supportate anche da immagini, filmati, report, inchiodano la compagnia di estrazione svedese Lundin Energy per il suo ruolo determinante durante il conflitto civile in Sudan che secondo la Procura di Stoccolma, sarebbe stato di “favoreggiamento e complicità nei crimini di guerra” commessi tra il 1999 e il 2003.

 

Una nuova Norimberga?

Giunge dalla Svezia la clamorosa notizia di un procedimento legale che potrebbe cambiare il corso della storia della presenza industriale occidentale in Africa e aprire nuovi scenari nel campo del rispetto dei diritti e del contrasto allo sfruttamento di uomini e terre. Se la Lundin verrà condannata, infatti, eventualità che i magistrati svedesi, gli attivisti e le Ong che seguono da anni il caso, vedono come estremamente possibile data la mole di documentazione raccolta, sarebbe la prima compagnia europea a pagare per crimini di guerra: non succedeva dai tempi di Norimberga.

Andiamo ai fatti. I tragici eventi avvengono soprattutto nello Stato dello Unity (noto anche come Stato del Nilo Superire Occidentale), all’epoca Sudan e dal 2011 divenuto Sud Sudan. È in questa zona che insistono le principali aree petrolifere ed è proprio qui che arrivano le prime compagnie che danno il via alle le esplorazioni negli anni ’80. La popolazione, come spiega Suor Elena Balatti, una missionaria comboniana da decenni in servizio in quelle zone, «ignorava sia la presenza di enormi giacimenti, sia l’utilità del petrolio. Venne quindi totalmente sorpresa dalla campagna che Khartoum mise in atto di deportazione per liberare le aree petrolifere e permettere alle compagnie occidentali di esplorare ed estrarre».

Per tutti gli anni ’90 fino agli inizi del 2000, la campagna prosegue assumendo gradualmente i tratti dell’emergenza umanitaria. Alla gente, in gran parte di etnia nuer, in un’area di circa 30mila km quadrati, venne intimato di abbandonare le abitazioni, i campi, le attività agricole e di allevamento, senza che nessuno si preoccupasse di fornire spiegazioni. Alle immediate proteste e rivolte, il governo rispose con il sangue. Si stima che ci furono oltre 12mila morti solo nell’area destinata alle estrazioni della Lundin. Le 230 pagine dell’accusa tracciano un’immagine spietata dalla compagnia. Nel “migliore” dei casi, deve rispondere di indifferenza nei confronti delle immani sofferenze che venivano inferte alla popolazione inerme sotto i propri occhi. Nel peggiore, di aver avuto complicità o addirittura parte attiva  negli eccidi. 

Il percorso che ha condotto alla accusa pubblicata lo scorso 11 novembre da parte della procura svedese, è molto lungo. Una tappa fondamentale è rappresentata dal rapporto diffuso nel 2010 da Pax per lo European Coalition on Oil in Sudan (Ecos), una Ong che si occupa di diritti e di contrasto allo sfruttamento, che punta il dito su tre compagnie petrolifere internazionali, tra le quali la Lundin.

Il report non usa mezzi termini e parla di una «vera e propria guerra innescata in tutta la regione”. Le aziende, a fronte di grandissimi investimenti e affari che a Khartoum vedono con estremo interesse, chiedono di sgombrare le aree petrolifere al più presto, garantire la sicurezza degli impianti e dei lavoratori senza alcun riguardo per le centinaia di migliaia di persone che ci vivono e fingendo di ignorare che proprio da quelle parti, siamo a ridosso del Darfur, si combatte già da tempo una terribile guerra. Gli attacchi indiscriminati sui civili, gli stupri di massa, le stragi, i rapimenti, anche di bambini, i saccheggi, già frequenti nella zona, si moltiplicano e al conflitto in atto tra governo centrale e ribelli, si unisce la campagna violenta di deportazione. In quegli anni, morirono decine di migliaia di persone mentre tantissime altre furono costrette forzatamente alla fuga in altre zone del Sudan o nei Paesi limitrofi.

Enormi profitti e reparation

La Lundin, dopo aver dichiarato per bocca dei suoi più alti dirigenti nel 1997 che stava “migliorando la qualità della vita delle comunità della zona” non ha mai dato segni di resipiscenza. Al contrario rimanda al mittente le accuse e difende strenuamente i propri interessi. Ciò che stupisce, come riporta il sito Pax, è che non si alza alcuna voce di protesta neanche tra la maggioranza degli azionisti, alcuni dei quali con dichiarate policy di rispetto dei diritti umani. Il fatturato della compagnia svedese, proprio grazie al conflitto scatenato e alla possibilità di estrarre indisturbata il petrolio in Sudan, è schizzato alle stelle permettendole di divenire una delle aziende petrolifere più grandi d’Europa. Le vittime sopravvissute, chiedono da anni reparation.

Grazie a varie campagne di sostegno tra le quali quella portata avanti dalla Clooney Foundation For Justice, la realtà sta emergendo e finalmente si è giunti a una citazione in giudizio. Va certamente ammirata la pertinacia della procura svedese che, caso di esemplare unicità, ha messo sotto accusa una compagnia per complicità nelle atrocità commesse facendo intendere che il precedente cambierebbe in modo epocale la presenza industriale di aziende estere in Africa. 

Si tratta di un incredibile passo avanti che punta a far capire a tutti che i diritti degli individui vengono prima di qualsiasi interesse e che chi, come succede spessissimo in Africa, sfrutta persone ambiente e terre trasformando il numero enorme di risorse in una permanente maledizione per le popolazioni, è da oggi più nel mirino della giustizia.

Pictured in 2009: The Thar Jath oilfield lies in Block 5A in South Sudan. It was discovered in 2001 before South Sudan’s independence and before Lundin Energy sold its stake in the blockPhoto: AFP/SCANPIX 

Luca Attanasio

Luca Attanasio

Giornalista e scrittore

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