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Egitto-Italia: liberare Zaki, non dimenticare Regeni

by Enrico Campofreda

di Enrico Campofreda. Giornalista e scrittore

Nel sorriso incredulo seppure gioioso di Patrick Zaki e nello smarrimento non privo di determinazione di Paola Deffendi risiede l’enigma d’un regime che rivolge i suoi tratti canaglieschi a tanti egiziani e a chi frequenta l’Egitto per capirlo. Questo era l’intento del ricercatore Giulio Regeni, messo nella condizione di smettere di capire, di respirare, di vivere. Considerato una spia senza esserlo, triturato dalla sua speranzosa curiosità e dalla fobìa di apparati criminali capaci di fare del terrore un sistema di comando, additando altri di terrorismo. A indicare la via, che utilizza torture e pratiche assassine celandole dietro un volto all’apparenza bonario, c’è il presidente Abdel Fattah Al-Sisi. Un uomo che dopo un golpe, sponsorizzato dai militari che egli rappresenta e dall’odio anti-islamico del laicismo politico, in otto anni ha accresciuto potere interno e accoglienza internazionale.

Ha cavalcato le opportunità scovate dall’economia del sottosuolo (i giacimenti di gas nel Mediterraneo orientale) e la funzione di agguerrito gendarme davanti all’instabilità di scenari geopolitici contigui. Grazie a essi l’attuale raìs del Cairo è diventato uno dei protagonisti del Medio Oriente repressivo, gradito ad autocrati come Putin ed Erdoan che in quell’area fanno scorrazzare truppe, e ai sovrani ed emiri del Golfo, amici dell’affarismo globale, sia basato su idrocarburi, investimenti finanziari palesi e occulti, circuiti vacanzieri, grandi eventi, internazionalismo sportivo.

CONTRO OGNI OPPOSIZIONE

Contrapporsi al Sisi politico significa scontrarsi non solo e non tanto con la lobby militare di casa, sua sostenitrice. Vuol dire rompere lo schema dell’assetto securitario che i potenti del mondo – l’Occidente europeo e statunitense, Russia e Cina – hanno predisposto in quello scacchiere. Il presidente egiziano è piacevolmente soddisfatto del ruolo e dei riconoscimenti di cui beneficia, e si gode la satrapìa, peraltro non unica nella regione. Per questo sbeffeggia la magistra- tura italiana che gli chiede i nomi degli esecutori dell’omicidio Regeni, lasciando questa voce a gridare in un deserto. Procuratori abbandonati a sé anche dai governi italiani, come solitaria è l’avvocata Ballerini a difesa della memoria di Giulio, e soli sono i genitori Regeni.

Il coro di sostegno di amici e attivisti purtroppo serve a poco, altrettanto la campagna di Amnesty International, visto che partiti, parlamento, esecutivi d’Italia praticano il doppio binario: pronunciamenti di circostanza per lo studioso assassinato, sostegno economico e militare a un Paese che s’autoproclama vigile su terrorismo e migrazione. Poi c’è Patrick, il più italiano dei giovani d’Egitto, perché è potuto approdare a una specializzazione in una delle culle accademiche nostrane, l’Alma Mater della dotta Bologna. Simpatico, scanzonato, empatico, nei mesi di studio precedenti all’arresto, avvenuto due anni or sono all’aeroporto del Cairo, s’è fatto una miriade di amicizie e conoscenze.

La sequela di comparizioni davanti a un Tribunale speciale che l’accusa di tramare contro la sicurezza della sua nazione, e gli rinvia le udienze da un mese e mezzo all’altro, ha accresciuto la solidarietà – emiliana e non solo – nei suoi confronti. Poiché il tempo passa e nulla si sblocca, Patrick torna in cella, nella prigione dura di Tora, dove si sta ammassati e si può finire ammazzati. Dove la tortura esiste, e compare sulle sue mani il giorno dell’insperata liberazione. Il caso di Zaki somiglia a quello di mille e mille coetanei arabi che Sisi tiene sottochiave e sottotorchio. Però dopo ventidue mesi di travagli, un giorno, all’improvviso, per lui spunta il sole. I giudici gli consentono di tornare in famiglia, forse pure di volare in Italia. E giustamente il giovane si gode l’attimo, abbracciato e coccolato dalle sorelle, stretto forte a mamma e papà.

La perfidia del potere gli ricorda che non c’è stata ancora sentenza, che il 1° febbraio dovrà riguardare in faccia i magistrati capaci di determinare la fine dell’incubo o ricondurlo ai ceppi. Per cinque anni. Questa sembra essere la condanna per chi diffonde «notizie false contro la sicurezza dello Stato», cosa che Patrick non ha fatto. Ha semplicemente commentato sui social una persecuzione poliziesca di giovani copti. Vicenda vera. Ma vere erano pure le denunce al regime lanciate da Alaa Abdel Fatah, un attivista di lungo corso, oppositore fiero, prima che di Sisi, del “faraone” Mubarak disarcionato dalla contestazione di Tahrir.

L’EGITTO CHE NON SI VUOL VEDERE

Ma Alaa – anch’egli incarcerato da tempo con l’accusa di «falsità e terrorismo antinazionale», questa è la motivazione avanzata al Cairo contro oppositori, comunicatori, pensatori sgraditi – non è stato scagionato. Gli è piovuta in testa la condanna d’un lustro di reclusione orrenda, quella farcita di botte, torture, privazioni d’ogni tipo, la stessa rivolta al suo avvocato e a un altro blogger noto con lo pseudonimo di Oxygen.

È questo l’Egitto che il nostro mondo politico non vuol vedere. Ovviamente l’augurio, non solo di amici e sodali, è che Zaki possa venir prosciolto dalle accuse. Se dovesse accadere, il regime attuerebbe pesi e misure diversi rispetto a situazioni simili. E Patrick, inconsapevolmente, potrebbe diventare la maschera di bontà dell’aguzzino Sisi, una moina rivolta a quell’Italia che chiede giustizia. Restituendo il dottorando bolognese ai corsi, allo studio e allo svago, alle chiacchierate con gli amici, circoscritte dal Covid ma possibili, tutelate da vaccino e mascherine.

Continuando, invece, a mascherare l’omicidio dello studioso friulano: un ingombro per quella linea d’ombra che lega Sisi a certa politica nostrana interessata al business del metano e delle armi, sostenitrice di nuovi padrini capaci di stoppare gli sbarchi della disperazione. Peraltro incentivati anche sulle sponde egiziane dalla disastrosa gestione economica del regime del Cairo. Una cerchia di affaristi infatuata dalla smania di grandezza coi progetti del secondo Suez e della nuova capitale nel deserto, finanziati da Riyadh e Parigi, una cerchia affamatrice di strati popolari che, anno dopo anno, impoveriscono. Un ceto politico attento al suo elettorato, i familiari di militari e di chi lavora per le tante aziende gestite dalle Forze Armate, lavoratori ricattabili e ricattati, massa di manovra di un potere perverso. Liberare Zaki è un auspicio, non dimenticare i sessantacinquemila carcerati di Sisi rappresenta un dovere. Senza cadere nel ricatto di scambiare la libertà di Patrick col silenzio tombale su Giulio.

Enrico Campofreda

Enrico Campofreda

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