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Kitsch

by Goffredo Fofi

di Goffredo Fofi. Scrittore, critico letterario e cinematografico, giornalista. Direttore della rivista Gli asini.

Ci fu un tempo in cui la parola kitsch era sulla bocca di tanti intellettuali grandi e piccoli, e nei primi tempi si faceva una gran confusione nel giudicare se una cosa, un prodotto fossero kitsch o no. Ma oggi? Potremmo dire che il kitsch abbia lentamente soppiantato l’autentico, che l’arte contemporanea, il gusto contemporaneo sono in massa kitsch?

Ci fu un tempo (anni Sessanta/ Ottanta e forse ancora dopo) in cui la parola kitsch era sulla bocca di tanti intellettuali grandi e piccoli, e nei primi tempi si faceva una gran confusione nel giudicare se una cosa, un prodotto – un film, un libro, un quadro, un vestito, un oggetto – fossero kitsch o no. Alla parola kitsch il vocabolario della lingua italiana Zingarelli indica «oggetto o azione di cattivo gusto più o meno intenzionale, specialmente quando siano prodotti artistici della cultura di massa».

Quante cose erano kitsch, al tempo! e si trattava di imitazioni o filiazioni di cui la cultura di massa era piena, per esempio, per quel che ci si poteva vedere attorno, soprattutto nel campo del cinema, ma anche della letteratura, della poesia, della musica. Si giudicava kitsch perfino un film di Antonioni, una canzone di De Andrè, ma soprattutto un’opera ambiziosa che divulgava, senza esserne all’altezza, idee o forme che

veri artisti, veri innovatori avevano elaborato, ottenendone o meno fama e rispetto. In molti casi, il kitsch (che potremmo anche chiamare, chissà, imitazione e in più di un caso, e alla lettera, parodia) decretava il successo di massa di uno stile, di un linguaggio.

Ma non ha molto senso, almeno per uno che non ha studiato estetica, insistere sulle definizioni, quel che vorrei sottolineare è piuttosto  la scomparsa di questa parola dal linguaggio comune, anche dei critici, e perfino dei professori e professoroni.

Che cosa significa? Forse che ormai si vive tutti di kitsch e che l’autentico è più raro dell’Araba Fenice? Potremmo anche dire che il kitsch ha lentamente soppiantato l’autentico, che l’arte contemporanea, il gusto contemporaneo sono in massa kitsch? Probabilmente affermandolo ci si accosta molto al vero, e tanti prof. e artisti di oggi sanno bene, credo, che ciò che fanno e teorizzano è soltanto un ramo del kitsch, è l’imitazione più o meno spettacolare di qualcosa che fu unico e insostituibile, e bensì imitabile, o estremizzabile e spettacolarizzabile… Che viviamo ormai nel regno dell’inautentico?

Insomma: come è oggi possibile, ammesso che ancora possa esserlo, distinguere ciò che è oro da ciò che gli somiglia ma è in realtà latta, piombo (o “oro di Bologna”, come si diceva una volta chissà perché…), e diciamo pure: merda.

Dove si rifugia l’autentico, il vero, il non inficiato dalle pretese di un’invenzione che non inventa, di una comunicazione che non comunica? Restano le ragioni dello spettacolo, e la fatica per un artista di creare opere aperte al presente e al futuro e non solo al mercato, al successo, nella sintonia con la volgarità dell’epoca e con i poteri che la propongono e la nutrono. All’essere e non all’apparire. Giudicare diventa perlopiù facile e perfino molto facile se si ha una sensibilità costruita in altri tempi o su modelli forti e radicali, ma nella ragnatela del kitsch si finisce per caderci un po’ tutti… e perfino per goderne, per apprezzare opere che non sono (e magari neanche lo pretendono), di cercare e di dire il vero, il bello, il giusto, e di basarsi su valori oggi poco frequentati o, peggio, millantati.

Ci vuole molta intelligenza e molta sensibilità (e anche una buona cultura!) per saper ancora distinguere l’autentico dalla copia e il bello dal kitsch, ma è un tentativo che bisogna ostinarsi a fare, se si vuol capire i “tempi che corrono”, e soprattutto se si volesse contribuire a cambiarne il corso.

Illustrazione © Doriano Strologo

Goffredo Fofi

Goffredo Fofi

Scrittore, critico letterario e cinematografico, giornalista. Direttore della rivista Gli asini

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